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 Hamid Ansari

Il Racconto del Risveglio

 

 

A cura di Giuseppe Aiello

 

 

 

 

 

Irfan Edizioni


 

Titolo originale dell’opera: Hadis-e Bidari, Tehran 1994.

 

Con la collaborazione dell’Istituto culturale dell’ambasciata

della Repubblica islamica dell’Iran – Roma

Via M. Pezzè Pescolato, 9 – 00135 Roma – tel. 06 305227 – fax 06 3017341

e-mail: rome@icro.irwww.rome.icro.ir


  Premessa 

 

 

Presentazione

 

Ali Reza Esmaeili

 

Direttore dellIstituto Culturale dellAmbasciata

della Repubblica Islamica dellIran - Roma

 


 

 Prefazione

 

Col nome d’Iddio, il Clemente, il Misericordioso

Damiano ‘Abbas Di Palma

Hawza Illmiyya - Londra

Presidente Associazione islamica “Imam Mahdi (aj)” - Roma

www.islamshia.org


 

   In questo libro sono delineate, brevemente e analiticamente, alcune delle più note e significative vicende della vita dell’imām Khomeini, dalla sua nascita fino all’ascensione.

   Sebbene descrivere le dimensioni della personalità e raccontare la vita di una figura di simile grandezza in un solo libro sia una impresa davvero ardua, abbiamo cercato di farlo soprattutto per tutti i seguaci dell’imām Khomeini che hanno ripetutamente chiesto una sintesi dei suoi ideali, delle sue opere e degli eventi più importanti della sua vita, al fine di trarne beneficio. Per questa ragione ci asterremo dal fornire resoconti dettagliati di ogni evento, riportando solo i documenti e le citazioni che riterremo necessari, cercando al tempo stesso di fornire le ragioni che lo spinsero alla rivolta e le posizioni da lui adottate nelle diverse situazioni critiche.

   Nell’esporre l’evolversi degli eventi della sua vita è stata data particolare enfasi alla purezza del suo pensiero, alla priorità che egli attribuiva alla purificazione e alla realizzazione interiore rispetto alla mera conoscenza teorica e all’impegno socio-politico, all’influenza che ebbero le sue qualità spirituali e intellettuali lungo il corso della sua vita e della sua battaglia.

   L’unitarietà della personalità dell’imām Khomeini, la completezza e la solidità della sua scuola di pensiero, la portata universale della sua rivolta e della Rivoluzione Islamica, che andavano ben oltre i problemi e le riforme di un singolo paese o comunità, richiedono pertanto una accurata panoramica dei suoi principi morali, della sua fedeltà all’Islam e della sua condotta nei vari periodi della sua vita, piuttosto che uno studio limitato ad un determinato aspetto o lato della sua personalità. Questo libro vuole essere dunque un breve visione d’insieme di un uomo di ineguagliabile dignità e  grandezza.

   Noi ci siamo sforzati di trarre le nostre conclusioni dai fatti e di analizzare le posizioni assunte dal popolo e le tendenze ideologiche e politiche secondo i criteri e le linee guida dell’imām Khomeini. Ad ogni modo, questo lavoro non è scevro da errori e imprecisioni, per cui a tutti i nostri cari lettori e agli storici devoti all’imām Khomeini e meglio informati sulla vita e gli ideali chiediamo di far presenti tutte le inesattezze e, per quanto possibile, gli errori in cui potrebbero imbattersi.

 

Hamid Ansari

 Dicembre1994

 

 

  Il Racconto del Risveglio

Capitolo Primo

 

 

 


 

 

   Il 24 settembre del 1902, che nel calendario islamico corrispondeva al giorno di Kawthar[1], in un piccolo villaggio dell’Iran nacque un bambino che più tardi, con la sua rivolta in nome di Dio, avrebbe cambiato il destino dell’Iran e dell’intero mondo islamico. Egli infatti avrebbe guidato una rivoluzione politica e spirituale contro quelle grandi potenze mondiali e quei nemici della libertà e dell’indipendenza dei popoli che, fin dal suo ergersi, si organizzarono e fecero di tutto per sopprimerla. Fino a oggi hanno però fallito in tutti i loro tentativi di contrastare la sua opera, il suo pensiero e la dottrina da lui testimoniata.

   Quel giorno nessuno poteva immaginare che quel bambino sarebbe divenuto l’“imām Khomeini”, l’uomo che non solo avrebbe guidato un movimento e una rivolta in difesa dell’indipendenza del suo paese e della dignità della nazione islamica (ummah), ma che sarebbe divenuto il vivificatore della religione e del Divino in una epoca in cui si assisteva al rovesciamento di tutti i valori.

   Il 20 del mese islamico di Jamadi II, dicevamo, è il giorno di Kawthar. All’epoca del Profeta dell’Islam[2], dopo che i suoi figli erano morti uno dopo l’altro, i politeisti della tribù dei Quraish si rallegrarono e schernirono il Profeta, affermando che la sua progenie non sarebbe sopravvissuta. Ma proprio allora ci fu questa rivelazione da parte di Dio:

    In verità ti abbiamo dato l’abbondanza. Esegui l’orazione per il tuo Signore e sacrifica! In verità sarà colui che ti odia a non avere seguito.[3]

    In quel giorno nacque infatti l’essenza stessa, la fonte, Kawthar appunto, dell’autorità e dell’imamato, Fātima[4], considerata la regina della castità e della fede e destinata a divenire moglie dell’imām ‘Alī[5], cugino del Profeta, insieme al quale darà vita a una generazione di cui le undici stelle dell’imamato[6], che risplendono lunga la via della salvezza, rappresentano l’unico modello perfetto.

   Una generazione di cui la pace e la guerra, le preghiere e il silenzio, la pazienza, la sapienza, la vita di costante resistenza, dolore e martirio e infine l’occultamento dell’ultimo imām[7] si rivelano essere dei doni divini e, al tempo stesso, sono la prova che i servi di Dio non sono abbandonati a se stessi durante i periodi di decadenza, imprigionati nei meandri del tempo e della natura. Sono la prova che i cercatori di verità e coloro che si incamminano sulla retta via hanno sempre un Guida, e che il mondo non è mai privo dei segni della Presenza Divina.

   Secondo la dottrina islamica sciita, il periodo di occultazione dell’imām Mahdī cominciò quando la battaglia tra il Bene e il Male era già in corso. Generazione dopo generazione i deviati, i mammonisti, i corruttori e gli ignoranti si sollevarono nel loro fronte oscuro e demonico, mentre dal lato opposto i credenti pieni di fede e gli uomini guidati in maniera pura prendevano posizione sul loro fronte illuminato.

   Le luci della Rivelazione si erano irradiati sul mondo e l’Islam, attraverso la conquista dei cuori di diversi popoli, aveva esteso il suo dominio dal lontano Oriente fino al cuore dell’Europa. L’Islam infatti ebbe una espansione[8] repentina, prodigiosa, grazie alla quale l’intera umanità beneficiò di uno balzo in avanti e di un progresso straordinario nel campo delle scienze, della cultura, delle arti e di tutti quei campi che appartengono a una civiltà basata sulle solide fondamenta della fede e della volontà.

   La consapevole e naturale adesione al messaggio di salvezza del Profeta fu così profonda e diffusa che la debolezza e la violenza dei governanti incompetenti stentavano a contrastare l’avanzata dell’Islam. Nell’Europa medievale individui assetati di potere e di ricchezze, emergendo dal loro mondo oscuro, presero posizione dietro la sacra croce per contrastare il messaggio di colui il cui avvento era stato profetizzato dallo stesso Gesù Cristo, mentre la Chiesa, priva dello spirito del messaggio di Gesù, era costretta a reprimere con violenza le idee a cui non riusciva a rispondere o che non riusciva a confutare in modo esaustivo, perdendo così sempre più la sua credibilità. Sorprendentemente però, proprio nel momento in cui i musulmani possedevano le capacità per portare l’Islam sino agli estremi confini del mondo, tra loro si accesero i fuochi del dissidio, della sete di potere e dell’ipocrisia.

   A partire dal XV secolo una serie di cause e di fattori preparò il terreno per i cambiamenti scientifici e industriali in Europa, con la continua invenzione di nuove macchine e nuove tecnologie che ben presto però caddero nelle mani dei nemici dell’Islam e divennero strumenti d’oppressione. Mentre lo sviluppo di nuove scienze e tecnologie, a cui l’Islam diede a suo tempo un contributo decisivo, dava nuova linfa alla stagnante e apatica civiltà europea, i governanti delle terre islamiche si cullavano vergognosamente nella negligenza e nell’indifferenza, invece di prendere appropriate contromisure per colmare il divario che si stava formando. Di conseguenza, i nemici dell’Islam divennero ogni giorno sempre più forti, riuscendo a estendere i loro possedimenti fino a quando anche parti del mondo islamico furono da loro direttamente attaccati. La storia occulta del dominio delle potenze occidentali e l’interferenza dei colonialisti nei destini delle terre islamiche si protrasse così per diversi secoli. 

   In Iran, in particolare, le dinastie si susseguirono al potere una dopo l’altra.[9] A dispetto della costante oppressione che il popolo persiano era costretto a subire, lo stesso che aveva in maniera molto naturale accettato il monoteismo, esso riuscì comunque a rimanere per lungo tempo l’avanguardia della cultura e della civiltà islamica. Ma col tempo l’oppressione dei monarchi e le attività dei colonialisti miranti alla divisione e alla discordia trovarono sempre nuovo spazio, specialmente ove il nemico riuscì a introdurre sulla scena l’uso di nuove devastanti tecniche di dominio, quali le idee di “sviluppo” e “progresso”.

   Il tradimento dei monarchi Qājār[10], che regnarono sull’Iran dal 1774 al 1925 e il cui governo coincise con il periodo dell’interferenza Anglo-Russa, ebbe delle gravi conseguenze. Le ambasciate delle potenze coloniali erano coinvolte direttamente e interferivano in tutti settori degli affari del paese, perfino nella nomina e nel congedo dei ministri dello Stato, delle corti e degli ufficiali militari. Fu quello il periodo, pieno di afflizione e dolore, in cui larghe fette del territorio iraniano e delle terre islamiche furono ceduti agli stranieri attraverso accordi e trattati ambigui, mentre all’interno del paese l’insicurezza, l’ingiustizia e la corruzione del governo divennero la norma.

   Ad ogni modo, durante il XIX secolo, il decreto di boicottaggio del tabacco,[11] emanato dal grande sapiente Āyatallāh Mīrzā Hasan al-Shīrāzī (m. 1895), i richiami e gli appelli riformatori di Sayyid Jamāl al-Dīn Asadabadi[12] e le rivolte del clero contro il colonialismo britannico in Iran e a Najaf, rivelarono la forza e l’influenza ancora possedute dal sapienti religiosi.

   Il governo britannico, riconoscendo la fonte del pericolo, attraverso vari trucchi e stratagemmi diede inizio a una riforma anticlericale e a una separazione della religione dalla politica. In mezzo a tutto questo i massoni e altri ambigui elementi “occidentalizzati” sotto un sedicente intellettualismo appiccavano e alimentavano nel paese i fuochi della sovversione. In particolare Muzaffaraddin Shāh[13] Qājār, sul trono dal 1895 al 1906, invece di appoggiarsi sul suo popolo fece di tutto per ottenere l’appoggio Anglo-Russo al fine di realizzare i propri desideri e propositi egoistici. E gli altri paesi islamici non vivevano tempi migliori, impantananti come erano nelle stesse miserevoli condizioni.

   Questa era la situazione del mondo islamico quando il 24 settembre del 1902 a Khomein, piccola città situata in una provincia centrale dell’Iran, da una devota e colta famiglia, dedita alla sforzo sulla via di Dio e appartenente alla progenie di Fātima[14], nacque un bambino a cui fu dato il nome di Rūhallāh Al-Musawi al-Khomeini.

   Grazie a questa sua discendenza, egli ereditò delle caratteristiche ataviche tra cui la capacità di essere una guida per il popolo e di acquisire la conoscenza divina. Suo padre era l’Āyatallāh Sayyid Mustafa Khomeini, contemporaneo del grande Āyatallāh Shīrāzī. Dopo aver acquisito una profonda conoscenza islamica durante i diversi anni trascorsi a Najaf ove divenne mujtahid[15], il padre dell’imām Khomeini ritornò in Iran divenendo una guida religiosa e un supporto per la gente di Khomein. Quando Rūhallāh aveva appena cinque mesi, suo padre aveva preso posizione contro i soprusi degli agenti governativi e, a causa del suo appello per la ricerca della verità, fu assassinato mentre era in viaggio tra Khomein e Arak. La sua gente andò a Tehran chiedendo la promulgazione di un editto religioso per fare giustizia, persistendo fino a ottenere la condanna a morte degli assassini.

   Fin dalla sua giovinezza dunque l’imām Khomeini capì cosa significasse essere orfano e soprattutto cosa fosse il martirio. La sua infanzia e gli anni della giovinezza trascorsero quindi sotto la supervisione della sua devota madre Banu Hajar, essa stessa proveniente da una famiglia colta e devota, essendo nipote dell’Āyatallāh Khwānsārī, e di sua zia, Sahiba Khānom, donna coraggiosa e sincera. Ma all’età di quindici anni per il giovane Khomeini venne meno anche la cura di queste due care donne.

   Durante l’infanzia e l’adolescenza, l’imām Khomeini, grazie alla sua intelligenza fuori dal comune, raggiunse dei risultati straordinari nello studio delle scienze tradizionali e acquisì un patrimonio considerevole negli studi preliminari alla hawza[16]. Questi studi riguardavano la lingua araba, la logica, i fondamenti di diritto islamico e la teologia. In questo periodo tra i suoi maestri si distinse il fratello maggiore Āyatallāh Sayyid Mortadā Pasandīde (m. 1978). Conclusa questa fase propedeutica, nel 1920 partì alla volta della hawza di Arak.

   Nel 1922 però, subito dopo l’arrivo a Qom[17] del grande Āyatallāh ‘Abd al-Karīm Hā’erī Yazdī (m. 1937)[18], anche l’imām Khomeini si trasferì alla hawza della città santa, ove prese lezioni complementari, tra le quali quelle di retorica basate sul Mutawwal[19] sotto la guida di Mīrzā Muhammad ‘Alī Adib Tehrānī.

   Tra il 1924 e il 1925 completò il suo ciclo di studi con l’Āyatallāh Sayyid Muhammad Taqi Khwānsāri ma soprattutto con l’Āyatallāh Sayyid ‘Alī Yathribī Kāshānī, apprendendo i principi di diritto islamico con il più grande maestro della hawza di Qom, l’Āyatallāh Hā’erī Yazdī.

   La sensibilità e lo spirito di ricerca dell’imām Khomeini non poterono però trovare ristoro solo con la lingua araba e le lezioni di giurisprudenza e di teologia. Egli era interessato anche ad altre scienze, per cui, oltre alle lezioni di diritto islamico ricevute dai sapienti del tempo, seguì le lezioni di matematica, astronomia e filosofia prima con Hādjdj Sayyed Abū l-Hasan Rafi’ī Qazwīnī (1892-1975) e successivamente con Mirza ‘Alī-Akbar Hakami Yazdī (1853-1926), oltre a quelle riguardanti le scienze spirituali e l’esoterismo. Egli prese inoltre lezioni di retorica, poetica, filosofia islamica e occidentale con Agha Sheikh Muhammad Reza Masjdiedshāhī Isfahani, e di etica e gnosi con l’Āyatallāh Djawād Malekī-Tabrīzī (m. 1924). Tra il 1929 e il 1936 inoltre studiò i più alti livelli di gnosi[20] teoretica e pratica sotto la guida dell’Āyatallāh  Muhammad ‘Alī Shāhābādī (1874-1950).[21]  

   Dopo la morte del grande Āyatallāh Hā’erī Yazdī (1937), gli sforzi dell’imām Khomeini e di altri sapienti di Qom diedero i loro frutti e il grande Āyatallāh Borūdjerdī (1875-1962)[22] divenne capo della hawza di Qom. Da questo momento l’imām Khomeini fu riconosciuto come uno dei maestri e giureconsulti con autorità nel campo del diritto islamico, della teologia, della filosofia, della gnosi e dell’etica. Il suo ascetismo, la sua castità, la sua devozione divennero presto un esempio sia per l’èlite religiosa che per la gente comune.

   Furono queste nobili virtù, acquisite dopo anni di autodisciplina, di sforzo interiore e di pratiche ascetiche, e i principi e i concetti della gnosi applicati nella sua vita personale e sociale, insieme alla sua accortezza politica, a contribuire significativamente alla conservazione di una profonda conoscenza nelle hawza, della forza del clero e dell’autorità della religione quali unico rifugio per la gente in quei giorni d’oppressione. Uno dei meriti dell’imām Khomeini, ottenuto attraverso l’uso costante della sua sapienza così come delle sue risorse materiali, fu quello di aver contribuito al rafforzamento della hawza di Qom, rimanendo sempre, quale loro strenuo difensore, dalle parte degli Āyatallāh Hā’erī Yazdī e Borūdjerdī.

   Quando nel 1962 l’Āyatallāh Borūdjerdī morì vi fu un ampio appoggio all’imām Khomeini, da parte degli allievi, dei sapienti e della comunità islamica affinché divenisse marja’[23], anche se egli fu sempre attento a non far nulla che potesse far pensare a possibili ambizioni o desideri di potere, consigliando anche ai suoi amici di non essere ambiziosi e di non pensare a simili traguardi. Anche quando gli uomini più consapevoli della società islamica riconobbero in lui il precursore del verità e del puro Islam e videro le loro speranze riflettersi nelle sue virtù, nella sua sapienza e nella sua levatura spirituale, non vi fu alcun cambiamento nel suo stile di vita. Anzi egli affermava di frequente: “Io mi considero un servo e un soldato dell’Islam e della nazione”.

   Questo è l’uomo che rispose “niente” quando gli chiesero cosa provava a tornare a casa (era il 1 Febbraio 1979) con dieci milioni di persone che erano in attesa di accoglierlo. Il giornalista che aveva posto quella domanda immaginava evidentemente che, come tutti i capi politici, anche l’imām Khomeini fosse molto eccitato nel vedere simili manifestazioni e cerimonie di benvenuto. Ma la sua risposta provava che egli era un tipo d’uomo differente, perché egli, come spesso aveva dichiarato, considerava l’ottenimento del compiacimento di Dio e l’adempimento del proprio dovere l’unico criterio per tutte le azioni e le condotte di vita. In altre parole, i suoi atti non furono altro che adempimenti dei doveri che sentiva di avere verso Dio.

   Così per colui il quale vive per il compiacimento di Dio, il potere o l’arresto, la prigione o la deportazione sono cose di poco conto. Ciò è testimoniato dal fatto che diverse decine di anni prima del ritorno trionfante, mentre ricercava la conoscenza di Dio attraverso la gnosi pratica, egli si era distaccato dal mondo e da tutto ciò che questo contiene, inoltrandosi sulla strada dell’estinzione e dell’unione con il suo Signore. Forse una migliore e più degna risposta a questa questione può essere rintracciata nei seguenti versi di una sua poesia[24]:

 

Scegli la Taverna,

distaccati da tutte le persone,

il Cuore ha riposto le sue speranze

nella Volontà Divina qualunque essa sia,

e in nient’altro.

 

   Per molti anni l’imām Khomeini insegnò diritto islamico, teologia, esoterismo ed etica islamica nelle scuole teologiche di Qom, tra cui la Faiziyya, la moschea Aazam, la moschea Muhammadiyya, la scuola di Haj Mulla Sadiq, la moschea Salmasi, ecc. Egli insegnò ai più alti livelli diritto islamico e la sapienza della Famiglia del Profeta per 14 anni alla moschea Sheikh Ansari, nel Centro teologico di Najaf. E fu proprio a Najaf che l’imām Khomeini per la prima volta incluse nelle sue lezioni di diritto islamico i fondamenti teorici del governo islamico. I suoi studenti affermarono che le sue lezioni e i suoi corsi erano tra i più quotati della hawza di Najaf.

   Alcuni dei suoi corsi a Qom vedevano la partecipazione anche di 1200 studenti, tra i quali vi erano anche affermati mujtahedin che volevano beneficire della sua sapienza. I frutti del suo insegnamento comprendono l’apprendistato e l’educazione di centinaia, forse è meglio dire migliaia, considerando la durata della sua docenza, di sapienti e di allievi, ognuno dei quali sta attualmente illuminando la hawza. Molti sapienti di oggi, noti mujtahedin ed eminenti gnostici sono stati tra gli studenti dell’imām Khomeini a Qom o in altri centri di studio. Grandi pensatori come Motahharī[25] e Beheshti[26], ad esempio, si sentirono onorati di aver beneficiato dei suoi insegnamenti. Oggi la maggior parte del clero che guida la Repubblica Islamica in tutti gli ambiti civili appartiene alla generazione che fu educata alla scuola di diritto islamico e scienze politiche dell’imām Khomeini.

   Delle dimensioni e delle caratteristiche della scuola di pensiero dell’imām Khomeini, in tutti i suoi vari campi, avremo modo di riparlarne più avanti. In appendice, inoltre, è riportata una breve panoramica delle sue opere.

   Lo spirito di sfida e lo sforzo sulla via di Dio hanno le loro radici nel retroterra religioso dell’imām Khomeini, nel contesto della sua famiglia e nelle condizioni socio-politiche in cui si è dispiegata la sua esistenza terrena. Le sue sfide cominciarono quando egli era ancora molto giovane e gradualmente evolsero e si perfezionarono a seguito della sua maturazione spirituale e intellettuale da un lato, e dell’evoluzione delle condizioni socio-politiche dell’Iran e della comunità islamica dall’altro.

   Durante il 1961 e il 1962 le dispute nei consigli[27] delle città e dei villaggi rappresentarono una opportunità per l’imām Khomeini di agire come guida del clero. La rivolta generale del clero e della nazione iraniana il 5 Giugno del 1963 fu caratterizzata da due fattori determinanti: l’autorità dell’imām Khomeini e gli ideali islamici da una parte, i moti e gli obiettivi del movimento dall’altra. Si aprì così una nuova fase nelle battaglie della nazione iraniana che sarà successivamente conosciuta in tutto il mondo come Rivoluzione Islamica.

   Va ricordato che l’imām Khomeini nacque in un momento in cui l’Iran stava attraversando uno dei periodo più difficili della sua storia. Il cosiddetto Movimento per la Costituzione[28] non aveva portato a risultati significativi a causa degli inganni e dell’opposizione degli agenti britannici presenti alla corte Qājār, ma anche perché all’interno dello stesso movimento vi erano dei contrasti oltre che dei veri e propri tradimenti operati da alcuni intellettuali “occidentalizzati”. Il clero, a dispetto del suo ruolo di guida all’interno del movimento, fu messo da parte con stratagemmi e raggiri, e ancora una volta il risultato finale fu l’instaurazione di un governo dittatoriale.

   La natura esclusivista della monarchia Qājār, unita la debolezza e l’impotenza dei suoi governanti avevano fatto scivolare il paese nel caos sociale e politico. Ai Khān e ai ribelli fu concessa mano libera di violare a piacimento la sicurezza della gente. In simili condizioni, nei villaggi, nelle città e nelle altre aree il clero era l’unico rifugio che la gente aveva. Come affermato più sopra, il padre dell’imām Khomeini fu assassinato perchè difendeva i suoi sacrosanti diritti e quelli della gente del suo paese contro i Khān e gli agenti del governo del tempo. Da allora la sua famiglia si abituò per lungo a continui trasferimenti.

   L’imām Khomeini, che aveva vissuto le due guerre mondiali, ha descritto i suoi ricordi della prima guerra mondiale quando, all’età di 12 anni, frequentava la scuola elementare ed era solito osservare le truppe russe nel centro di Khomein. In quel periodo, ricordava, si era spesso soggetti ad attacchi e riguardo ai Khān e ai ribelli che, sotto la protezione del governo, derubavano la gente e violentavano le donne, affermò[29]:

 

   Sono stato in guerra da quando sono nato…noi eravamo invasi dai Zulqise e dai Rajabalis[30]  e avevamo fucili per difenderci. Durante i primi anni della mia adolescenza eravamo soliti visitare i bunker per portare aiuto mentre i ruffiani cercavano di colpirci e derubarci…A Khomein eravamo soliti costruire dei bunker ovunque ci trovavamo. Io, poi, avevo un fucile nonostante fossi un bambino. All’età di 16 o 17 anni ci erano stati dati fucili e avevamo imparato, e poi insegnato, a usarli. Dai bunker potevamo colpire i nemici, mentre ovunque il caos aveva il sopravvento. Il governo centrale era impotente. Essi una volta presero un sobborgo di Khomein ma la gente vi si opponeva. La gente prendeva le armi e noi eravamo dalla sua parte.

 

   Nel 1920 il colpo di Stato di Reza Khān Mir-Panj[31] fu, secondo le fonti storiche più attendibili, organizzato e supportato dai britannici. Sebbene pose fine al governo Qājār e in qualche modo limitò il sistema oppressivo dei Khān e dei vari ribelli dispersi, il colpo di Stato diede vita a un sistema dittatoriale in cui un migliaio di famiglie governavano il destino di una intera nazione e in cui i Pahlavi cominciarono a utilizzare gli stessi metodi dei Khān e dei ribelli.

   Durante i 20 anni del suo regno, Reza Khān si impossessò di cerca metà di tutte le terre fertili dell’Iran stilando in maniera ufficiale gli atti di proprietà e i documenti a suo nome. Egli diede vita a una organismo molto più ampio di un normale ministero destinato solo alla preservazione e alla protezione delle “Proprietà Speciali del Re”. Egli giunse a possedere copie di atti legislativi approvati dall’accondiscendente parlamento che legalizzavano il trasferimento alla sua persona di numerosi terreni, anche di quelli religiosamente assegnati. I conti riguardanti le proprietà reali e i gioielli, l’usurpazione di numerose ditte commerciali e di varie industrie compongono la maggior parte della sua biografia scritta dai suoi seguaci.

   La sua politica interna si fondava su tre punti: “governo militare e poliziesco duro e implacabile”, “lotta a tutto campo contro la religione e il clero”, “occidentalizzazione”. Queste politiche si dispiegarono nel tempo e furono consolidate durante l’intero periodo della monarchia. In queste condizioni il clero iraniano, dopo l’esperienza del movimento costituzionale, pur se costantemente attaccato dai governanti del tempo, dagli agenti britannici e dall’animosità di sedicenti intellettuali, riuscì a prendere delle contromisure per preservare l’Islam e se stesso.

   Su invito dei sapienti di Qom, il grande Āyatallāh Hā’erī Yazdī si trasferì da Arak a Qom. Dopo poco tempo vi si trasferì anche l’imām Khomeini, che grazie al suo straordinario talento aveva già completato gli studi preliminari ad Arak e Khomein, dandosi subito da fare per rafforzare la sua neonata hawza. Egli si distinse e fu apprezzato come un allievo straordinariamente dotato e preparato su argomenti quali esoterismo, diritto islamico e filosofia.    

   Come avevamo sottolineato, in simili circostanze la preservazione del clero e della marja’iyya era una necessità imperante al fine di contrastare e limitare le politiche anticlericali e le mire di Reza Khān e di suo figlio. Quindi l’imām Khomeini, nonostante le differenze di vedute rispetto all’Āyatallāh Hā’erī Yazdī e all’Āyatallāh Borūdjerdī riguardo al metodo d’opposizione e sull’approccio che il clero e i sapienti avrebbero dovuto adottare rispetto alle nuove condizioni che si erano venute a creare, ed anche, in generale, sul ruolo del clero in relazione a ciò, rimase sempre uno strenuo difensore dell’autorità della marja’iyya durante il periodo di attività di entrambe le autorevoli personalità menzionate. Egli rimase sempre al loro servizio.

   L’imām Khomeini aveva sempre dimostrato grande interesse per le vicende sociali e politiche. Dopo aver assicurato il suo potere monarchico, Reza Khān in pochi anni di regno escogitò e cominciò a portare avanti un ambizioso programma di sradicamento della influenza della cultura islamica nella società iraniana. In aggiunta alle censure imposte al clero, attraverso circolari ufficiali, ordinò che tutte le lamentazioni e le invocazioni per gli imām fossero proibite. I sermoni religiosi vennero banditi, mentre furono sospesi nelle scuole l’insegnamento della religione e del Corano l’esecuzione delle preghiere. Reza Khān cominciò a pronunciare discorsi in cui accennava alla prossima proibizione del velo per le donne musulmane iraniane. Prima che Reza Khān rivelasse pubblicamente i suoi obiettivi e le sue mire, il clero divenne il primo difensore del popolo e, consapevole delle politiche e dei piani di Reza Khān, decise di mostrare la propria opposizione.

   Nel 1927 il clero di Isfahan guidato dall’Āyatallāh Agha Nurullah Isfahani in segno di protesta si trasferì a Qom per chiedere asilo. Questa mossa fu seguita da altri sapienti di altre città. Nel 105-esimo giorno della migrazione del clero a Qom e della loro richiesta di asilo ci fu una finta ritrattazione da parte di Reza Khān e Mokhber O’Saltaneh, allora Primo Ministro, in cui si accettavano e attuavano i termini proposti dai sapienti rifugiati. Nel dicembre del 1927, con l’assassinio della guida della rivolta da parte degli agenti di Reza Khān, l’asilo terminò.

   Questo avvenimento rappresentò una opportunità per il giovane, intelligente e coraggioso allievo di nome Ruhollah Khomeini, per fare esperienza e approfondire i problemi e i metodi di lotta e di resistenza che il clero stava portando avanti contro Reza Khān. Nel 1927 uno scontro verbale tra Reza Khān e l’Āyatallāh Bafqi a Qom portò all’occupazione della città da parte dell’esercito e l’arresto di questo combattivo Āyatallāh, con la conseguente sua deportazione a Rey. Questo evento ed altri episodi simili, come i procedimenti emanati dal Parlamento in quei giorni, e in particolare le sfide lanciate da un famoso sapiente, deputato dello stesso Parlamento, l’Āyatallāh Sayyid Hasan Mudarres,[32] lasciarono una traccia indelebile sulla sensibile e ardente anima dell’imām Khomeini.

   Quando Reza Khān, al fine di distruggere una volta per tutte la hawza di Qom, ordinò che tutti i sapienti avrebbero dovuto superare una sorta di esame di Stato, l’imām Khomeini cominciò a intravedere i veri fini di questo decreto e decise di passare all’azione. Egli aveva messo in guardia i sapienti più ingenui, che avevano interpretato il decreto come un tentativo di riforma. Sfortunatamente in quegli anni il clero iraniano, colpito dalla massiccia propaganda del governo, dalle nuove e sempre più difficili condizioni sociali e con il ricordo sempre vivo delle dispute e delle divisioni che avevano caratterizzato il movimento post-costituzionale, era rimasto sempre più isolato. Anche l’insegnamento della gnosi e della filosofia, discipline che ultimamente avevano illuminato e risvegliato le menti e le coscienze, oltre alle discussioni riguardanti i problemi e le vicissitudini quotidiane, fu bandito da individui dalla mentalità ottusa che si consideravano sapienti. In queste condizioni, anche l’imām Khomeini ricevette pressioni in tal senso, ossia di porre fine alle sue lezioni[33] di filosofia, gnosi ed etica. Egli però continuò a insegnarle in segreto, come più tardi testimoniarono illustri suoi allievi come Motahharī.

   Ad ogni modo, come risultato della strenua resistenza dei sapienti e del popolo, Reza Khān, nonostante tutti i suoi sforzo di distruggere l’Islam, di convincere le donne ad abbandonare il codice d’abbigliamento islamico, di porre fine ai riti, alle cerimonie e alle ricorrenze religiose, incontrò forti resistenze e in molti casi fu costretto a ritrattare.

   Dopo la morte del grande Āyatallāh Hā’erī Yazdī, avvenuta il 10 gennaio del 1937, la hawza di Qom rischiava il collasso, per cui i sapienti cercarono un rimedio per evitarlo. Così per un periodo di 8 anni la hawza fu supervisionata da alcuni grandi Āyatallāh: Sayyed Muhammad Hojjat, Sayyid Sadraddin Sadr e Sayyid Muhammad Taqi Khonsari. In questo interregno, in particolare dopo la caduta di Reza Khān, le condizioni divennero favorevoli per il ripristino del grado più alto della marja’iyya. Il grande Āyatallāh Borūdjerdī fu ampiamente riconosciuto come la personalità spirituale e intellettuale più adatta a succedere all’Āyatallāh Hā’erī Yazdī e a salvare così il prestigio della hawza. Questa proposta fu subito accolta dagli allievi dell’Āyatallāh Hā’erī Yazdī, tra cui l’imām Khomeini. Egli diede infatti il proprio sostegno all’idea di invitare l’Āyatallāh Borūdjerdī a trasferirsi a Qom e accettare la responsabilità di dirigere la hawza.

   L’imām Khomeini, che aveva accuratamente seguito le vicende politiche e tenuto d’occhio i problemi della società, oltre che della hawza, riusciva a entrare in possesso di informazioni riservate ed era pienamente consapevole, attraverso la lettura di libri, giornali e riviste, tenendo corrispondenze con Tehran e facendo regolari visite ai grandi sapienti come l’Āyatallāh Mudarres, che l’unica strada per superare le difficili condizioni che erano state imposte dopo il fallimento del movimento costituzionale, in particolare dopo che Reza Khān era arrivato al potere, fosse quella di tenere alta la vigilanza della hawza e rafforzare i legami spirituali e di protezione tra il popolo e il clero.

   Durante il trasferimento dell’Āyatallāh Borūdjerdī a Qom, l’imām Khomeini, ormai egli stesso noto e stimato mujtahid e assistente della hawza di Qom, lavorò sodo per rafforzare la posizione dell’Āyatallāh Borūdjerdī come marjda’ e, stando alle affermazioni dei suoi allievi, egli stesso partecipava alle lezioni di diritto islamico e teologia dell’Āyatallāh Borūdjerdī proprio per questo motivo. Per raggiungere tali obiettivi, nel 1949 l’imām Khomeini, in cooperazione con l’Āyatallāh Mortadā Hā’erī, preparò un piano di riforma essenziale della struttura della hawza e lo presentò all’Āyatallāh Borūdjerdī. Il piano ebbe molta risonanza e riscosse successo tra gli allievi dell’imām Khomeini e tra quelli più illuminati della hawza.

   Quando la proposta stava per essere accettata e la hawza era sul punto di riorganizzarsi in una rinomata e più efficiente organizzazione accademica, gli stessi sedicenti sapienti che avevano espresso dubbi sul piano abbandonarono improvvisamente la loro indolente e isolata vita quotidiana e cominciarono a opporvisi. L’opposizione arrivò a un punto tale che l’Āyatallāh Borūdjerdī, contrariamente alle sue iniziali vedute e personali inclinazioni, fu costretto ad abbandonare la sua funzione. L’Āyatallāh Hā’erī, irritato da questa decisione, si ritirò per qualche tempo a Mashad. Comunque l’imām Khomeini, a dispetto delle difficili condizioni e del suo dispiacere per la decisione del maestro e per simili attriti, non smise di sperare nel futuro risveglio e attivismo della hawza.

 

 

 

    Durante la seconda guerra mondiale l’Iran era stato occupato dalle aggressive truppe Alleate. Il dittatore che per 20 anni, e con ingenti somme, aveva acquistato armi per reprimere il suo popolo, alzò le mani in segno di sottomissione di fronte ai primi attacchi delle forze occupanti. Come confessò suo figlio Muhammad Reza, i suoi soldati, che avevano sparato solo alcuni colpi di addestramento, si dileguarono prima ancora di imbattersi con gli aggressori. Nonostante tutta la sua millanteria, Reza Shāh fu dunque miseramente detronizzato e mandato in esilio. I suoi patrimoni, ammassati a prezzo della generale povertà del popolo e durante anni di appropriazione indebita delle risorse nazionali, ammontavano a quel tempo a 680 milioni di rials. Il profondo senso di umiliazione dovuto all’occupazione del paese fu così accompagnato dall’immenso piacere per la caduta del dittatore, un paradosso che aveva certamente molto da insegnare.

   L’ambasciata britannica, avuta luce verde dall’altro alleato, la Russia, portò avanti il nome di Muhammad Reza per rimpiazzare suo padre. Si aprì un nuovo capitolo pieno di lotte e di stagnazione lungo 37 anni durante i quali la nazione fu privata dell’indipendenza e dell’onore. Nei primi due anni di regno traballante ci fu ad ogni modo un ristretto margine di dialettica politica, per cui gli individui e i partiti cominciarono a dichiarare i loro obiettivi e i loro ideali. Alcuni sostenevano un nazionalismo che, in sostanza, era in sintonia con le vedute del giovane monarca, mentre altri tentarono di infiltrarsi nelle agenzie governative e nelle elezioni parlamentari. Un combattivo sapiente religioso come Mudarres, che in queste circostanze poteva essere un punto di riferimento per la rivolta, era stato preventivamente assassinato dagli agenti di Reza Khān. I comunisti e gli altri partiti di sinistra regolarono le loro posizioni attendendo istruzioni da Mosca e dai suoi accoliti.

   Le hawza, come detto, erano rimaste isolate a causa degli attacchi di Reza Khān ed erano incapaci di prendere delle iniziative significative all’interno del panorama sociale e politico. Ad ogni modo, anche in queste condizioni, ci fu chi, come Navvab Safavi (1924-1955)[34], cercò insieme ai suoi seguaci di trovare il modo di spianare la strada per una futura rivolta armata e per l’instaurazione di un Governo islamico.

   Nel descrivere la solitudine dei rivoltosi durante gli anni terribili imposti dal governo di Reza Khān, l’imām Khomeini scrisse i seguenti versi:

 

Dove possiamo cercare soccorso dalla tirannia di Reza Khān?

Per chi piangere lontano dalle azioni del Demonio?

Quando vi erano ancora voci sospiranti e sono state spezzate.

Ora che non resta alcun sospiro con cui piangere.

  

   L’imām Khomeini, approfittando dell’occasione, aveva compilato e pubblicato nel 1945 il libro Kashful-Asrar[35] (Lo Svelamento dei Segreti), in cui tra le altre cose denunciava le atrocità di vent’anni di regime Pahlevi ed elaborava l’idea del Governo Islamico e della necessità della sua instaurazione. Difendendo l’Islam e il clero, l’imām Khomeini rispondeva ai dubbi e allo scetticismo di tutti quelli che si erano smarriti.

   Il 4 maggio 1944 l’imām Khomeini fece la sua prima dichiarazione politica[36] in cui chiamava gli allievi delle scuole religiose e tutta la società islamica a una rivolta generale. Il contenuto e il tono con i quali era stata composta questa dichiarazione, oltre che i suoi destinatari, mostravano chiaramente che, in quei momenti difficili e nelle tormentate condizioni in cui versavano le hawza, egli non pensasse a una rivolta repentina, ma mirasse a risvegliare, a scuotere in qualche modo dal loro torpore i giovani allievi delle scuole religiose.

   Come ci si poteva aspettare, l’imām Khomeini non ricevette una risposta adeguata al suo appello, ma egli aveva comunque seminato alcuni raggi di speranza nei cuori degli allievi che ruotavano intorno a lui e che consideravano i suoi corsi come occasioni di incontri appassionati per le menti e i cuori più profondi. Dopo questi ultimi sforzi la personalità e la posizione politica dell’imām Khomeini cominciò a essere conosciuta meglio. Così gradualmente una cerchia di fedeli simpatizzanti cominciò a prendere posto tra i suoi allievi, molti dei quali saranno tra coloro che successivamente si sacrificheranno nella rivolta del giorno 15 del mese di Khordad e non lesineranno il loro impegno durante tutto il periodo dell’oppressione. E coloro che sopravviveranno alla prigione e alle torture fecero la loro parte dopo il trionfo della Rivoluzione in posti chiave, anche se in condizioni molto dure.

   L’idea di riformare la hawza era supportata dal suddetto gruppo ma, per le ragioni che abbiamo menzionato, non poté essere realizzata nelle condizioni prevalenti di quel tempo. Stando ai documenti storici e alle memorie, durante l’intero periodo della guida dell’Āyatallāh Borūdjerdī l’imām Khomeini, oltre al suo lavoro di ricerca, ai suoi corsi e alle sue lezioni nei vari campi del sapere, dedicava i suoi sforzi per rafforzare l’autorità della marja’iyya e delle hawza. Egli inoltre forniva informazioni di natura socio-politica e valutazioni dei vari problemi quotidiani al fine di lanciare tempestivi avvertimenti riguardo alle mire del regime e per prevenire l’infiltrazione di elementi indolenti o criminali.

   Nello stesso tempo, egli mantenne costanti rapporti con affidabili elementi politici a Tehran e con eminenti personalità quali l’Āyatallāh Kāshānī (1884-1962)[37], osservando inoltre il processo degli affari correnti attraverso una costante e attento esame  dei lavori del Parlamento, della stampa degna di fiducia e delle inchieste giornalistiche.

   Quando si diffusero delle voci riguardo alla decisione presa in una riunione dell’Assemblea costituente al fine di emendare la legge costituzionale nel 1949 e dare carta bianca allo Shāh, si vociferava che il grande Āyatallāh Borūdjerdī stava appoggiando tale riforma e si era incontrato con le autorità governative per discutere l’emendamento. L’imām Khomeini fu infastidito da queste voci e ne discusse personalmente con gli altri, decidendo infine di scrivere una lettera aperta, firmata da lui stesso e da altri sapienti della marja’iyya, indirizzata all’Āyatallāh Borūdjerdī in cui chiedeva a quest’ultimo di spiegare come stessero effettivamente le cose. L’Āyatallāh Borūdjerdī in una dichiarazione negò di aver dato il suo consenso alla riforma. Allo stesso tempo l’Āyatallāh Kashani, divulgando una sua dichiarazione dal suo esilio in Libano, sottolineò la necessità di resistere alla decisione dello Shāh.      

   Durante le XVI elezioni parlamentari, l’Āyatallāh Kāshānī  fu eletto come delegato del distretto di Tehran. La cooperazione e l’alleanza tra l’ala spiritualmente combattente del clero legata all’Āyatallāh Kashani e il Fronte Nazionale diede maggior peso ai sostenitori del Movimento Nazionale per il Petrolio, che mirava alla nazionalizzazione delle risorse petrolifere. I Fedaiyan-i Islam, che godevano dell’appoggio dell’Āyatallāh Kāshānī, nel corso di diverse operazioni infersero duri colpi al regime e il nazionalista Muhammad Mossadeq (1880-1967), capo del Fronte Nazionale, grazie a questa alleanza il 28 aprile 1951 divenne Primo ministro.[38]

   Egli però entrò subito in forte contrasto con lo Shāh, che non condivideva la sua politica economica. La crisi si acuì nel 1952 raggiungendo il culmine il 16 luglio, giorno in cui lo Shāh decise di destituirlo. A causa di tale decisione però il 21 luglio a Tehran ci fu una veemente protesta popolare che costrinse il monarca a tornare sui suoi passi. Tutto il paese festeggiò quindi la vittoria del movimento che voleva la nazionalizzazione dell’industria petrolifera, attesa oramai da lungo tempo.

   Ma ben presto nell’alleanza emersero dei contrasti. Le dispute tra i Fedaiyan-i Islam e l’Āyatallāh Kāshānī da una parte e i dirigenti del Fronte Nazionale dall’altra arrivarono ad un punto tale che si rese necessario un incontro e un confronto faccia a faccia risolutivo. L’Āyatallāh Kāshānī insisteva nella sua opposizione al pagamento di compensi alla Gran Bretagna per l’industria petrolifera nazionalizzata. Egli sosteneva infatti che era anzi la Gran Bretagna a dover compensare l’Iran per il petrolio rubato nel corso di 50 anni, intimando allo stesso Mossadeq di rispettare i relativi negoziati e accordi. L’Āyatallāh Kāshānī si opponeva anche alla sostituzione della Gran Bretagna con gli Stati Uniti e le società americane nell’industria petrolifera e in qualsiasi altra area dell’economia, visto che molti di quelli che avevano appoggiato il governo di Mossadeq erano apertamente a favore di tale ipotesi.   

   I danni provocati dalla partecipazione di elementi non religiosi al Movimento e l’alleanza con il partito comunista erano gli altri punti di disaccordo. Infatti man mano che l’autorità del Primo ministro e l’influenza degli elementi sopra menzionati aumentava all’interno del governo “nazionale”, incrementava una premeditata propaganda anti-religiosa. Con il tradimento del partito comunista si raggiunse il punto di rottura dell’alleanza e l’ala religiosa del Movimento fu definitivamente isolata. Gli Stati Uniti approfittarono di questa occasione e con un colpo di Stato, il 29 agosto 1953, soppressero l’opposizione e assicurarono il governo assoluto dello Shāh.

   Tutto quello che si può dedurre dai messaggi e dai discorsi successivi dell’imām Khomeini in relazione al Movimento è che, fin dall’inizio, egli era consapevole che questo non avrebbe avuto vita lunga. Il Movimento aveva riportato considerevoli vittorie nei suoi obiettivi anticoloniali, ma la nazionalizzazione dell’industria petrolifera aveva una intrinseca limitazione temporale, e non poteva garantire la continuità del Movimento per molto tempo.

    L’ala nazionalistica non condivideva molti degli ideali e degli obiettivi dell’ala religiosa, appoggiata invece dal popolo. La mancanza di unità e di una dirigenza unitaria, l’influenza e l’infiltrazione di elementi ambigui, la mancanza di comuni obiettivi politici e culturali a lungo termine, oltre all’appoggio generale dei musulmani iraniani, erano gli altri ostacoli che, in aggiunta agli intrighi orditi dagli americani e da altre potenze straniere, resero impossibile la sopravvivenza del Movimento. Il Movimento Nazionale per il Petrolio si rivelò, dunque, in scala minore, una replica delle condizioni sociali e politiche in cui venne a trovarsi il movimento costituzionale, sia nelle sue debolezze che nei suoi punti di forza, e andò incontro alla stessa fine. Anche l’ala religiosa mancava di unità e di un appoggio generale. Ad esempio, per diverse ragioni le attività dei Fedaiyan-i Islam e gli sforzi dell’Āyatallāh Kāshānī non erano appoggiate dall’Āyatallāh Borūdjerdī, la più grande autorità religiosa del tempo.

   In simili condizioni l’aperto sostegno di personalità come l’Āyatallāh Khonsari a Qom e il tacito assenso dell’imām Khomeini non sortirono alcun effetto significativo sull’involuzione del Movimento. Quindi ancor prima che il popolo iraniano potesse assaporare appieno il gusto della vittoria, dovette provare l’amarezza per le tristi conseguenze delle dispute e l’inevitabile declino del Movimento, con l’epilogo finale rappresentato del colpo di Stato.

   Ad ogni modo i Fedaiyan-i Islam non rinunciarono alla loro lotta. Due anni dopo, il 16 novembre del 1955, in un infruttuoso tentativo di giustiziare il Primo Ministro filo-britannico Husayn Ala (1882-1964), in quel momento in procinto di firmare l’accordo di Baghdad (Cento)[39], i suoi militanti furono però arrestati e i suoi dirigenti, dopo un processo nella corte militare segreta, condannati a morte nel dicembre 1955. Gli sforzi e i tentativi dell’imām Khomeini e di altri sapienti di evitare la loro esecuzione fallirono. Questi sfortunati e tristi eventi colpirono lo spirito sensibile dell’imām Khomeini, ma rappresentavano anche delle valide esperienze di cui si doveva far tesoro per pianificare meglio le successive azioni della rivolta.[40]

   Dopo il colpo di Stato del 1953, lo Shāh e la sua corte erano adesso a completa disposizione dell’Occidente, ma sotto differenti condizioni rispetto a quelle di qualche tempo prima. Il governo britannico infatti aveva ceduto il posto agli Stati Uniti. La formazione della Savak[41] nel 1958, l’eliminazione degli oppositori e l’aumento dell’oppressione miravano a creare le condizioni sociali favorevoli all’attuazione della riforma americana. Fu dunque tra il 1952 e il 1962 che gli Americani si riversarono nell’area del Golfo Persico per prendere la posizione precedentemente occupata dalla Gran Bretagna.

   La Guerra Fredda e la rivalità tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica avevano infatti incrementato l’importanza dell’area strategica del Golfo Persico. La Casa Bianca aveva messo gli occhi sulle risorse petrolifere dell’Iran e dell’intera regione, e aveva preferito l’Iran agli altri Stati della regione nella veste di guardiano e difensore degli interessi occidentali nell’area del Golfo Persico. Gli Stati Uniti aveva anche altri motivi per stabilire legami con lo Shāh e sostenere il suo regime. Lo scontro infatti fra i paesi islamici e Israele sembrava inevitabile. La natura della famiglia Pahlavi e le caratteristiche psicologiche dello Shāh costituivano delle basi di partenza favorevoli per la creazione di un freno nel mondo islamico. Anche il petrolio giocava un ruolo essenziale in questa vicenda. In caso di guerra tra gli Stati islamici e Israele, infatti, la conseguente carenza di energia poteva essere una minaccia impellente e causare ansietà nel mondo occidentale. In tali condizioni lo sviluppo dell’esplorazione petrolifera e lo sfruttamento in Iran, oltre alla stabilità del regime, potevano quindi assicurare un contenimento della crisi.

   Ma il tessuto sociale e l’economia tradizionalmente agricola dell’Iran costituirono il maggior ostacolo alla riforma americana, in quanto il paese non era preparato ad assorbire e investire le entrate del petrolio, che furono principalmente utilizzate per acquistare equipaggiamenti militari americani e per il consumo di prodotti americani.

   Decreti, piani e progetti per il cambiamento delle condizioni dell’Iran piovvero sul Senato e sull’Assemblea consultiva. Grazie a successive confessioni dei magnati del regime, e come rivelarono i documenti sequestrati nell’ambasciata americana in Iran, i contenuti di molti di questi decreti erano preparati negli Stati Uniti o nella stessa ambasciata in Iran. Il piano di riforma agraria[42] fu un passo sperimentale per preparare le basi per l’approvazione dei principi della cosiddetta Rivoluzione Bianca. Era un passo calcolato. La riforma della terra fu presentata con una grande propaganda e slogan quali “combattere i Khān”, ossia i signori feudali, “divisione delle terre tra i contadini” e “maggiore produttività”. Le opposizioni alle mire che si nascondevano dietro la riforma della terra, considerate una mera difesa dei privilegi dei latifondisti, vennero soppresse.

   Nel 1962 le nuove mosse degli Stati Uniti e quelle dello Shāh coincisero con due tristi eventi. Il primo fu la morte dell’Āyatallāh Borūdjerdī. I suoi positivi servigi e la sua levatura spirituale e intellettuale avevano reso la marja’iyya il più importante riferimento religioso nella vita sociale del popolo. Questo risultato, in se stesso, era stato un grande ostacolo per gli obiettivi del regime, e la sua perdita fu considerata irreparabile. Poco dopo morì anche il combattivo Āyatallāh Kāshānī, uno dei più acerrimi oppositori del regime.

   Dopo la morte dell’Āyatallāh Borūdjerdī, l’imām Khomeini, come nelle precedenti occasioni e nonostante gli appelli provenienti dal popolo e dalle hawza, non fece l’ultimo passo che lo avrebbe portato a diventare marjdae. Egli resistette anche alle proposte e alle azioni dei suoi seguaci,  dal momento che i suoi decreti riguardanti tutti i capitoli del libro Ta’lîqat ‘ala l-‘Urwati l-wurthqâ furono completati 5 anni prima della morte dell’Āyatallāh Borūdjerdī. Durante questi anni, anche le sue osservazioni a margine all’opera Wasîla an-nadjât[43] diventarono un libro. Lo sguardo distaccato dell’imām Khomeini verso il mondo e il suo disprezzo per le ricchezze mondane possono essere comprese attraverso le profonde argomentazioni etiche ed esoteriche presenti nelle sue opere quali Sharh-i Chihil Hadith (Quaranta Narrazioni), Sirr al-Salat (I Segreti della Preghiera) e Adab-i Namaz (I Riti della Preghiera), che furono tutti scritti molto prima di questa data.

   Dopo la morte dell’Āyatallāh Borūdjerdī e la scomparsa del grado più alto della marja’iyya, il regime procedeva con maggiore ritmo nell’applicazione delle riforme volute dagli Stati Uniti e nel cercare di trasferire tale grado all’estero. Ma aveva sbagliato i suoi calcoli.

   Il decreto riguardante l’ammissione dei candidati e degli elettori ai consigli locali e provinciali, che prevedeva la cancellazione della condizione per cui “bisognava essere musulmani, giurare sul Corano ed essere maschio”, fu approvato dal consiglio di gabinetto di Amir Asadollah Alam l’8 ottobre 1962. La possibilità per le donne di essere elette fu in realtà una copertura per nascondere altri intenti. La cancellazione e l’alterazione delle prime due condizioni era mirata alla legalizzazione della presenza di elementi bahā’ī nelle posizioni chiave del governo. Come dicevamo, una delle condizioni degli Stati Uniti per il loro sostegno allo Shāh era il sostegno di quest’ultimo a Israele e il consolidamento delle relazioni tra Iran e Israele. L’infiltrazione dei seguaci della setta colonialistica dei bahā’ī[44] nelle tre forze armate doveva assicurare questa condizione. Immediatamente dopo l’annuncio di questa notizia, l’imām Khomeini, accompagnandosi e consultandosi con altri grandi sapienti di Qom e Tehran, cominciò a protestare contro l’approvazione del decreto.

   Il ruolo dell’imām Khomeini nel denunciare i reali propositi del regime e nel puntualizzare la grande missione dei sapienti e delle hawza in questo frangente risultarono molto efficaci. I telegrammi e le lettere aperte di protesta inviate allo Shāh e al Primo ministro Alam generarono un vasto consenso in vari strati della popolazioni. Il tono di tali messaggi fu acuto e minaccioso allo stesso tempo. In uno di questi l’imām Khomeini invitava ancora una volta lo Shāh a ubbidire a Dio, ad attenersi alla Costituzione e a porre attenzione nel non violare il Corano e i decreti dei sapienti religiosi della nazione. Lo invitava altresì a non mettere in pericolo deliberatamente e senza alcun motivo il paese, altrimenti i sapienti non avrebbero esitato a esprimergli quello che pensavano di lui.

   Dapprima il regime si illuse di poter piegare il clero attraverso le minacce, le intimidazioni e la propaganda. In una trasmissione radio Alam dichiarò: “Il governo non modificherà il suo programma di riforma.” Ma la rivolta cresceva ogni giorno di più. I Bazar chiusero a Tehran, a Qom e in altre città, mentre il popolo si ritrovò nelle moschee a sostegno del movimento dei sapienti religiosi. Circa sei settimane dopo il governo fece un passo indietro attraverso una replica scritta da parte dello Shāh e del primo ministro, nel tentativo di calmare i sapienti e dare loro una giustificazione delle riforma.

   Il regime, consapevole della inflessibile personalità dell’imām Khomeini, non ebbe però il coraggio di scrivergli direttamente. Alcuni sapienti della hawza ritennero soddisfacente la posizione più accomodante assunta dal governo, ma l’imām Khomeini la rifiutò ostinatamente. Egli infatti era dell’opinione che il governo avrebbe dovuto apertamente e formalmente ripudiare il Decreto e rendere noti i suoi contenuti. In una dichiarazione rilasciata in risposta ad una domanda posta dalle corporazioni e dalle aziende di Qom, l’imām Khomeini affermò chiaramente che dietro l’approvazione di questo decreto si nascondeva la volontà del governo di introdurre elementi bahā’ī e agenti israeliani nelle istituzioni iraniane. Egli affermò chiaramente che la nazione islamica non sarebbe diventata tranquilla fino a quando questi pericoli non fossero stati scongiurati. Non solo, chi fosse rimasto in silenzio sarebbe stato responsabile davanti a Dio e condannato alla rovina in questo mondo.

   Con queste affermazioni l’imām Khomeini metteva in guardia il Senato e i membri del parlamento riguardo all’approvazione di questo decreto, avvertendo che non solo la nazione islamica e i sapienti islamici erano vivi e resistevano, ma avrebbero combattuto chiunque avesse tradito l’essenza dell’Islam e attentato alla castità e alle virtù dei musulmani.

   Alla fine il regime dovette ammettere la sconfitta. Era il 28 novembre 1962. Il governo annullò il provvedimento, informando le autorità religiose di Tehran e Qom. Nell’incontro che ebbe con i sapienti di Qom, l’imām Khomeini ribadì le sue posizioni e non considerò soddisfacente la silenziosa cancellazione del decreto, ma dichiarò che il movimento sarebbe andato avanti fino a quando la notizia dell’avvenuta cancellazione non fosse stata pubblicizzata dai mass media. Il giorno successivo la notizia apparve sui giornali di Stato, e il popolo celebrò la sua prima vittoria dai tempi del movimento per la nazionalizzazione del petrolio, vivendo quei giorni con gioia ed euforia.

   Il 2 dicembre alla moschea A’zam di Qom l’imām Khomeini[45], commentando le lezioni tenute alla hawza e la recente vittoria del popolo, rivolgendosi ai sapienti e ai suoi studenti disse:

    La sconfitta esteriore non è importante. Quella che è importante è la sconfitta interiore. Se un uomo è sconfitto spiritualmente è come se fosse morto. […] Colui che è connesso con Dio non conoscerà mai la sconfitta. La sconfitta appartiene a coloro che considerano questo mondo l’ultima dimora. Quando le proprie aspirazioni sono limitate a questo mondo, si è condannati alla sconfitta. Se le proprie aspirazioni invece sono proiettate verso l’invisibile e i misteri oltre di esso, non vi sarà alcuna sconfitta. La sconfitta è per i disperati, appartiene a coloro che confidano nel Demonio e i cui cuori sono stati ricolmi dall’amore per le ricchezze di questo mondo. Se subite una sconfitta contingente, i vostri cuori dovrebbero diventare ancora più forti, dovete rimanere fermi fino all’ultimo uomo. Non credere che se vi sono dei ripetuti fallimenti è tutto finito. No! Voi siete dei Monoteisti! Voi siete dei Musulmano Voi siete connessi a Dio e Dio non può essere sconfitto. ‘non perdetevi d’animo, non vi affligete: se siete credenti avrete il sopravvento’ (Corano 3:139). […]

   Durante gli ultimi due mesi non siamo stati capaci di lavorare in maniera opportuna, ci sono state delle notti in cui ho dormito per sole due ore. Da adesso ci occuperemo di noi stessi con la ricerca della conoscenza che è il più grande tra tutti i mezzi di adorazione, se il cuore è puro. Se di nuovo vedremo un demonio dall’esterno minacciare la nostra nazione, agiremo allo stesso modo, il governo sarò lo stesso e la nazione sarà la stessa. […]

    E’ un dovere dei sapienti consigliare tutti, dallo Shāh fino all’ultimo abitante del paese.

    Quella riguardante il decreto sui consigli locali e provinciali fu dunque una vittoria ed una esperienza positiva per la nazione, soprattutto perché fu proprio nell’evolversi di questa vicenda che molti conobbero le particolari caratteristiche di una personalità, quella dell’imām Khomeini, che si rivelerà essere una guida degna per la comunità islamica.

   Nonostante il passo falso dello Shāh, le pressioni americani per continuare le cosiddette riforme continuarono. Nel gennaio del 1962 lo Shāh infatti elencò i suoi sei principi di riforma, chiedendone l’approvazione tramite referendum. A quel tempo i partiti nazionalisti lanciarono il loro slogan ”riforma sì, dittatura no”, e diedero luce verde. Anche i comunisti, vedendo nella riforma l’evolversi del processo dialettico che da un sistema feudale portava ad un sistema industriale capitalistico, insieme con Radio Mosca, dichiararono che i principi della Rivoluzione Bianca erano da ritenersi “progressisti”. Questi furono gli stessi che avrebbero bollato la Rivoluzione del 15 di Khordad come una reazionaria, retrograda mossa in difesa dei feudatari.

   Ancora una volta l’imām Khomeini invitò a un incontro i maraji’ e i sapienti di Qom per consultazioni e possibilmente per una nuova rivolta. Ma una rivolta non era desiderabile per coloro che consideravano la marja’iyya solo un organo attraverso cui prendere quietamente delle decisioni riguardanti gli affari religiosi del popolo, senza assumersi la responsabilità di affrontare i problemi e le difficoltà religiose della comunità islamica. Sebbene agli occhi dell’imām Khomeini gli obiettivi occulti della riforma e del referendum erano lampanti e lo scontro appariva una necessità inevitabile, alla fine dell’incontro fu presa la decisione di discutere il tema direttamente con lo Shāh, e chiederne spiegazioni. Vi furono così, in momenti successivi, degli scambi tra le due parti attraverso degli intermediari. Lo Shāh, nell’incontro che ebbe con l’Āyatallāh Kamalvand, aveva affermato che le riforme dovevano essere portate avanti ad ogni costo, anche se ciò significava spargimento di sangue e distruzione delle moschee.

   Al successivo incontro con i sapienti di Qom, l’imām Khomeini chiese il formale boicottaggio del referendum, ma i più prudenti presenti all’incontro consideravano inutile tale iniziativa. Alla fine, su insistenza dell’imām Khomeini, fu raggiunto un accordo per cui i maraji’ e i sapienti avrebbero esplicitamente annunciato la loro opposizione al referendum e il loro invito a boicottarlo.

   L’imām Khomeini fece una prudente dichiarazione il 22 gennaio 1963. Il Bazar di Tehran chiuse e la polizia disperse ogni assembramento di persone. Ma l’opposizione popolare al referendum cresceva sempre più. Nel tentativo di limitare lo spargersi della protesta, lo Shāh fu costretto a recarsi a Qom, e l’imām Khomeini subito si oppose al fatto che i più grandi sapienti lo incontrassero al suo arrivo.

   Nel giorno in cui arrivò lo Shāh egli evitò di uscire di casa. L’effetto di questo atteggiamento fu così grande che non solo il clero e il popolo, ma neanche i custodi del santuario di Hazrat-e Masuma, che rappresentavano le più alte cariche governative della città, andarono ad incontrare lo Shāh al suo arrivo, con la conseguente perdita del posto di lavoro. Al gruppo di agenti che lo accompagnavano a Qom, lo Shāh espresse la sua rabbia con volgari espressioni contro il clero ed il popolo.

   Due giorni dopo fu tenuto il referendum e gli unici ad andare a votare furono gli uomini dell’apparato di regime. I mass media del regime, attraverso ripetuti annunci delle congratulazioni che arrivavano dagli Stati Uniti e dall’Europa, cercavano di nascondere la vergogna per la mancata partecipazione popolare. Ad ogni modo, attraverso i suoi regolari discorsi e i suoi scritti, l’imām Khomeini continuava a rivelare la verità. Uno di questi scritti, tagliente e ben argomentato, diverrà famoso come il “manifesto anonimo”. Esso denunciava una serie di azioni dello Shāh contrarie alla Costituzione e quelle commesse dai suoi uomini attraverso il governo fantoccio. In questo manifesto furono denunciate la crisi dell’agricoltura e la dipendenza del paese, così come la promozione della corruzione e della prostituzione.

   Come proposto dall’imām Khomeini, le cerimonie delle festività del Capodanno furono boicottate in segno di protesta per le azioni del regime. Nel suddetto manifesto egli si riferiva alla Rivoluzione Bianca dello Shāh come alla “Rivoluzione Nera”. Venivano denunciati anche il suo allineamento con le politiche degli Stati Uniti e di Israele. Il governo, responsabile di aver violato le leggi dell’Islam e della stessa Costituzione, doveva dimettersi ed essere sostituito con un governo dedito alle Leggi dell’Islam e al popolo. Egli affermava inoltre che se fosse sopravvissuto, avrebbe adempiuto, a Dio piacendo, ai suoi prossimi doveri. Comprendere l’arditezza di queste affermazioni è possibile solo per coloro che hanno conosciuto le spaventose prigioni del regime e l’aria pesante che si respirava in quel periodo, quando il minimo atteggiamento critico poteva comportare tortura, prigione e deportazione.

   Lo Shāh aveva rassicurato le autorità americane a Washington sulla buona disposizione della società iraniana a recepire e applicare le riforme americane denominate Rivoluzione Bianca. L’opposizione dei sapienti lo convinsero a dar inizio a una pesante e mistificante propaganda contro il clero e l’imām Khomeini e sopprimere così la rivolta una volta per tutte.

   Il 22 marzo 1963, in coincidenza con il martirio dell’imām Ja’far al-Sādiq[46] agenti armati del regime vestiti da civili attaccarono un incontro di allievi delle scuole religiose nella scuola Faydiyye. Le forze di polizia si riversarono all’interno della scuola armati fino ai denti e cominciarono a colpire e bastonare gli allievi. Nello stesso momento, fu attaccata da agenti governativi anche una scuola religiosa di Tabriz. A fronte di questi attacchi, la casa dell’imām Khomeini a Qom era quotidianamente visitata da gruppi di gente arrabbiata e da forze rivoluzionarie che venivano a esprimere la loro solidarietà e il loro sostegno ai sapienti e per osservare direttamente i segni dei crimini perpretati dal regime.

   L’imām Khomeini, non preoccupandosi dello Shāh,  ai gruppi di persone accorsi nelle moschee lo indicava come il vero responsabile dei crimini. Egli lo presentava come un confidente di Israele, e invitava la gente alla rivolta. In un discorso pronunciato il 1 aprile 1963 egli criticò il silenzio dei sapienti di Qom, Najaf e di altre regioni islamiche di fronte ai recenti crimini commessi dal regime, affermando: “Oggi il silenzio significa cooperare con la corte del tiranno.” In quei giorni egli pubblicò il suo famoso documento intitolato “Essere realisti significa essere predoni”. In questo documento, uno dei suoi più inaspettati pronunciamenti politici, l’imām Khomeini mise sotto accusa il regime e proibì la dissimulazione, in quanto bisognava affrontare i fatti, qualunque cosa avesse potuto succedere. E’ in questo documento che l’imām Khomeini, rivolgendosi allo Shāh ed ai suoi agenti, affermava di avere il “cuore pronto per le baionette” e che non avrebbe mai accettato le sue richieste né si sarebbe piegato alla sua violenza.

   L’imām Khomeini aveva scelto la sua strada con piena consapevolezza: il suo passato un insieme di agrodolce esperienze politiche e di lotta, il suo futuro solo profani e terribili eventi lungo una strada rischiosa. Ma egli non seguiva né il passato né il futuro. Egli era memore del suo dovere religioso e la sua parola d’ordine era: “Fa ciò che deve essere fatto, qualunque cosa possa accadere”. Nella logica dell’imām Khomeini il valore della sconfitta e della vittoria era un qualcosa che andava ben oltre quello comunemente concepito dai politici profani.

   Contrariamente a molte figure di combattenti e politici, famosi a livello mondiale, i quali intraprendono una rivolta per qualche motivo e poi si costruiscono il loro ruolo, e la cui personalità prende forma nel corso degli eventi e delle lotte, l’imām Khomeini si mise alla guida della Rivoluzione Islamica nel 1963, dopo che anni prima aveva attraversato e completato le varie stazioni della purificazione interiore, la più grande lotta (Jihad Akbar)[47], acquisendo l’eccellenza nelle virtù morali e nella conoscenza spirituale sino ai più alti livelli. Egli era convinto che la realizzazione e l’edificazione interiore dell’uomo avesse la priorità rispetto alle azioni e alle lotte esteriori. A questo proposito, egli una volta aveva affermato che l’apprendimento meramente teorico, intellettuale, delle varie scienze, persino quella riguardante il monoteismo, può costituire un velo e può sviare dalla Verità se non si accompagna con la purificazione e il perfezionamento interiore.

   Le severe parole dell’imām Khomeini pronunciate nell’aprile  del 1963 e in altre simili dichiarazioni, molte delle quali si possono ritrovare nelle sue opere, non erano quelle di un politico che mira a eliminare il suo rivale dalla scena. Piuttosto, erano considerazioni che emergevano dal profondo di una personalità che guardava al mondo come a un Segno di Dio. Egli non aveva alcuna personale animosità nei riguardi dello Shāh, di Saddām, di Carter, di Reagan e degli altri con cui si scontrò nel corso della sua battaglia.

   L’imām Khomeini mirava alla riforma della società, alla liberazione del genere umano dal domino degli agenti di Satana, e al ritorno dell’uomo alla sua naturale, innata, divina identità. Questa è l’ottica attraverso cui egli inquadrava la lotta. Egli credeva in questi principi e li metteva in pratica, agiva in accordo a essi prima di invitare gli altri a fare altrettanto. Il segreto del suo successo deve essere quindi cercato nel suo lungo percorso di perfezionamento interiore e nel suo raggiungimento della gnosi intuitiva, della percezione spirituale e metafisica. Non è possibile comprendere le motivazioni e gli obiettivi della sua battaglia politica senza prendere in considerazione il livello di perfezione raggiunto dalla sua individualità a livello spirituale, morale e intellettuale.

   Il mondo ha conosciuto molti eminenti rivoluzionari ma quello che rende unica l’impresa dell’imām Khomeini, che distingue la sua rivoluzione e la lega ai movimenti dei Profeti divini, è il fatto che la personalità che diede inizio alla Rivoluzione Islamica nel ventesimo secolo, come hanno testimoniato tutti quelli che erano stati legati a lui, che eseguiva con scrupolosità le sue preghiere, le invocazioni notturne e tutti i suoi doveri religiosi basilari. Egli era un uomo che non esitava a interrompere una conferenza stampa con i giornalisti, venuti da tutto il mondo per partecipare alla sua ultima intervista prima di lasciare Nofel Le Chateau,[48] a Parigi, alla volta dell’Iran, perché era giunto il tempo di recitare la preghiera quotidiana.

   Il segreto dello straordinario effetto che il messaggio e le parole dell’imām Khomeini hanno avuto sull’animo dei suoi destinatari, che arrivava fino alla sacrificio della vita, deve essere ricercato nella originalità del suo pensiero, nella solidità della sua idea, nella sua sincerità e nella sua devozione.

   L’annuncio e la descrizione particolareggiata delle linee politiche per ognuna delle sfide intraprese, l’adozione di chiare e irremovibili posizioni, la perseveranza nel raggiungere gli obiettivi, come ammesso da amici e seguaci, sono tra le caratteristiche più importanti del movimento dell’imām Khomeini. Lo studio dei suoi documenti pubblicati e delle sue posizioni politiche durante tutto il periodo della sua sfida con lo Shāh e gli Stati Uniti, e la comparazione con le posizioni delle altre fazioni e personalità religiose, rivela molto chiaramente la differenza che vi era tra l’attaccamento e l’adesione dell’imām Khomeini ai suoi obiettivi, e la sua risoluzione a continuare la rivolta, e quelle degli altri. Gli archivi e documenti storici testimoniano come all’inizio della rivolta, negli anni 1961-1963, eminenti personalità politiche e religiose vi aderirono e in alcuni casi fecero proprio le posizioni più intransigenti, per poi ritirarsi al loro primo scontro diretto con il regime; alcuni scelsero l’isolamento e il silenzio fino ai giorni in cui la rivolta raggiunse il suo apice nel 1978 e la Rivoluzione ottenne la vittoria. Altri si defilarono rapidamente dalle posizioni di guida e, invece di combattere contro le politiche di interferenza colonialista degli Stati Uniti e opporsi all’esistenza stessa del sistema monarchico e del regime, mero strumento della dominazione straniera, portavano avanti slogan tipo “libere elezioni” e “applicazione della monarchia costituzionale”.

   Non è un segreto per coloro che sono a conoscenza dei temi della storia iraniana contemporanea che, nell’atmosfera di quei giorni, lanciare simili slogan non voleva dire altro che deviare dalla direzione intrapresa dalla rivolta del popolo nello sfidare gli agenti della corona. Per questa ragione, il servizio segreto reale, la Savak, cominciò a sostenere simili correnti e posizioni. E, in mezzo a tutto questo, solo l’imām Khomeini e i suoi amici che credevano in lui e nella sua linea, non tornarono mai indietro, né abbandonarono le loro posizioni durante l’intera sfida. Nonostante le difficoltà, ognuna delle quali poteva costituire un motivo per desistere e ritornare al silenzio, essi persistettero verso quegli obiettivi e si sacrificarono come avevano promesso di fare sin dall’inizio. Questa fedeltà assoluta è possibile solo se si possiede una fede salda e incrollabile nei principi della religione e nella Verità, al di là delle contingenze socio-politiche del momento.

   Nel 1963, anno segnato dal sangue degli uomini innocenti uccisi nella scuola Faydiyye, ci fu il boicottaggio delle cerimonie del capodanno. Lo Shāh insisteva nel portare avanti le riforme americane e l’imām Khomeini insisteva sull’illuminazione delle persone e sul farle insorgere contro le interferenze americane e il tradimento dello Shāh.

   Il 3 aprile 1963 il grande marja’ Āyatallāh Sayyid Muhsin al-Hakīm (1889-1970)[49], in vari messaggi spediti da Najaf e indirizzati ai sapienti e ai maraji’, chiedeva a tutti loro di trasferirsi a Najaf. Questa proposta mirava a proteggere le loro vite e ad assicurare la sopravvivenza delle hawza.

   Il regime attraverso diverse iniziative manifestò il suo risentimento per il sostegno mostrato dai sapienti di Najaf, di Karbala e dell’Āyatallāh al-Hakīm alla rivolta dei sapienti in Iran. Il regime, al fine di intimidire i sapienti e impedire che rispondessero ai telegrammi dell’Āyatallāh al-Hakīm, dispiegò le truppe a Qom e contemporaneamente inviò una missione nelle case dei maraji’ per portare un messaggio di minaccia. L’imām Khomeini rifiutò di riceverli e poco tempo dopo (22 maggio), riferendosi allo Shāh coon il nomignolo mardak (“ometto”), ricorderà[50]:

    Questo ometto invia il capo della polizia, il capo di questa miserabile istituzione, nelle case dei sapienti ad avvisarli che se avrebbero osato pronunciare una sola parola su certi argomenti, Sua Maestà avrebbe ordinato di abbattere le loro case, violentare le donne e uccidere essi stessi. Sfortunatamente il giorno in cui vennero a casa mai li mandai via. Adesso vorrei averli lasciati entrare così avrei potuto offrirli qualcosa.

 

   Ignorando queste minacce, l’imām Khomeini aveva risposto alla richiesta dell’Āyatallāh al-Hakīm sottolineando che il trasferimento in massa dei sapienti, che avrebbe lasciato vuota e senza guida la hawza, non era auspicabile. Nel suo messaggio di risposta l’imām Khomeini affermava che avrebbero fatto il loro “divino” dovere e ottenuto comunque un risultato positivo: la sconfitta dei traditori dell’Islam e del Corano o il ricongiungimento con il Creatore, riportando in proposito la tradizione riferita all’imām Husayn[51], secondo la quale “la morte non è altro che beatitudine, mentre la vita con gli oppressori non è altro che annientamento”.

   Nel messaggio del 2 maggio 1963[52], in occasione dell’osservanza del 40° giorno di lutto per la tragedia della scuola Faydiyye, l’imām Khomeini sottolineò il fatto che i sapienti e la nazione iraniana avrebbero dovuto cooperare con le guide degli Stati arabi e i musulmani per confrontarsi, opporsi e condannare gli accordi tra lo Shāh e Israele. Sin dall’inizio della sua sfida egli dimostrò che il movimento islamico in Iran non era slegato dagli interessi della comunità islamica. Anzi, il suo movimento mirava alla riforma dell’intero mondo islamico e non solo della società iraniana.

   In una lettera indirizzata ai sapienti l’imām Khomeini denunciava che il pericolo di Israele[53] incombeva sull’Islam e sull’Iran e il fatto

che trattati con Israele contro i governi musulmani erano già conclusi o stavano per esserlo. Con il silenzio e la rinuncia, ricordava, si sarebbe persa ogni cosa. Egli ricordava altresì che i musulmani hanno degli obblighi verso l’Islam e il Profeta, e nel momento in cui le opere di quest’ultimo vanno incontro al declino, i sapienti musulmani e tutti coloro che sono legati all’Islam devono far convergere i loro sforzi. E che egli non si sarebbe fermato fino a quando non avrebbe rimesso a posto questo sistema corrotto.


Capitolo terzo

 

e gli anni dell’esilio

 

 

 

   Quando nel 1963 arrivò il mese di Muharram del calendario lunare islamico, coincidente con il mese di Khordad dell’anno solare persiano, l’imām Khomeini approfittò dell’occasione per incitare nuovamente il popolo alla rivolta contro il regime dittatoriale dello Shāh. Nel giorno di ‘ashūrā’[54]  (3 giugno) a Teheran un gruppo di circa 100 mila manifestanti, innalzando foto dell’imām Khomeini, diede vita a una manifestazione di fronte al palazzo Marmar (la sede dello Shāh) e, per la prima volta, si udirono slogan come “abbasso il dittatore”. Nei giorni seguenti analoghe dimostrazioni furono organizzate nell’Università, nel Bazar e di fronte all’Ambasciata britannica.

 

    Nel pomeriggio di quello stesso giorno l’imām Khomeini fece il suo storico discorso alla scuola Faydiyye che avrebbe segnato l’inizio della Rivoluzione. La maggior parte del suo discorso riguardava i danni provocati della monarchia Pahlavi e denunciava le strette relazioni tra lo Shāh e Israele. In questo discorso egli si rivolse allo Shāh con le seguenti parole[55]:

    Lasci che le dia un consiglio, Signor Shāh! Sua Eccellenza! Le consiglio di astenersi da simili atti; lei si sta illudendo. Non vorrei vedere qualcuno gioire per la sua dipartita […] Qual è esattamente la relazione tra lo Shāh e Israele, da far dire alla Savak non parlate di Israele né dello Shāh? Qual’e il legame tra i due? Lo Shāh è forse israeliano?

    Le sue parole si abbatterono come un macigno sull’animo dello Shāh, individuo assetato di potenza e vanità, che ordinò di mettere subito fine alla rivolta. Molti amici dell’imām Khomeini furono arrestati già la sera del giorno successivo e poche ore dopo, nella notte, centinaia di agenti inviati da Tehran perquisirono la sua casa e lo arrestarono mentre recitava la sua consueta preghiera notturna. L’imām Khomeini trasferito frettolosamente a Tehran e messo sotto sorveglianza nel Club degli Ufficiali. Il giorno dopo, in serata, fu trasferito nella prigione di Qasr.

   La notizia del suo arresto si sparse velocemente nella città di Qom e nei suoi sobborghi. Uomini e donne da tutti i villaggi, insieme a quelli che abitavano in città, lasciarono le loro case per dirigersi verso la sua casa al grido “O Khomeini o morte!”. Le grida erano cosi numerose e forti che potevano essere udite da ogni angolo della città. La rabbia della gente fu così veemente che i poliziotti furono costretti ad allontanarsi, per ritornare più tardi meglio equipaggiati, mentre le forze ausiliare dispiegate intorno a Qom furono fatte entrare in città. Ci furono degli scontri e spargimento di sangue nel mausoleo di Hazrat Masuma[56], ove alcuni furono colpiti da raffiche di mitra. Gli scontri durarono per diverse ore. Fu un bagno di sangue. Furono fatti addirittura decollare da Teheran degli aerei affinchè passassero a bassa quota sulla città per impaurire ulteriormente la gente. La rivolta fu domata solo con l’uso della forza. Le truppe militari ripulirono frettolosamente le strade e le vie dai corpi senza vita e dai feriti rimasti a terra, che furono portati in luoghi sconosciuti. Quella sera la città di Qom visse una cupa e tragica atmosfera di guerra.

   La mattina del 15 di Khordad (5 giugno) la notizia dell’arresto dell’imām Khomeini fece il giro della nazione e in diverse città come Tehran, Mashad e Shiraz cominciò a crearsi una atmosfera simile a quella di Qom. La gente di Varamin e delle città limitrofe cominciò a marciare verso Tehran. Le forze militari, armate fino ai denti, addirittura con carri armati, affrontarono i manifestanti sulla strada che unisce Varamin a Tehran. Negli scontri molti manifestanti rimasero uccisi. A Tehran intanto un folto gruppo stava radunandosi intorno al Bazar e al centro della città per marciare direttamente verso il palazzo dello Shāh al grido “O Khomeini o morte!”. Dal sud della città la marcia verso il centro era guidata da due intrepidi uomini di nome Tayyib Rezai e Ismail Rezai[57], verranno successivamente arrestati e fucilati, mentre i loro più stretti collaboratori verranno esiliati a Bandar Abbas.

   La persona più vicina allo Shāh, il generale Husayn Fardoust[58] scrisse nelle suo memorie di essersi servito dell’esperienza e della cooperazione degli Stati Uniti nella scelta degli agenti dei servizi segreti e della polizia politica da impiegare nella soppressione della rivolta.

   In queste memorie il generale ricorda anche l’allarme e la confusione dello Shāh, della sua corte, dei generali dell’esercito e dei membri del servizio segreto della Savak. Racconta che lo Shāh e il suoi generali impartivano furiosamente continui ordini di sopprimere la rivolta. Nel descrivere la gravità della situazione, il generale scrisse: “Dissi a Ovaisi, comandante della guardia speciale, che l’unica cosa da fare era armare tutti gli aiutanti, i cuochi, gli addetti alle pulizie e i magazzinieri.” Alla fine le forze militari e la polizia, usando tutte le armi che avevano a disposizione e sparando a brucia pelo sulla gente, riuscirono a reprimere la rivolta. Nelle sue memorie concernenti quei giorni, il Primo Ministro Amir Asadollah Alam (1919-1978)[59], rivolgendosi allo Shāh, aveva scritto:

    Se noi fossimo indietreggiati, la rivolta si sarebbe propagata a tutto l’Iran e il nostro regime sarebbe andato incontro alla fine. Io le ho anche detto anche che se io dovessi abbandonare la mia posizione di potere, lei può sempre salvare se stesso condannando e giustiziando me quale unico responsabile di quello che è accaduto.  

    Lo stesso giorno fu dichiarata la legge marziale a Tehran e Qom. Nonostante ciò, comunque, nei giorni successivi furono organizzate vaste dimostrazioni, tutte finite nel sangue.

  Questo giorno, entrato nella storia, segnò l’inizio della Rivoluzione islamica. Dopo 19 giorni dalla prigione di Qasr l’imām Khomeini fu trasferito in quella della base militare di Eshratabad. Due giorni dopo la rivolta del 15 di Khordad lo Shāh definì la rivoluzione del popolo un sommossa selvaggia guidata da agenti ‘neri’ e reazionari, cercando di attribuirla a registi esterni come Jamāl ‘Abd al-Nāsir (Nasser).[60] La superficialità di tale affermazione era evidente.

   Anche le forze di sinistra e i comunisti non ebbero alcun ruolo nella rivolta. Il partito comunista iraniano Tudeh, ad esempio, unitamente ad altri gruppi, utilizzò nei suoi comunicati i resoconti della rivolta diffusi da Radio Mosca per giustificare la sua posizione, che ricalcava in sostanza quella del partito comunista sovietico. Quest’ultimo aveva bollato la rivolta del 15 di Khordad come una azione ciecamente reazionaria che si scagliava contro le riforme progressiste dello Shāh.

   L’affermazione dello Shāh riguardante il coinvolgimento dell’Egitto, come dicevamo, non era presa in considerazione da nessuno, nonostante gli intrighi della Savak. La matrice islamica interna della rivolta del 15 di Khordad era così evidente che simili macchinazioni non potevano sortire alcun effetto.

   Con l’arresto della sua guida e il barbaro assassinio di molti dimostranti, il movimento sembrava apparentemente soppresso. In prigione l’imām Khomeini con coraggio si rifiutava di rispondere agli investigatori, considerando loro e tutto il potere giudiziario illegali e incompetenti. Confinato in isolamento nella prigione di Eshratabad, approfittò dell’occasione per leggere, tra l’altro, libri di storia contemporanea, inclusa la storia della Costituzione iraniana, e un libro di Jawaharlal Nehru (1889- 1964)[61].

   A seguito del suo arresto continuavano però le ondate di protesta del clero e di vari strati della popolazione che, affluendo nella capitale, chiedevano la libertà per la loro guida. In segno di protesta alcuni famosi sapienti dalle varie province si trasferirono a Tehran, mentre il timore per la sorte della Guida della Rivoluzione generava sempre più un diffuso malcontento nel popolo. Alcuni dei sapienti che si erano trasferiti furono improvvisamente arrestati e imprigionati per qualche tempo. Lo Shāh considerava gli eventi del 15 di Khordad come attentati alla stabilità e alle garanzie date agli Stati Uniti e cercava di minimizzarli affermando che la situazione era ora del tutto normale e sotto controllo. Ma la rabbia della gente per il prolungamento della detenzione dell’Imām Khomeini continuava a crescere giorno dopo giorno.

   Di conseguenza, qualche settimana dopo il regime fu costretto a trasferirlo dalla prigione in una casa a Davoodiah sotto sorveglianza delle forze armate. Appresa la notizia, la gente di Tehran vi si riversò in massa. Poche ore dopo, si formarono enormi assembramenti intorno alla casa stessa percui il regime fu costretto a disperdere la folla e a circondare la casa con truppe militari. Nel pomeriggio fu diramato dal regime un comunicato in cui si diceva, falsamente, che l’imām Khomeini e le autorità avevano raggiunto un accordo. Egli però non era in grado di venire a conoscenza di simili menzogne e quindi di smentirle, ma i sapienti, attraverso diversi comunicati, negarono qualsiasi tipo di accordo. In particolare, il comunicato dell’Āyatallāh Mar’ashi al-Najafī fu tagliente, rivelatore e molto efficace. A seguito di questi eventi, l’imām Khomeini fu preso sotto protezione dagli agenti del regime e trasferito ancora una volta, ora in una casa a Qaitariyya, sempre a Tehran, ove rimase fino a quando non fu definitivamente rilasciato, potendo così far ritorno a Qom, il 10 aprile 1964. 

   All’inizio di quell’anno il regime, pensando che la rude risposta agli eventi del 15 di Khordad fosse stata una lezione per il popolo e avesse così spento la rivolta, cercò di far dimenticare l’accaduto, come se nulla fosse successo. Anche il rilascio dell’imām Khomeini avvenne senza pressioni e senza che se ne diede notizia ufficiale. Una volta giunto a Qom, la notizia si sparse immediatamente e la città fu subito in festa. Per diversi giorni si organizzarono celebrazioni e festeggiamenti nella scuola Faydiyye e in altri luoghi. Ad ogni modo, tre giorni dopo il discorso tenuto dell’imām Khomeini dimostrava che la visione del regime era senza fondamento e che la propaganda era stata del tutto inutile. Nel suo discorso egli disse: “Oggi non ha alcun senso festeggiare. La nazione porterà il lutto per il 15 di Khordad per sempre!”.

   Nello stesso discorso la Guida della Rivoluzione illustrò le dimensioni della rivolta e in risposta a una domanda riguardo alle voci del presunto accordo con il regime diffuse dal giornale Ittila ‘at del 7 aprile 1964, disse[62]:

    In un editoriale di questo abbietto giornale, sotto il titolo di “Sacra Alleanza”, si asseriva che era stato raggiunto un compromesso con il clero e che, soprattutto, il clero era a favore della Rivoluzione Bianca dello Shāh e della nazione. Quale Rivoluzione? Quale nazione? […] Khomeini non verrà mai a patti, anche se dovesse morire. Le riforme non possono essere fatte a colpi di fucile.  

    Dopo la liberazione dell’imām Khomeini la Savak elaborò un piano per ridurre la portata della rivolta attraverso la creazione di contrasti tra i sapienti e i maraji’. Consapevole del complotto, l’imām Khomeini in un suo storico discorso[63] alla moschea di Aazam tenuto il 15 aprile del 1964 affermò:

    Giuro che se i miei figli e io stesso fossimo schiaffeggiati da qualcuno, non vorrei e non sarei d’accordo con nessun atto di rappresaglia, perché sono consapevole che vi sono coloro che vorrebbero creare discordia tra di noi, per ignoranza o per volontà. Una simile discordia, Dio non voglia, sarebbe più ingiuriosa per l’Islam di quanto i desideri degli imperialisti potrebbero sperare.

   Noi dobbiamo tutti sacrificarci per l’Islam. Noi dobbiamo sacrificare tutti i nostri desideri e le nostre aspirazioni per il bene dell’Islam. […] Io che sono qui seduto davanti a voi, umilmente bacio le mani di tutti i maraji’, ovunque essi siano, a Najaf, a Mashhad, a Tehran o qui, a Qom. Io bacio le mani di tutti i sapienti dell’Islam. E’ l’obiettivo finale che è di primaria importanza. Io pongo fraternamente la mia mano a tutte le nazioni islamiche e a tutti i musulmani del mondo, siano essi  a Oriente o a Occidente.

    In questo discorso l’imām Khomeini denunciò anche le relazioni segrete tra lo Shāh e Israele[64]:

    Popoli del mondo, sappiate che la nostra nazione condanna ogni patto con Israele. Questo non riguarda la nostra nazione, non riguarda il nostro clero. La nostra religione ci invita tutti a non avere relazioni con i nemici dell’Islam, proprio come il nostro Corano ci invita a non schierarci con i nemici dell’Islam contro altri musulmani.

    L’imām Khomeini, che si riferiva allo Shāh con l’epiteto di “ometto”, rivolgendosi a lui disse[65]:

    Anche se io scendo a compromesso con lei, la nazione sicuramente non lo farà. Noi ci opponiamo a tutti i decreti approvati dal Parlamento, che sono tutti contro l’Islam. Noi ci opponiamo sempre e in maniera decisa a tutte quelle leggi che contrastano con l’Islam, alle incarcerazioni ingiustificate e a tutti i tipi di pressioni o forzature imposte alla nazione.

    Il primo anniversario della rivolta del 15 di Khordad fu ricordato con un comunicato congiunto emesso dall’imām Khomeini e da altri maraji’, unitamente ad altre dichiarazioni rilasciate separatamente dalle hawza. Quel giorno fu dichiarato il giorno del lutto generale. All’inizio dell’estate del 1964 l’Āyatallāh Taleqani (1910-1979)[66] e Mahdī Bazargan (1907-1994)[67], guide del Movimento per la Libertà, che aveva partecipato alla rivolta del 15 di Khordad, furono giudicati dalla corte militare e condannati all’ergastolo. L’imām Khomeini rilasciò un comunicato in cui avvertiva: “Gli elettori devono aspettarsi tempi difficili”. Egli propose inoltre regolari incontro settimanali del clero in tutto il paese al fine di perseguire gli obiettivi del movimento e guidare la rivolta della nazione.

   Sull’altro fronte, lo Shāh, con la sua consueta vanità, pensando che gli assassini, gli arresti e i processi avessero neutralizzato le più importanti forze della resistenza, persistette, sotto pressione americana, nel portare avanti le riforme dettate dalla Casa Bianca. Queste riforme erano in sostanza il risultato della profonda influenza americana sull’Iran e della diretta presenza di agenti di quel paese nelle varie aree dell’economia, dell’esercito e degli organi di regime. Quindi il primo passo da fare per proseguire in questa direzione era quello di rimuovere tutti gli ostacoli legali alla presenza delle forze armate americane in Iran e garantire loro sicurezza e completa libertà d’azione.

   La cosiddetta “capitolazione” (ossia l’immunità consolare e diplomatica per i cittadini americani presenti in Iran) rientrava in questo programma. L’approvazione da parte del Parlamento fantoccio e la successiva ratifica da parte del Senato del decreto che sanciva la capitolazione fu il colpo di grazia alla già limitata indipendenza dell’Iran. Ma le brutali repressioni delle rivolte, l’imprigionamento, l’esilio e la legge marziale avevano tutt’altro che spento gli animi e neutralizzato l’opposizione.

   Anche in questo caso l’imām Khomeini perseguì nella sua missione storica, dando inizio a un’altra rivolta. Il giorno del compleanno dello Shāh fu scelto come giorno della denuncia (ingenti somme erano infatti sperperate ogni anno per i festeggiamenti), ed egli stessò divulgò la notizia attraverso lettere e messaggi inviati ai sapienti delle varie città. Lo Shāh per impedire il suo discorso in quella data mandò a Qom un suo delegato con un messaggio d’avvertimento. L’imām Khomeini non lo ricevette, e il messaggio dello Shāh fu consegnato nelle mani del suo figlio maggiore, l’Āyatallāh Mustafa Khomeini.     

   Ma nella data prefissata, il 26 ottobre del 1964, davanti alla sua casa l’imām Khomeini, noncurante delle minacce del regime e alla presenza del clero[68], della gente di Qom e di altre città, fece uno dei suoi discorsi più lunghi. Questo storico discorso fu, in effetti, un vero e proprio processo pubblico alle interferenze illegali nell’Iran da parte dei governanti statunitensi e la denuncia delle brutali azioni dello Shāh. Esso[69] si aprì con le seguenti ferme, storiche parole:

    la nostra dignità è stata messa sotto i piedi; la dignità dell’Iran è stata distrutta. La dignità dell’esercito iraniano è stata calpestata!

   Hanno portato in Parlamento un decreto legge in cui si riconosce la Convenzione di Vienna e in cui è stata aggiunta una clausola secondo la quale tutti i militari americani e i loro familiari, i loro tecnici e i loro impiegati amministrativi, i loro servi – insomma, chiunque sia in qualche modo legato a loro - sono esentati da processo per ogni crimine che commettono in territorio iraniano. […]

   Signori, vi metto in guardia da un pericolo. Esercito dell’Iran, ti metto in guardia da un pericolo. Politici iraniani, vi metto in guardia da un pericolo! Sapienti dell’Iran, maraji’ dell’Islam, vi metto in guardia da un pericolo! Allievi, studenti! Centri di insegnamento religioso! Najaf, Qom, Mashhad, Tehran, Shiraz! Vi metto in guardia da un pericolo! […] Per Dio, chi non disapprova a gran voce in segno di protesta, pecca! Per Dio, chi non esprime il suo sdegno, commette un peccato ancora più grande! Guide dell’Islam, salvate l’Islam! Sapienti di Najaf, salvate l’Islam! Sapienti di Qom salvate l’Islam! L’Islam è distrutto!

    Fu in questo discorso che l’imām Khomeini fece la sua famosa affermazione:

    gli Stati Uniti sono peggio del Regno Unito, il Regno Unito è peggio dell’Unione Sovietica e i Sovietici sono peggio di entrambi!! Uno peggio dell’altro, uno più impuro dell’altro! Ma oggi è con gli Stati Uniti che ci dobbiamo confrontare. Che il presidente americano sappia che oggi agli occhi del popolo iraniano egli è il membro più ripugnante della razza umana, a causa dell’ingiustizia che ha imposto alla nostra nazione musulmana. […] Tutti i nostri problemi oggi derivano dagli Stati Uniti, lo stesso Israele deriva dagli Stati Uniti!

    Quel giorno, in quel proclama rivoluzionario, l’imām Khomeini affermava dunque a chiare lettere che tutti i problemi non solo della nazione iraniana, ma di tutte le nazioni islamiche, sono causati direttamete o indirettamente dagli Stati Uniti, che sostengono e rinforzano Israele e i suoi accoliti.  

   La sua denuncia contro l’approvazione del decreto di capitolazione portò l’Iran sull’orlo di una nuova rivolta, ma il regime, facendo uso dell’esperienza maturata in occasione degli eventi del 15 di Khordad e della repressione della rivolta, reagì prontamente. D’altro canto, in quel periodo un gran numero di eminenti figure politiche e religiose che avevano difeso la rivolta furono o imprigionati o mandati in esilio. Alcuni dei maraji’, inoltre, che all’inizio della rivolta avevano accettato la sfida, gradualmente si defilarono per chiudersi nel silenzio e uscire di scena, una condizione che perdurò fino alla vittoria della Rivoluzione nel 1979. Non solo, stando ai documenti pubblicati dopo il trionfo della Rivoluzione, in questo periodo personaggi come Agha Sharī’atmadārī fecero uso della loro influenza per sviare i loro seguaci e dissuaderli dal sostenere l’imām Khomeini.

   Il pericolo principale per lo Shāh restava dunque l’imām Khomeini, che non si riuscì a ridurre al silenzio nonostante tutti i tentativi del regime. Egli era oramai riconosciuto come Guida da tutti i rivoltosi ed era divenuto il marja’ di innumerevoli credenti. La passata esperienza aveva dimostrato che la sua detenzione nel paese incrementava di molto le difficoltà del regime. Un attentato alla sua vita era considerato inutile, anzi avrebbe potuto provocare una rivolta incontrollabile in tutto il paese. Alla fine, quindi, si decise di espellerlo.

   Nove giorni dopo il suo discorso, reparti scelti dei servizi segreti lasciarono Tehran per irrompere nella sua casa di Qom. Sorprendentemente, proprio come l’anno precedente, lo arrestarono mentre stava recitando la preghiera e le invocazioni notturne. L’imām Khomeini fu portato direttamente all’aeroporto internazionale di Mehrabad e posto su un aereo militare che sotto copertura decollò alla volta di Ankara. Nel pomeriggio seguente la Savak annunciò ai giornali la sua deportazione come risposta alle azioni contro la sicurezza del paese. Nonostante la opprimente atmosfera di quei momenti fu portata avanti una forma di protesta attraverso varie manifestazioni organizzate nel Bazar di Tehran, la prolungata sospensione delle lezioni delle hawza, e l’invio di documenti e lettere alle agenzie internazionali e ai maraji’. L’Āyatallāh Mustafa Khomeini fu arrestato nello stesso giorno in cui fu deportato il padre, fu imprigionato e dopo qualche tempo fu anch’egli deportato in Turchia dove si trovava suo padre.

   Il periodo d’esilio dell’imām Khomeini in Turchia fu duro e difficile. Gli fu persino proibito di indossare l’abito religioso.[70] Ma né la pressione psicologica né quella fisica lo indussero al compromesso. La sua prima dimora fu la stranza n. 514, al quarto piano dell’Hotel Boulevard Pallace di Ankara. La mattina seguente, per mantenere segreto il suo luogo di permanenza, lo portarono in un altro edificio situato sulla Ataturk Avenue. Diversi giorni dopo fu portato nella cittadina di Bursa, a circa 46 chilometri da Ankara, ove l’isolamento divenne ancora più stringente. Gli fu infatti impedito qualsiasi tipo di comunicazione con l’esterno. In questo frangente egli era quindi impossibilitato a intraprendere qualsivoglia azione politica, essendo sotto continua e diretta sorveglianza da parte degli agenti inviati dall’Iran, oltre che degli uomini dei servizi segreti turchi.

   La permanenza in Turchia durò 11 mesi. Durante questo periodo il regime colpì duramente le ultime sacche di resistenza in Iran e, in assenza dell’imām Khomeini, si affrettò ad attuare le riforme volute dagli Stati Uniti. Ad ogni modo, sotto pressione della popolazione, il regime fu più volte costretto a inviare rappresentanti dei sapienti a far visita all’imām Khomeini per accertarsi delle sue condizioni di salute. Nel frattempo egli aveva scritto delle lettera ai suoi familiari e ai sapienti della hawza e, attraverso simboli, allusioni e messaggi cifrati in forma di invocazioni, ricordava loro la sua determinazione nel portare avanti la lotta, accompagnati dalla richiesta di alcuni libri sulla preghiera e sul diritto islamico. La permanenza forzata in Turchia gli diede infatti l’opportunità di compilare e pubblicare il voluminoso libro dal titolo Tahrir al-Wasila.

   Il libro contiene i responsi giuridici e i decreti riguardanti la guerra, la difesa, l’interdire il male e l’ordinare il bene e altre tematiche quotidiane che furono affrontate per la prima volta proprio in quel periodo, unitamente a tutti quei doveri religiosi che erano stati obliati. Ad ogni modo, bisogna ricordare che i suoi responsi giuridici, basati sul diritto islamico e i suoi principi, erano già stati da lui incorporati in diverse opere, anni prima della morte dell’Āyatallāh Borūdjerdī. Ma ne riparleremo più avanti, nell’appendice dedicata alle sue opere. 

   Il 13 ottobre del 1965 l’imām Khomeini e suo figlio furono allontanati dalla Turchia e trasferiti in Iraq. La spiegazione dei motivi e delle cause di questo trasferimento non possono essere fornite in questa sede, ma in sintesi essi furono: la costante pressione della comunità religiosa e delle hawza; gli sforzi e le azioni degli allievi musulmani stranieri intrapresi per sostenere la sua liberazione; i tentativi del regime di dimostrare che le condizioni del paese erano rientrate nella normalità e mostrare quindi il suo potere e la sua stabilità al fine di rassicurare gli Stati Uniti e ottenere maggior sostegno; i problemi ideologici e di sicurezza addotti dal governo turco; l’incremento della pressione interna della comunità religiosa turca ma, soprattutto, il fatto che il regime era convinto che il silenzio e la quiete atmosfera di Najaf, unitamente al tipo di governo in carica a Baghdad, rappresentassero degli ostacoli che avrebbero limitato le sue attività.

   Appena arrivato in Iraq l’imām Khomeini si recò a far visita ai sacri santuari degli infallibili imām a Kazemain, Samarra e Karbala. Una settimana dopo si recò alla sua nuova residenza a Najaf. Il tumultuoso benvenuto datogli dalla gente in queste città indicava che, contrariamente a quanto aveva immaginato il regime, il suo messaggio di rivolta del 15 di Khordad aveva in realtà trovato sostenitori anche a Najaf e in tutto l’Iraq.

   Il breve colloquio dell’Imām Khomeini con il delegato del presidente iracheno Abd al-Salam Aref (1921-1966) e il rifiuto di interviste radiofoniche e televisive dimostrarono fin dall’inizio che egli non era proprio la persona che potesse fare da capro espiatorio della rivolta per i regimi di Baghdad e Tehran. Egli infatti perseguì una politica chiara e ferma durante l’intera permanenza in Iraq. Per questa ragione egli può essere considerato una guida politica davvero rara sullo scenario mondiale, in quanto, anche all’apice delle difficoltà e delle pressioni, non pianificò alcun intrigo o collusione politica, fenomeni tipici della politica profana, né fece compromessi sui suoi ideali e i suoi principi.

   Quando la crisi tra Iraq e Iran raggiunse il suo apice, solo con un cenno avrebbe potuto avere a disposizione dal governo iracheno tutto quanto fosse disponibile per combattere lo Shāh. Non solo egli non lo fece, ma anzi in quel momento si ritrovò a lottare su due fronti contemporaneamente e in diverse occasioni egli arrivò al punto di affrontare il regime di Baghdad in scontri molto accesi. Senza dubbio, se non fosse stato per la sua straordinaria intelligenza, la Rivoluzione Islamica sarebbe finita là dove si erano già arenati gli altri movimenti, gruppi e partiti politici iraniani, e terminata con la sottomissione e la sconfitta.

   Il lungo periodo durato 13 anni in cui l’imām Khomeini restò a Najaf, quando apparentemente non vi era nessuna pressione diretta, iniziò in condizioni e limitazioni tanto dure quanto quelle subite in Iran e Turchia. Infatti l’opposizione, l’ostruzionismo e perfino l’insulto diretto non solo dei nemici ma anche di sedicenti sapienti religiosi e di uomini mondani nascosti sotto le vesti religiose furono così estesi e dannosi che l’imām Khomeini, nonostante la sua nota pazienza, ricorderà in diverse occasioni la sua profonda amarezza.

  Ad ogni modo, nessuna di queste avversità e difficoltà poterono deviarlo dalla strada che aveva scelto di intraprendere in piena consapevolezza. Egli sapeva anticipatamente che parlare di rivolte e di sfide in quell’ambiente era inutile. Egli era consapevole che doveva cominciare dallo stesso punto da cui aveva iniziato in Iran e nella hawza di Qom molto prima della rivolta del 15 di Khordad, ossia quello di una graduale riforma e cambiamento delle condizioni generali per far nascere una generazione che potesse comprendere i suoi ideali ed il suo messaggio. L’imām Khomeini iniziò dunque le sue lezioni di diritto islamico nel novembre del 1965 e, nonostante tutti gli ostacoli e le opposizioni, nella moschea Sheikh Ansari di Najaf, portò avanti questi corsi fino al suo trasferimento a Parigi. La sua solida preparazione in diritto islamico e in teologia, unitamente alla sua indiscussa competenza nelle scienze islamiche, erano tali che dopo breve tempo, nonostante tutti gli impedimenti, i suoi corsi d’insegnamento divennero i più importanti di Najaf sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. Un gran numero di allievi provenienti dall’Iran, dal Pakistan, dall’Iraq, dall’Afghanistan, dall’India e da altri paesi del Golfo Persico seguivano le sue lezioni quotidianamente.     

   Quelli che erano rimasti legati all’imām Khomeini nelle hawza iraniane volevano trasferirsi in massa a Najaf, ma desistettero sotto suo diretto consiglio, in quanto egli riteneva che fosse necessario mantenere attive le hawza in Iran. Ad ogni modo, un gran numero di coloro che gli erano profondamente legati avevano già raggiunto Najaf per cui, gradualmente, venne a formarsi intorno a lui un nucleo di figure rivoluzionarie che credevano fermamente nella via da lui indicata. Fu proprio questo gruppo che si accollerà la responsabilità di consegnare i suoi messaggi rivoluzionari in quegli anni pieni di oppressione.

   Appena arrivato a Najaf, infatti, attraverso lettere e corrieri, l’imām Khomeini mantenne i suoi contatti con i combattenti in Iran e a ogni occasione li invitò a resistere e a rimanere saldi nel perseguire gli obiettivi della rivolta del 15 di Khordad. E’ sorprendente come in molte di queste lettere vi fossero chiare allusioni a una imminente esplosione socio-politica in Iran e precise indicazioni al clero iraniano affinché si mantenesse pronto per assumere la responsabilità di guidare la società iraniana nel prossimo futuro. Queste predizioni avvenivano infatti in un momento in cui, apparentemente, non vi era nessuna speranza per il cambiamento delle condizioni esistenti, quando cioè il regime, più forte che mai, aveva schiacciato e disperso ogni resistenza. Ma non era affatto così. Anzi il periodo più buio dello Shāh incominciò proprio con l’esilio dell’imām Khomeini e la dura repressione degli oppositori. Eventi che segnarono l’inizio della sua fine.


Capitolo quarto

La rivolta continua

 

   Durante il regno dello Shāh la Savak era divenuto uno strumento di potere assoluto, tanto che anche l’assunzione di un dipendente secondario nel posto più sperduto del paese doveva essere confermato dal servizio segreto. Dei tre poteri costituzionali non restava che il nome. Lo Shāh, con un piccolo gruppi di cortigiani, formato sia da uomini che da donne, aveva personalmente in mano ogni cosa. Ad ogni modo, le sue confessioni affidate al suo ultimo libro, le interviste e gli scritti di altri membri della famiglia Pahlavi, di generali dell’esercito e di altre autorità del regime pubblicati dopo la caduta della monarchia, unitamente ai documenti ritrovati nell’Ambasciata americana, dimostrano senza ombra di dubbio che lo Shāh e la sua corte erano solo strumenti, meri burattini senza alcuna volontà propria. Le attività e gli affari di Stato, della corte e del regime, perfino la scelta dei ministri, dei generali dell’esercito e la promulgazione dei decreti legislativi erano infatti tutti decisi e stilati nell’Ambasciata americana a Tehran, e alcune volte in quella inglese. Nel suo libro lo Shāh ha scritto[71]:

 

   in ogni occasione di ognuna delle loro visite, gli ambasciatori inglese e americano continuarono a tenermi il loro linguaggio abituale: “noi la appoggiamo”. Durante tutto l’autunno e l’inverno 1978-1979, mi spinsero sulla via di una politica di liberalizzazione a oltranza. Era la mia politica, ma accelerata, in un periodo di disordini, e poiché non disponevano dei quadri necessari a una simile politica, ciò non poteva condurre che alla catastrofe. Come se ciò non bastasse, mi accadeva assai spesso di ricevere una personalità o un inviato americano che mi dava o mi trasmetteva dei consigli di fermezza. Da me interrogato, l’ambasciatore degli Stati Uniti rispondeva sempre che non aveva alcuna alcuna istruzione in tal senso. […] Alcune settimane prima, avevo ricevuto il nuovo rappresentante della Cia a Tehran, e fui stupito dai discorsi insignificanti che tenne. A un certo punto parlammo della liberalizzazione e vidi sul suo volto un’espressione raggiante. […]  Non erano finite, tuttavia, le sorprese da parte di coloro dei quali, durante tanti anni, eravamo stati fedeli alleati.

  

   E’ interessante notare che in questo libro lo Shāh ha cercato di attribuire la caduta del suo regime a questi insignificanti fattori di sorpresa. Egli affermò che il Generale Rabii, comandante in capo dell’Aeronautica, prima della sua esecuzione aveva rivelato ai giudici: “Il generale Huyser ha gettato lo Shāh fuori dal paese come un topo morto!”. Sebbene simile dichiarazione sia una distorsione storica, grazie a prove documentarie disponibili e ancora più rivelatrici confessioni dello stesso Huyser affidate a un suo libro[72], veniamo a sapere che egli era venuto a Tehran per salvare la traballante monarchia, ormai in condizioni critiche, e per organizzare un colpo di Stato, non a portare via lo Shāh. Ma ammesso che ciò fosse vero, lo Shāh, contrariamente al titolo che egli ha scelto per il suo libro, non ha provveduto a dare una risposta alla storia. A dispetto di dichiarazioni quali “Dormi, Ciro![73] Perché noi vigiliamo”, come ha difeso l’indipendenza del suo paese durante i suoi 37 anni di regno, se un generale americano di secondo rango dopo un paio di giorni a Tehran è capace di gettarlo via come un topo morto?!

   In ogni caso, dopo la repressione della rivolta del 15 di Khordad e la deportazione dell’imām Khomeini, egli non vedeva di fronte a sé più nessun ostacolo. Il paese era in una condizione tale che le donne di corte si licenziavano per poter ottenere ministeri, seggi al parlamento e posti nella magistratura. Ashraf Pahlavi, sorella dello Shāh i cui scandali morali e il controllo dei traffici di droga ebbero un riflesso anche sulla stampa internazionale, fu nominata “consulente di tutti gli affari” della corte. La nomina poi a Primo Ministro del figlio di un esponente bahā’ī di nome Amir Abbas Hoveyda (1919-1979), che guidò il governo dal 1965 al 1977 e la cui parola d’ordine era “devozione a sua maestà”, stava a significare che nel paese non vi era alcuna traccia di potere costituzionale o di partecipazione popolare.

   Lo Shāh marciava verso la sua illusoria “grande civiltà”, una civiltà i cui pilastri erano la promozione della cultura straniera, la prostituzione, lo sperpero delle risorse nazionali da parte di centinaia di società europee e americane, l’alterazione della struttura relativamente autosufficiente dell’Iran, la creazione nella popolazione di automi superproduttivi da ammassare nei sobborghi cittadini come frivoli consumatori e lavoratori, lo sviluppo di industrie di trasformazione dipendenti dall’estero e per nulla essenziali, la costruzioni di basi per l’intercettazione e lo spionaggio da parte dei militari americani in Iran e nel Golfo Persico a spese della nazione iraniana.

   Soltanto tra il 1970 ed il 1977 furono spesi circa 26,4 miliardi di dollari provenienti dalla vendita del petrolio per acquistare attrezzature militari dagli Stati Uniti. Solo per l’anno 1980 lo Shāh aveva prenotato 12 miliardi di dollari di equipaggiamenti militari sempre dagli Stati Uniti. Ciò per la politica della Casa Bianca voleva dire essenzialmente, o solamente, aumentare la sicurezza degli interessi americani nell’area strategica del Golfo Persico. La direzione e l’utilizzo di questi armamenti fu assegnata infatti in maniera esclusiva a 60 mila tra tecnici e militari americani.

   All’apice della sua potenza, quando lo Shāh non aveva nessuna pressione esterna e nessun problema interno, l’Iran arrivò a produrre 6 milioni di barili di petrolio al giorno, mentre la popolazione iraniana a quel tempo contava 33 milioni di persone. Il prezzo del petrolio arrivò a 30 dollari al barile a causa della guerra arabo-israeliana, degli sforzi dell’Occidente per ordinarne e rifornirsene sempre di più in vista di un eventuale boicottaggio e del miglioramento dei rapporti tra i paesi islamici produttori di petrolio. Ma nonostante questo, molte delle autostrade più importanti non erano neanche asfaltate e gran parte del paese era privo energia elettrica e di centri sanitari di prima necessità.

   Persino durante le celebrazioni per il 2500° anniversario della monarchia, quando capi di Stato da tutto il mondo vennero ad assistere alle cerimonie, decine di migliaia di lavoratori furono praticamente deportati nelle periferie della capitale e ammassati in baracche e casupole di lamiera, a sud dell’aeroporto di Tehran e in altre località intorno alla città, costretti a vivere in terribili condizioni. La vista di queste vaste baraccopoli era uno spettacolo così lugubre che durante le suddette celebrazioni il regime decise di “eliminare” questi simboli della “grande civiltà”, nascondendoli dalla vista degli ospiti stranieri attraverso dei muri di cartone. Nel periodo delle celebrazioni molti sobborghi a sud e a ovest di Tehran soffrivano di una mancanza cronica d’acqua potabile e diverse centinaia di famiglie erano costrette ad attingere acqua potabile da una singola fonte.

   Nel 1976 il tasso d’analfabetismo era del 52,9% per la popolazione al di sopra dei 7 anni. Quando lo Shāh lasciò il paese, nel 1978, erano trascorsi 15 anni dall’applicazione della Rivoluzione Bianca e dalle riforme in stile americano. Durante questo periodo, nonostante l’incremento della produzione e del prezzo del petrolio e delle altre risorse e il sostegno dei governi stranieri, non solo l’Iran non era uscito dalla dipendenza, ma anzi ogni giorno il paese diventava sempre più dipendente dall’estero in campo finanziario, agricolo e industriale, ed erano aumentati la precarietà delle condizioni economiche, la povertà e l’ineguaglianza. Politicamente lo Shāh aveva trasformato l’Iran nel paese più dipendente dall’Occidente, in particolare dagli Stati Uniti.

   Durante l’intero periodo susseguente alla sua deportazione, nonostante le persistenti difficoltà, l’imām Khomeini non diminuì il suo impegno e, attraverso discorsi e lettere, mantenne accesa nei cuori la luce della speranza nella vittoria. Il 16 aprile 1967 in una lettera indirizzata alle hawza egli assicurava a tutta la nazione il futuro crollo del regime, i cui esponenti sarebbero stati abbattuti così come lu furono i loro antenati. Nella stessa lettera egli invitava altresì a mantenere la calma e a non sottomettersi all’oppressione, perché gli oppressori se ne sarebbero andati mentre loro sarebbero rimasti.

   Lo stesso giorno l’imām Khomeini scrisse una lettera[74] aperta al Primo Ministro Hoveyda in cui denunciava gli atti tirannici del regime, mettendolo altresì in guardia riguardo alla condotta dello Shāh contro i governi islamici:

    Non scendere a patti d’alleanza con Israele, questo nemico dell’Islam e dei musulmani che ha ridotto un milione di musulmani senza casa. Non urtare i sentimenti dei musulmani. Non estendere ancora di più la mano di Israele e dei suoi infidi agenti sui mercati dei musulmani. Non minacciare l’economia del paese per compiacere Israele e i suoi agenti. Non sacrificare la cultura per i capricci e i desideri…Stai attento all’ira di Dio, alla rabbia della nazione…’in verità, il tuo Signore ti osserva’ [75].

 

   Il regime ignorò questi avvertimenti. Sebbene i paesi musulmani fossero sull’orlo di una guerra con Israele, i beni israeliani godevano di speciali privilegi e avevano in Iran un mercato molto buono. Tutti i tipi di beni di produzione israeliana, come uova, frutti, polli, cibi di prima necessità erano infatti immessi sul mercato iraniano a prezzi più bassi di quelli dei prodotti interni. In un messaggio del 7 giugno 1967, sesto giorno di guerra tra Israele e paesi arabi, l’imām Khomeini condannava ogni tipo di relazione politica e commerciale con Israele e il consumo di beni israeliani nelle comunità islamiche. Questa sorta di decreto fu un duro colpo per le crescenti relazioni dello Shāh con Israele.

   Anche i sapienti iraniani e gli allievi delle scuole religiose attraverso varie dichiarazioni misero il regime sotto pressione, che rispose ordinando una irruzione nella casa dell’imām Khomeini a Qom, ove furono sequestrati tutti i suoi libri e i documenti, e nelle scuole islamiche della città santa a caccia delle sue opere e dei suoi ritratti. Durante questa irruzione il figlio dell’imām Khomeini Ahmad, lo Hujjat al-Islām Haj Sheikh Hasan Saneii e l’Āyatallāh Islami-Torbati (il rappresentante dell’imām Khomeini) furono arrestati. I loro sforzi e quelli degli altri militanti rivoluzionari avevano frustrato la Savak che non era mai riuscita a evitare l’invio dello stipendio dell’imām Khomeini e le donazioni legali del popolo ai loro maraji’.

   Qualche tempo prima il figlio Ahmad, che era andato a Najaf per ricevere i messaggi e gli ordini dal padre riguardanti la gestione delle attività della casa di Qom, al suo ritorno fu arrestato al confine dagli agenti della sicurezza e imprigionato nel penitenziario di Qazil Qalae per qualche tempo.

   Nel corso di questi anni, il maggiore sforzo della Savak era infatti diretto a spezzare la connessione dell’imām Khomeini con i suoi seguaci in Iran e prevenire la ricezione del suo stipendio. Nel frattempo gli sforzi e le attività dei suoi rappresentanti come Islami Torbati, Sheikh Muhammad Sadiq Tehrani (Karbaschi) e l’Āyatallāh Pasandīde (suo fratello maggiore), nonostante le minacce del regime, gli arresti e le deportazioni, erano continuati costantemente, così come andarono avanti le attività della sua famiglia a Qom (amministrata da suo figlio). Queste attività, che furono alla base della rivolta del 15 di Khordad, rappresentarono i maggiori ostacoli alla realizzazione degli obiettivi del regime.

   Non a caso la Savak era molto sensibile alla popolarità dell’imām Khomeini, alla sua influenza sul popolo e alle attività della sua famiglia a Qom, tanto che per un periodo di 4 anni aveva posizionato polizia e agenti dei servizi segreti dalla mattina fino ad alcune ore dopo il tramonto affinchè la residenza della famiglia Khomeini fosse il più possibile sotto stretto controllo e impedire così che venisse frequentata da attivisti e seguaci. Ma questi ultimi, anche in questi anni, riuscivano a ritrovarsi a mezzanotte tutti insieme nella casa, dopo che gli agenti erano andati via, per discutere la gestione dei contatti tra la loro Guida e il popolo. E fu in questo periodo (siamo nel 1967) che l’intenzione del regime di trasferire l’imām Khomeini da Najaf in India fu contrastata dalle denuncie e dagli sforzi dei gruppi politici combattenti sia interni  che esterni.

   Con l’arrivo al potere in Iraq del partito Baath (17 luglio 1967) e la sua ostilità nei confronti dei movimenti islamici, gli ostacoli per il movimento dell’imām Khomeini aumentarono. Egli però non diminuì il suo impegno nel portare avanti lotta. Il suo soggiorno a Najaf, ancor più dell’impegno del mondo islamico nella guerra arabo-israeliana, rappresentava una grande opportunità per far conoscere i suoi ideali su una più vasta scala. Un’azione che doveva portare alla riscoperta della fede e della spiritualità, in una epoca fondamentalmente antireligiosa, e dell’importanza dell’unità e dell’identità islamica. La sua azione infatti non era per nulla limitata a spodestare lo Shāh.

   Il 9 ottobre 1968 l’imām Khomeini in un discorso con il rappresentante dell’organizzazione palestinese Al-Fatah espose le sue vedute riguardo ai problemi del mondo islamico e della battaglia del popolo palestinese. Durante il suo intervento egli decretò la necessità di destinare una parte dei fondi delle elemosine religiose ai combattenti palestinesi.[76]

   Nei primi mesi del 1969 la disputa sul confine del fiume tra il regime dello Shāh e il partito Baath iracheno aumentò. Il regime iracheno espulse dall’Iraq, in difficili condizioni, un gran numero di iraniani residenti in quel paese. Allo stesso tempo il partito Baath cercava in tutti i modi, vista la situazione, di trarre beneficio dall’inimicizia tra l’imām Khomeini e il regime iraniano. Sull’altro fronte, lo Shāh non aspettava che la minima opportunità o pretesto per presentare un ritratto distorto dell’ integrità del movimento dell’imām Khomeini, questi però non si piegò e resistette molto saggiamente a tutti gli intrighi.

   A Baghdad l’Āyatallāh Mustafa Khomeini infatti fece formale consegna al Presidente iracheno, il generale Hasan al-Bakr (1914-1982), e agli altri che erano presenti all’incontro, del messaggio dell’imām Khomeini di condanna della deportazione degli allievi delle scuole religiose e di altri iraniani, e il rifiuto di ogni compromesso con il partito Baath.

   Il 21 agosto del 1969 una parte del complesso di al-Aqsa[77] fu colpito da estremisti sionisti. Lo Shāh, sotto pressione dell’opinione pubblica, propose di pagare le spese di riparazione, in altre parole di dare una mano a Israele a calmare la rabbia dei musulmani. In un messaggio l’imām Khomeini, svelando gli stratagemmi dello Shāh, fece una contro-proposta secondo la quale fino a quando la Palestina non fosse stata liberata, i musulmani non avrebbero dovuto riparare la moschea, affinché i crimini di Israele rimanessero esposti ai musulmani e fossero motivo di indignazione e rivolta.

   Quattro anni di insegnamento, sforzi e illuminazioni da parte dell’imām Khomeini avevano intanto in qualche modo cambiato l’atmosfera della hawza di Najaf. Nel 1969, oltre agli innumerevoli rivoluzionari interni, vi era molta gente in Iraq, Libano e altri paesi islamici che guardava al suo movimento come al suo nuovo modello d’azione.

   Sempre nel 1969 l’imām Khomeini impartì una serie di lezioni sul Governo Islamico o l’autorità del giurisperito[78]. La pubblicazione durante il mese del Pellegrinaggio del compendio di tali lezioni in forma di libro, dal titolo Vilayat-i Faqih ya Hukumat-i Islami (L’autorità del Giurisperito o Governo Islamico) in Iran, in Iraq e in Libano diede una nuova sensazione di cambiamento. In questo libro furono esposti e discussi dalla Guida della Rivoluzione la prospettiva della rivolta, gli obiettivi del movimento, i principi e i fondamenti teorici e giuridici del governo islamico e le argomentazioni relative alle forme e ai modelli di tale governo.

   Nell’aprile del 1970 la stampa americana annunciò l’arrivo in Iran di un gruppo di eminenti capitalisti guidati da Nelson Rockefeller. Essi venivano ad analizzare il ritorno negli Stati Uniti delle entrate del petrolio iraniano che da quell’anno erano in aumento, e la partecipazione dei gruppi americani a questo ricco banchetto.

   Sebbene dal mese prima la Savak aveva annunciato che sarebbe stato proibito di insegnare o fare dichiarazioni pubbliche a molti dei sapienti legati all’imām Khomeini, questi, insieme ad altri elementi legati al movimento, illuminati dalla lettura delle idee dell’imām Khomeini sul governo islamico, cominciarono a criticare e a opporsi sempre di più all’influenza americana nel paese. In particolare, uno dei più ardenti sostenitori dell’imām Khomeini fu l’Āyatallāh Saeedi. Nel stesso mese egli fu arrestato e dopo dieci giorni di barbare torture da parte degli agenti della Savak, fu ucciso nella prigione di Qazil Qalah. In un messaggio l’imām Khomeini benedisse la sua rivolta, affermando che l’Āyatallāh Saeedi però non era certo l’unica persona caduta in prigione sotto le torture.

   In questo messaggio denunciava inoltre come eminenti specialisti e capitalisti americani avessero invaso l’Iran e mirassero allo strangolamento economico della nazione in nome di un più vasto investimento straniero. Egli denunciava inoltre a chiare lettere come ogni accordo raggiunto con i capitalisti americani o con altri colonialisti fosse contrario agli interessi della nazione iraniana e alle leggi dell’Islam.

   Dopo la rivolta del 15 di Khordad il più attivo movimento politico rivoluzionario del popolo iraniano, che rimase attivo fino al trionfo della Rivoluzione, fu quello, trasversale e autonomo, rappresentanto dal clero, che seguì la via dell’imām Khomeini e condusse la rivolta usando la propria influenza religiosa diffusa tra le masse. Attraverso le relazioni che esso aveva con i vari strati della popolazione, sia nelle città che nelle aree rurali, esso poté condurre la rivolta secondo i modelli e le forme che l’imām Khomeini aveva sempre indicato.

   La proibizione di discorsi pubblici, il ripetuto esilio in luoghi lontani, il frequente imprigionamento seguito dalla tortura e dal martirio nelle prigioni dello Shāh, fu il destino che il clero iraniano accettò volentieri negli anni seguenti alla rivolta del 15 di Khordad, piuttosto che abbandonare i suoi obbiettivi. Inoltre, dopo quel fatidico giorno, un numero di organizzazioni a sfondo religioso di Tehran (soprattutto singole personalità religiose e gruppi di imprenditori che credevano nella guida e nella marj’iyya dell’imām Khomeini), formarono un gruppo chiamato Associazioni Islamiche Unite, il cui braccio armato decise di seguire la strada dei Fadaiyan-i Islam. L’uccisione del Primo Ministro Hassan ‘Alī Mansur (1923-1965), colpevole di aver approvato il decreto di capitolazione, fu compiuto proprio da questo gruppo.     

   Il regime però riuscì ad arrestare e uccidere diversi elementi tra i più attivi di questo gruppo. Altri furono condannati all’ergastolo. Ad ogni modo i membri e i simpatizzanti di questa associazione ebbero un ruolo rilevante lungo tutto il periodo della rivolta, nella stampa e nella distribuzione dei messaggi e dei discorsi dell’imām Khomeini, nell’organizzare le proteste al Bazar e quelle delle corporazioni. Verso la fine del regime ebbero inoltre una parte significativa nell’organizzare le dimostrazioni e gli scioperi di protesta.

   Da ricordare anche il Partito della Nazione Islamica, che fu formato dai sapienti dell’università e da altri elementi dopo il 15 di Khordad al fine di portare avanti la lotta armata contro il regime, che in breve tempo riuscì a immagazzinare armi, a reclutare e addestrare molti aderenti. Dopo qualche tempo però la loro organizzazione fu smantellata dalla Savak. Alcuni dirigenti del partito si rifugiarono tra le montagne a nord di Tehran ove opposero una strenua resistenza, ma con l’uso massiccio dell’esercito il regime riuscì alla fine ad arrestarli e imprigionarli.

   Di tutti i gruppi politici la cui organizzazione risale agli anni precedenti il fatidico 1963, vanno ricordati il Partito Tudeh (“Partito delle masse”, di ispirazione comunista), il Fronte Nazionale e il Movimento Iraniano per la Libertà.

   Il partito comunista Tudeh, che fu accusato dalla pubblica opinione di tradimento, fin dall’inizio era rimasto ai margini della rivolta. Esso aveva trasferito il quartier generale all’estero ed era costantemente spossato da dispute interne, mentre alcuni dei suoi dirigenti, dopo il loro arresto, passarono dalla parte dello Shāh, riuscendo perfino a ottenere cariche significative all’interno degli organi di regime. Le posizioni del partito eranoad ogni modo ricalcate su quelle di Mosca. Negli ultimi 25 anni del regno dello Shāh la politica del Cremlino fu in sostanza quella di conservare le relazioni con il regime e mantenere le posizioni economiche che era riuscito a ottenere. Le attività del partito comunista in questo periodo si limitavano dunque al rilascio di comunicati politici e al mantenimento di una stazione radio all’estero. In definitiva tali attività furono utilizzate come strumento di pressione da Mosca per raggiungere gli obiettivi dell’Unione Sovietica.

   Il Fronte Nazionale, nonostante la posizione che aveva ottenuto nel movimento per la nazionalizzazione del petrolio, dopo il colpo di Stato dello Shāh rimase isolato, colpito da scismi e dispute interne. I suoi sostenitori si contavano principalmente tra gruppi di studenti all’esterno che portavano avanti sporadiche attività di propaganda. I militanti più religiosi e gli universitari, infatti, nonostante le posizioni dei loro dirigenti, confluirono ben presto nel movimento dell’imām Khomeini.

   Anche il Movimento Iraniano per la Libertà, che godeva dell’appoggio di una eminente personalità quale l’Āyatallāh Taleqani, appoggiò la rivolta del 15 di Khordad. La sua base era limitata a elementi religiosi e universitari attivi sia in patria che all’estero. Mancava però di organizzazione politica e delle capacità necessarie per incidere in maniera significativa nella rivolta.

   Anche l’Organizzazione dei Combattenti del Popolo (Mujahedin Khalq) si formò nel periodo tra il 1965 e il 1967 con lo scopo di portare avanti la lotta armata contro il regime. Questa organizzazione restò però intrappolata in una forte ambiguità di fondo a causa della superficiale comprensione che i dirigenti avevano dell’Islam. Sebbene infatti l’organizzazione si presentasse all’esterno come d’ispirazione islamica, segretamente i suoi membri aderivano alle teorie economiche marxiste. L’imām Khomeini si rifiutò di riconoscere questa organizzazione quando ancora la sua perversione ideologica non era ancora molto conosciuta, e quando il delegato dell’organizzazione andò a Najaf per ricevere il suo sostegno, l’imām Khomeini, ribadendo la loro perversione ideologica, negò nuovamente il suo sostegno.

   Il gruppo guerrigliero Fedayeen Khalq fu un’altra organizzazione che, sorta nel 1971 dall’unione di due piccoli gruppi d’ispirazione comunista, decise di portare avanti la lotta armata come sua unica politica. La formazione di questo gruppo fu dovuta alla disillusione e al complesso di inferiorità dei comunisti iraniani derivanti, da una parte, dalle condizioni in cui versava il partito Tudeh e dai suoi tradimenti, dall’altra dalle azioni pionieristiche del clero e dei gruppi islamici nella rivolta del 15 di Khordad. Nei primi anni di attività questi due gruppi si erano limitati ad arruolare nuovi membri e addestrarli. Successivamente unitesi, dopo la realizzazione di alcune azioni sporadiche e confuse furono identificati dalla Savak e, con l’arresto dei loro dirigenti, l’intera organizzazione collassò. Eccetto alcuni membri che furono uccisi, gli altri scrissero lettere di pentimento e si misero a disposizione della Savak in veste di collaboratori, riuscendo così ad avere salva la vita.

   Sebbene la Savak, attraverso umilianti interviste televisive con i membri di questo gruppo, fosse in qualche modo riuscita a confondere la pubblica opinione riguardo alla natura e agli ideali dei veri rivoluzionari, queste stesse interviste e altre scioccanti confessioni rivelarono anche le perversioni etiche e religiose di questo gruppo e le cruenti epurazioni che avveniano al suo interno. Alcuni di questi elementi furono spiati in prigione a vantaggio della Savak, ma va ricordato che le vittime principali di tale spionaggio rimasero sempre i prigionieri politici seguaci dell’imām Khomeini.

   Oltre al gruppo Associazioni Islamiche Unite e al Partito della Nazione Islamica, vi erano altri gruppi islamici che presero parte al conflitto armato in sostegno del movimento dell’imām Khomeini. Tra di essi vanno ricordati i cosiddetti Gruppi di Septempartite, che successivamente si fusero in unica organizzazione, e il gruppo facente capo al sapiente militante Sayyid ‘Alī Andarzgoo.[79]

   Negli anni successivi alla rivolta del 15 di Khordad, fu attivo un altro gruppo denominato Società Hojjatiyya, i cui dati registrati di fondazione risalgono ad alcuni anni prima. Le attività di questo gruppo ruotavano intorno a una opposizione di natura intellettuale al Bahā’īsmo in Iran. Sebbene in apparenza gli obiettivi di questo gruppo erano conflittuali rispetto alle mire del regime dello Shāh che sosteneva i Bahā’ī, in pratica le cose stavano diversamente, in quanto la natura dell’organizzazione e la formazione dei suoi dirigenti aveva, come condizione, la non interferenza negli affari politici. Ciò creava delle condizioni favorevoli per il regime, per cui un gran numero di zelanti forze religiose furono privati della rivolta contro la causa prima della corruzione, che era la monarchia, e resi in qualche modo inoffensivi. Per questa ragione la Società Hojjatiyya era capace di espandere la sua organizzazione senza l’ostruzione della Savak, che anzi in alcuni casi addirittura la supportava. Ad ogni modo molti membri della Società, seguendo le denunce dell’imām Khomeini, specialmente nel periodo del trionfo della Rivoluzione, tagliarono i loro legami con la suddetta Società e si unirono al suo movimento.

   La Società perseguiva la sua opposizione al Bahā’īsmo attraverso corsi di educazione e formazione, mentre negli ultimi decenni, sia in Iran che in altri paesi, il Bahā’īsmo era divenuto un mero partito politico affiliato a Israele e attivo sotto la protezione dei sionisti residenti in America, per cui una reale opposizione a essi andava condotta su quello stesso piano.

   Negli anni seguenti al 1969 una serie di lezioni e corsi tenuti da personalità come Motahharī, Mufatteh, Bahonar, Bazargan e Shariati avevano focalizzato l’attenzione di molti intellettuali religiosi e elementi islamici dell’università sui centri religiosi di Tehran, come la moschea di Qoba, la moschea Hedayat, il Centro Tohid e in particolare la Ershad Huseyniyya.

   Motahharī, eminente filosofo e giurista religioso che per anni aveva seguito le lezioni e le istruzioni dell’imām Khomeini e di ‘Allāmah Tabātabā’i (1904-1981)[80], quando si trasferì a Tehran diresse i suoi sforzi principale sull’esposizione i fondamenti della religione islamica in un linguaggio moderno che potesse illuminare le giovani generazioni riguardo alle perversioni ideologiche delle scuole atee o relativiste. Nella stessa direzione erano diretti gli sforzi di Mufatteh e di Bahonar, di eguale caratura spirituale e intellettuale. Dopo l’assassinio di Motahharī, l’imām Khomeini definì tutte le sue opere estremamente utili ed elogiò adeguatamente i suoi lunghi e valenti servigi offerti all’Islam.

   In quel periodo inoltre suscitavano forte attrazione suscitata anche le opere del filosofo e sociologo ‘Alī Shariati (1933-1977), dovuta, oltre che al suo stile letterario, al fatto che, da fine intellettuale quale era, egli vedeva e presentava i temi religiosi, storici e sociali della società religiosa iraniana in una maniera critica e progressista. In queste condizioni le giovani generazioni cominciarono su questi argomenti a sviarsi pericolosamente. Uno studio imparziale dei documenti, delle lettere e delle impressioni che Shariati aveva scambiato con la Savak, e che sono stati recentemente pubblicati, portano alla conclusione che la Savak, ritenendo che le sue opere ostacolassero la diffusione delle tendenze comuniste e progressiste tra le giovani generazioni, e immaginando che i suoi regolari e veementi attacchi al clero tradizionalista iraniano fornissero le basi per alimentare dispute all’interno del fronte religioso, per diversi anni non ostacolò le sue attività. Ad ogni modo, nel 1973 la Savak ritenne opportuno chiudere la Ershad Huse yniyya e arrestare lo stesso Shariati.

   Le lettere e le opere di Motahharī, in cui questi spiegò tra l’altro la ragione del suo ritiro dalle attività della Ershad Huseyniyya, dimostrano che egli era dell’opinione che le rivoluzioni socio-culturali devono basarsi e seguire le basi del puro pensiero religioso e l’essenza della Rivelazione divina. Motahharī credeva che ogni opera letteraria di interpretazione rivoluzionaria delle dottrine religiose non basata sui suddetti fondamenti e carente nella comprensione e nella perizia intellettuale avesse breve durata e alla lunga non potesse che approdare sulla sponda del relativismo, inquinare i principi religiosi con visioni ambigue e meramente umane e aprire la strada all’accettazione delle visioni filosofiche e sociologiche occidentali.

   Dopo il trionfo della Rivoluzione le principali personalità che pretendevano di difendere Shariati giunsero ai ferri corti con il clero e la dirigenza della Rivoluzione, sebbene d’altra parte molti individui della sua scuola che avevano una propensione per le tematiche politiche e islamiche giocarono un ruolo rilevante nella difesa della Rivoluzione Islamica, una dato oggettivo, quest’ultimo, che non può essere negato, a prescindere di come le sue opere possano essere interpretate e giudicate. Per questi motivi possono essere dati differenti giudizi sul ruolo e la personalità di Shariati. Alcuni lo considerano, a un esame superficiale, una elemento che ha perseguito gli stessi obiettivi culturali del regime, mentre molti altri lo considerano un pensatore islamico rivoluzionario, sostenendo sulla base dei suoi scritti più recenti che lo stesso Shariati avesse affermato la necessità di ripubblicare i suoi scritti correggendo o rimuovendo le affermazioni e le interpretazioni superficiali e incorrette riguardanti i principi e la dottrina della religione.

   In ogni caso, la posizione dell’imām Khomeini in questo caso fu molto saggia e rimase immutata fino alla sua morte. In molti dei suoi discorsi e messaggi di quel periodo egli difese il ruolo storico e pionieristico del clero shiita, e sostenne le grandi figure di sapienti e del clero, sciogliendo i dubbi che erano emersi a riguardo. Nelle sue lettere agli studenti islamici delle associazioni studentesche all’estero egli li aveva frequentemente messi in guardia da un approccio all’Islam superficiale, ambiguo e meramente intellettuale. Allo stesso tempo aveva manifestato i suoi apprezzamenti ed elogiato i servigi degli studenti musulmani illuminati, mettendoli in guardia da sedicenti esponenti del clero e dalla pietrificazione interiore. Egli considerava tutte le questioni che portavano a dispute e settarismi, sotto qualunque nome potessero comparire, come dannose per la Rivoluzione.

   Durante la seconda metà del 1970 le dispute tra il regime baathista iracheno e lo Shāh si acuirono, terminando infine con l’espulsione e la perdita dei beni degli iraniani residenti in Iraq. In un telegramma al presidente iracheno l’imām Khomeini condannò duramente l’accaduto e, in segno di protesta, decise di lasciare l’Iraq, ma i dirigenti del governo, consapevoli di cosa sarebbe potuto accadere se si fosse effettivamente trasferito, gli impedirono di partire.

   Sull’altro fronte, in coincidenza con l’incremento della produzione petrolifera e dei prezzi del petrolio dal 1971 in poi, lo Shāh si sentì più forte, per cui fu incrementata la repressione dell’opposizione e il regime cominciò follemente ad acquistare equipaggiamenti militari e beni di consumo americani, a costruire basi militari in tutto il paese in favore degli americani e incrementare i rapporti commerciali e militari con Israele.  

   Il festival, favoloso e senza precedenti, adibito per la celebrazione del 2500° anniversario[81] della monarchia e tenuto alla presenza di molti capi di Stato, con il suo enorme costo addossato sulle spalle della nazione, voleva essere una manifestazione di potenza e stabilità per il regime dello Shāh. In numerosi messaggi l’imām Khomeini aveva condannato le celebrazioni forzate, denunciando l’arretratezza del paese e le difficili condizioni di vita che gravavano sulla società iraniana.

   Durante la quarta guerra arabo-israeliana, mentre lo Shāh era considerato un potente alleato di Israele, l’imām Khomeini in un messaggio del novembre 1973 chiese alla nazione iraniana di rivoltarsi contro l’aggressione del regime sionista. In questo messaggio affermò che il sostegno morale e materiale delle nazioni islamiche ai combattenti palestinesi era un dovere per tutti, così come lo era donare sangue, medicine, armi e cibo. In un altro messaggio egli sottolineò come la nazione islamica non avrebbe potuto avere un periodo si serenità e tranquillità fino a quando non avesse sradicato Israele, definito “cancro di corruzione”, e che l’Iran non avrebbe goduto di un periodo di libertà fino a quando l’”infame” dinastia fosse rimasta al potere.

   Alla fine del 1974 lo Shāh decise di dar vita a un suo partito di corte, il Rastakhiz, al fine di formare un sistema monopartitico e intensificare così la sua autocrazia. In un discorso televisivo proclamò che l’intera nazione avrebbe dovuto divenire membro di questo partito, e coloro che si sarebbero opposti avrebbero dovuto prendere i passaporti e lasciare il paese. In un editto l’imām Khomeini dichiarò subito che, data l’evidente opposizione di questo partito all’Islam e agli interessi della nazione islamica dell’Iran, con questo documento emanava la proibizione, valida per l’intera nazione, di aderire al partito e sostenere l’oppressione e la malvagità nei confronti dei musulmani. Opporsi a questo partito, affermava, era uno degli esempi più evidenti del dovere di proibire il male.

   Il decreto dell’imām Khomeini, unitamente a quello promulgato da altri sapienti, fu attuato pienamente. Il regime dello Shāh, nonostante la massiccia propaganda, dopo alcuni anni dichiarò ufficialmente il fallimento del progetto del partito-unico Rastakhiz, sciogliendolo definitivamente. In quel messaggio l’imām Khomeini ricordava le sue preoccupazioni per le condizioni critiche in cui versava la nazione iraniana, esprimendo il suo dispiacere per non poter essere a fianco del suo popolo in queste circostante critiche e cooperare con esso nella rivolta per salvare l’Islam e l’Iran.

   Nel 1974, nel giorno dell’anniversario del 15 di Khordad, la scuola Faiziyya di Qom fu ancora una volta al centro della rivolta degli studenti. Le grida “Viva Khomeini, morte alla dinastia Pahlavi” si poterono udire per due giorni. Anche se la guerriglia e le organizzazioni della resistenza erano stati già disperse e le personalità politiche e religiose in rivolta imprigionate dal regime, questa protesta costò allo Shāh e alla Savak molto cara. Agenti di polizia fecero irruzione nella scuola Faydiyye e in un cruento attacco colpirono gli studenti, arrestando tutti i contestatori. Ma in questa occasione l’imām Khomeini annunciò che, nonostante tutte le disgrazie, la vigilanza della nazione ispirava comunque speranza. L’opposizione nelle università di tutto il paese, come ammesso dallo stesso Shāh, unita a quella dei grandi sapienti, dei movimenti studenteschi e dei vari strati della popolazione costituiva un preambolo alla libertà e alla liberazione dalle catene dell’imperialismo.

   Nel settembre del 1974 l’imām Khomeini in un messaggio rilasciato al Congresso annuale delle organizzazioni islamiche del Canada e degli Stati Uniti ribadì che, verso la fine della sua vita, egli era pieno di speranza per il futuro grazie alla vigilanza e alla consapevolezza delle nuove generazioni e al movimento degli intellettuali che si stava rapidamente espandendo e che, a Dio piacendo, sarebbe riuscito a tagliare le mani degli stranieri e a espandere la giustizia dell’Islam.

   Nel febbraio del 1975 lo Shāh, continuando la sua politica antireligiosa, alterò il calendario ufficiale del paese, dalla sua data d’inizio, ossia la hijra, la migrazione del Profeta, a quella dell’inizio del governo achemenide. Ma in una secca e veemente reazione l’imām Khomeini vietò l’uso di tale calendario. Come il bando sul partito Rastakhiz, anche quello sull’uso di questo calendario fu ben recepito dal popolo ed entrambe le iniziative fallirono miseramente. Nel 1978 infatti il regime sarà costretto a ritirare il calendario dei re.

   Sempre nel 1975 l’accordo firmato ad Algeri tra lo Shāh e Saddām Husayn (in veste di vice-presidente dell’Iraq) pose fine, temporaneamente, alle dispute tra i due regimi. A quel tempo la continuazione delle dispute tra Baghdad e Tehran era considerata infatti dannosa per la stabilità che gli Stati Uniti volevano nel Golfo Persico. L’accordo fu favorito dall’intercessione del presidente algerino e da Anwar al-Sadat (1918-1981), presidente dell’Egitto e fraterno amico dello Shāh.    

   L’amicizia tra i governanti di Baghdad e Tehran significava condizioni ancora più dure per il movimento di rivolta dell’imām Khomeini, ma nessun ostacolo riuscì a dissuaderlo dalla lotta che aveva intrapreso. In questo periodo l’ambasciatore iraniano a Baghdad aveva fatto presente alle autorità governative iraniane a Tehran che l’imām Khomeini non stava rimandendo inattivo in Iraq,  e che anzi continuava ad agire contro il regime, richiedendo altresì istruzioni su come il suo lavoro poteva essere portato a termine. Infuriato da questo comunicato, lo Shāh aveva risposto: “L’ho detto mille volte – spegnete quella voce!”. Lo Shāh ignorava però che il destino aveva riservato una diversa missione per l’imām Khomeini.

   Nel 1976 negli Stati Uniti i Democratici salirono alla Casa Bianca. Il sostegno finanziario dello Shāh ai Repubblicani non li aveva infatti aiutati nelle elezioni presidenziali. Jimmy Carter aveva vinto basando la propria campagna elettorale sulla difesa dei diritti umani, sulla volontà di prevenire lo sviluppo di sentimenti anti-americani in paesi come l’Iran, sull’impegno a provvedere a coprire la depressione economica in atto negli Stati Uniti e fare più pressione sull’Unione Sovietica al fine di ricevere concessioni nei negoziati sul controllo degli armi nucleari (SALT II)[82].

   Sulla scia delle politiche del Partito Democratico americano, lo Shāh in Iran dichiarò la “libera atmosfera politica” e fece delle riforme di facciata, spostando da una parte all’altra i titolari di alcune posizioni chiave.

   Le politiche americane rispetto all’Iran, stilate dal ministro degli esteri statunitense e dalla CIA e inviate all’ambasciata americana a Tehran, furono successivamente pubblicate insieme ai documenti ritrovati nel cosiddetto ‘nido di spie’. Esse indicavano che nessun cambiamento era avvenuto riguardo alla complessiva politica di sostegno americano allo Shāh. Come per la precedente amministrazione, anche per i Democratici lo Shāh rappresentava la pedina essenziale per la protezione degli interessi americani nell’area del Golfo Persico, e per questa ragione l’Iran fu esentato dalle limitazioni riguardanti l’esportazione di armi americane.

   Il viaggio di Carter[83] e di sua moglie a Tehran (1977) e le sue dichiarazioni in favore del supporto incondizionato della Casa Bianca allo Shāh indicavano che la “libera atmosfera politica” era solo una effimera messa in scena.  

 

  


 

 

 

Capitolo quinto

La fuga dello Shāh e la nascita del Governo Islamico

 

 

 

   L’imām Khomeini, osservando attentamente i cambiamenti che avvenivano in Iran e nel resto del mondo, fece il miglior uso delle opportunità che gli si presentavano. Nell’agosto del 1977 egli annunciò in un messaggio che le condizioni interne ed esterne, le riflessioni sui crimini commessi dal regime presenti sulla stampa nazionale e internazionale rappresentavano una occasione di rivolta che doveva essere colta dalle università, dai circoli accademici, dai patrioti, dagli studenti, sia in Iran che all’estero, oltre che dalle associazioni islamiche, per rivoltarsi.

 

   Inoltre in questo messaggio l’imām Khomeini affermava che, ignorando i diritti di milioni di musulmani a cui erano stati imposti dei governanti ruffiani e appoggiando l’illeggittimo regime iraniano e quello sionista al fine di incatenare i musulmani e riservare loro un barbaro trattamento, gli Stati Uniti avrebbero visto un giorno tutti questi crimini ricadere su di loro e rimanere per sempre come delle macchie indelebili nella loro storia. L’assassinio dell’Āyatallāh Mustafa Khomeini[84] nell’ottobre del 1976 e i funerali organizzati in Iran furono il punto di partenza per una rinnovata rivolta delle hawza e dell’intera società religiosa iraniana. In quel momento l’imām Khomeini aveva definito questo evento, in maniera meravigliosa, una “segreta benedizione divina”[85]. Il regime dello Shāh, ad ogni modo, consumò la sua vendetta attraverso la pubblicazione di un articolo infamante sul giornale Etalaat.

   Il 9 gennaio del 1977 vi furono delle proteste contro questo articolo, durante le quali diversi studenti rivoluzionari furono uccisi. Ancora una volta la rivoltà cominciò da Qom, ma in breve tempo e in condizioni abbastanza differenti da quella del 15 di Khordad divampò in tutto il paese. Nel terzo, nel settimo e nel quarantesimo giorno di lutto, nel ricordo della caduta dei martiri di questa recente rivolta, si registrarono nuove e ripetute sommosse nelle città di Tabriz, Yazd, Jahrom, Shiraz, Isfahan e Tehran.

   In questo periodo i messaggi e le cassette registrate dei discorsi dell’imām Khomeini, in cui egli incitava il popolo a portare avanti la lotta fino alla caduta della monarchia e all’instaurazione di un governo islamico, erano riprodotte e distribuite dai suoi seguaci in tutto il paese. Lo Shāh, nonostante le esecuzioni di massa, questa volta non riuscì a spegnere i fuochi della rivolta. Le sue manovre e i suoi trucchi politici infatti furono neutralizzati prima che potessero in qualche modo attenuare la rabbia del popolo, grazie alla tempestiva trasmissione degli ordini e delle istruzioni dell’imām Khomeini su come continuare la rivolta.

   La sostituzione di Hoveyda con un tecnocrate occidentalizzato di nome Jamshid Amouzegar non aiutò a risolvere alcun problema né ad attenuare la crisi. Ja’far Sharif-Emami (1910-1998), alto esponente della Massoneria, salì allora al potere con la parola d’ordine “Governo di unità nazionale”. Le sue mosse ingannevoli e i suoi discorsi tenuti a Qom con Agha Shariat Madari, già menzionato quale guida religiosa a proposito dei recenti cambiamenti in Iran, non poté arrestare le proteste popolari. Fu proprio durante il suo governo, nel mese di settembre,  che avvennero le spietate stragi di gente innocente da parte delle forze militari al Maidan Shuhada (Il Circolo dei Martiri). La legge marziale fu ufficialmente proclamata a tempo indeterminato a Tehran e in altre undici grandi città ma la gente, ubbidendo agli ordini dell’Imām Khomeini, non solo non la osservò, ma anzi intensificò le manifestazioni sia di giorno che di notte. Le grida “Dio è il più grande” (AkllahuAkbar), “abbasso lo Shāh” e “grande Khomeini” potevano essere udite a tutte le ore del giorno e della notte attraverso l’uso di altoparlanti in tutti le strade e i vicoli.

   Sin dall’inizio l’imām Khomeini guidò il suo movimento sulle basi del seguente versetto del Corano:

    Ci sono angeli davanti e dietro ogni uomo e vegliano su di lui per ordine di Allah. In verità Allah non modifica la realtà di un popolo finchè esso non muta nel suo intimo.[86]

    Egli aveva sempre sottolineato la priorità di una rivoluzione interiore, spirituale, intellettuale e culturale, da cui deve scaturire il cambiamento della società e la rivoluzione del popolo. In quei giorni egli considerava peraltro inutili le rivolte parlamentari e di partito e il conflitto armato senza un sostegno popolare, vedendo nella mobilitazione militare e nella lotta armata una soluzione estrema a cui ricorrere solo nel caso in cui gli Stati Uniti avessero cercato di effettuare un colpo di Stato.

   Per la Rivoluzione islamica le moschee e i centri religiosi erano i punti di riferimento per le riunioni e le azioni del popolo che utilizzò generalmente motti e parole d’ordine utilizzate ripresi dai messaggi e dalle indicazioni religiose dell’imām Khomeini.

   I movimenti e i partiti politici iraniani che erano ritornati sulla scena quando il movimento islamico era in ascesa negli anni 1977 e 1978, erano così numerosi e avevano ideologie e tendenze così diversificate, oltre a essere a corto di sostenitori e seguaci, che non ebbero mai un peso significativo nel processo decisionale o nella conduzione della rivolta. Non avevano altra scelta che cavalcare le azioni, molto diffuse e repentine, del popolo. Anche in quel periodo erano attivi gruppi organizzati e armati che credevano nella via dell’imām Khomeini e avevano obiettivi islamici le cui azioni armate non furono riconosciute come un processo di rivolta indipendente, bensì come azioni di supporto e accrescimento per la recente rivolta nazionale.      

   Uno dei metodi vincenti utilizzati dall’imām Khomeini nel portare avanti la rivolta contro il regime dello Shāh fu quello di chiamare il popolo a partecipare agli scioperi e a estenderli. Gli scioperi dilaganti in tutto il paese negli ultimi mesi del regime arrivarono a toccare gli organi del regime stesso, i ministeri, i dipartimenti amministrativi e i centri di potere militare. I colpi finali furono impartiti dagli scioperi dei lavoratori dell’industria petrolifera, delle banche e dai centri sensibili di governo.

   All’incontro dei ministri degli esteri di Iran e Iraq a New York fu presa la decisione di espellere l’imām Khomeini dall’Iraq, e così il 24 settembre 1978 i militari iracheni irruppero nella sua casa a Najaf. Le notizie si diffusero rapidamente, provocando l’ira dei musulmani non solo in Iran, ma anche in Iraq e in altri paesi. Nella sua visita all’imām Khomeini il capo della sicurezza iracheno aveva detto che se egli avesse voluto rimanere in Iraq doveva rinunciare alla sua rivolta e alla sua politica, a cui l’imām Khomeini replicò, duramente, di sentire il dovere verso tutta la comunità islamica di non rimanere inerte e di non scendere ad alcun compromesso.

   Dieci giorni dopo l’imām Khomeini lasciò Najaf per dirigersi verso il confine con il Kuwait. Il governo del Kuwait però, su pressione del regime iraniano, non lo lasciò entrare. Precedentemente vi erano stati dei colloqui riguardo a una eventuale partenza per il Libano o la Siria. Ad ogni modo, dopo essersi consultato con suo figlio Ahmad, egli decise di trasferirsi in Francia, sistemandosi a casa di un iraniano a Noefel Le Chateau, un sobborgo di Parigi.

   Gli agenti dei servizi segreti francesi gli comunicarono che il presidente francese poneva la condizione che egli non parlasse di politica, al che l’acuta risposta dell’imām Khomeini fu che una simile limitazione era in palese contraddizione con la pretesa della Francia di essere una democrazia, e che egli piuttosto avrebbe preferito fare il pendolare tra gli aeroporti, da un paese all’altro, piuttosto che rinunciare al suo obiettivo. Giscard D’Estaing, a quel tempo presidente francese, scrisse nelle sue memorie che egli aveva ordinato che l’imām Khomeini fosse espulso dalla Francia, ma all’ultimo minuto i delegati diplomatici dello Shāh, in quei giorni ormai quasi alla disperazione, lo avvertirono del pericolo di una veemente e incontrollabile reazione del popolo, e si erano tirarono fuori da ogni responsabilità per le ripercussioni di simile reazione in Europa e in Iran.

   Durante i quattro mesi di permanenza dell’imām Khomeini a Parigi, Noefel Le Chateau divenne il più importante centro massmediatico del mondo. Le varie interviste rilasciate dall’imām Khomeini e le numerose visite che ricevette rivelarono al mondo le sue vedute riguardo al governo islamico e ai futuri obiettivi del suo movimento.[87] Così un gran numero di persone dei tutto il mondo venne a conoscenza del suo pensiero e degli obiettivi della sua rivolta. Fu da questo luogo e in quei momenti che egli guidò le fasi più critiche del movimento rivoluzionario in Iran.

   Il governo di Sherif-Emami non durò più di due mesi. Lo Shāh infatti consegnò la presidenza del governo al governo militare “Az-Hari”. Furono incrementati gli assassini, ma non sortirono alcun effetto sulla rivolta del popolo. Lo Shāh, disperato, chiese all’ambasciata americana e a quella britannica una estrema soluzione, ma nessuno dei loro piani precedenti risultò efficace.    

   Furono organizzate manifestazioni con milioni di persone nei giorni di tassoa e ‘ashurà (nono e decimo giorno del mese di Muharram)[88], a Tehran ed in altre città, che furono definite “il referendum informale contro la monarchia dello Shāh”. Shapur Bakhtiar, alto esponente del Fronte nazionale, fu l’ultima carta da giocare, e gli Stati Uniti suggerirono allo Shāh di nominarlo Primo ministro, a cui i dirigenti delle quattro industrie di Stato, riuniti a Guadelupe, espressero il loro comune a sostegno.

   Successivamente, il generale della NATO Huyser fece un viaggio in missione segreta in Iran, ove rimase per due mesi. Egli rivelerà successivamente nelle sue confessioni che il suo compito era quello di assicurare il sostegno delle forze armate a Bakhtiar, organizzare il suo governo, spezzare la catena di scioperi e preparare un colpo di Stato che riportasse lo Shāh al potere, in maniera simile a quando avvenne il 19 agosto 1953. Ma i messaggi dell’imām Khomeini riguardanti la necessità di continuare la lotta fecero fallire tutti i suoi piani.

   Nel dicembre del 1978 l’imām Khomeini convocò il Consiglio Rivoluzionario. Lo Shāh abbandonò il paese pochi giorni dopo, due giorni dopo aver presieduto il Consiglio della Monarchia e ottenuto il voto di fiducia per il governo Bakhtiar. La notizia della fuga del tiranno illuminò gli abitanti di Tehran e successivamente in tutto il paese la gente scese in piazza cantando e danzando. I regolari incontri tra il generale Huyser con i consiglieri militari statunitensi e i generali dell’esercito dello Shāh non poterono aiutare Bakhtiar a sopprimere gli scioperi e a porre fine alla rivolta del popolo.

   Il mese successivo fu annunciata la notizia che l’imām Khomeini aveva preso la decisione di ritornare in patria. Tutti, ascoltando questa notizia, versarono lacrime di gioia. Il popolo lo aspettava da 14 anni. Il popolo stesso, così come i suoi seguaci, erano tuttavia preoccupati per la sua vita, perché il governo fantoccio dello Shāh era ancora al potere e la legge marziale ancora in vigore. Vista la situazione i suoi seguaci gli suggerirono di posticipare il suo ritorno fino a che le condizioni non fossero state più sicure. Sull’altro fronte, dal punto di vista americano la presenza dell’imām Khomeini in mezzo a milioni di persone in rivolta avrebbe significato la fine certa dello Shāh.

   Furono quindi attuate varie azioni intimidatorie, come la minaccia di sabotare l’aereo o di un imminente colpo di Stato, per costringere l’imām Khomeini a posticipare il suo rientro. Intervenne perfino il presidente francese. Ma l’imām Khomeini aveva ormai preso la sua decisione e annunciò alla nazione iraniana, attraverso alcuni messaggi, che desiderava essere tra loro, al loro fianco, in quei giorni critici, decisivi. Bakhtiar, con il sostegno del generale Huyser, chiuse tutti gli aeroporti ai voli internazionali. 

   Una enorme folla cominciò ad affluire a Tehran da tutto il paese e milioni di persone presero parte a numerose dimostrazioni insieme a diversi esponenti del clero e personalità politiche che si erano rifugiati nella moschea dell’ Università: tutti chiedevano l’immediata riapertura degli aeroporti. Dopo alcuni giorni, il governo di Bakhtiar, incapace di opporre resistenza, accettò la richiesta del popolo. Finalmente la mattina del 1 febbraio del 1979, dopo 14 anni di esilio forzato, l’imām Khomeini potè tornare di nuovo a casa. L’accoglienza e i festeggiamenti del popolo furono indescrivibili, senza precedenti. Le agenzie di stampa occidentali ripostarono che le persone presenti all’arrivo furono tra i 4 ed i 6 milioni.

   I presenti si mossero dall’aeroporto al cimitero dei martiri della Rivoluzione di Behesht-e-Zahra, per ascoltare le prime, storiche parole dell’imām Khomeini al suo rientro in Iran. Fu in questo discorso che l’Imām Khomeini levò la sua voce e disse: “designo il governo con il sostegno di questa nazione.” All’inizio Shapur Bakhtiar credette fosse uno scherzo, ma alcuni giorni dopo l’imām Khomeini dichiarò Bazargan Primo Ministro del Governo Rivoluzionario provvisorio (5 febbraio 1979). Bazargan, che era stato candidato dal Consiglio Rivoluzionario, era una persona religiosa con un passato di lotta contro il regime, maturato politicamente con il movimento per la nazionalizzazione dell’industria petrolifera.

   Nella stesura dell’ordine l’imām Khomeini aveva specificato che Bazargan era proclamato Primo ministro al fine di preparare il referendum e le elezioni politiche, a prescindere dei partiti politici. L’imām Khomeini chiese inoltre al popolo iraniano di esprimere la sua opinione riguardo alla sua scelta, e il popolo in tutto il paese scese in piazza per dimostrare il suo assenso. I gruppi e i partiti politici, i cui membri e dirigenti furono liberati durante le varie fasi dalla Rivoluzione, alla vigilia della vittoria cominciarono a rivendicare il contributo dato alla Rivoluzione, chiedendo cariche aggiuntive. Fu in quei giorni che iniziò l’alleanza contro la Rivoluzione islamica formata da coloro che in qualche modo erano legati al regime dello Shāh, da membri della Savak, dai comunisti e dai Mujahedin Khalq (detti anche Monafeqin, ossia “ipocriti”).

   Il giorno 8 febbraio i generali dell’Aeronautica giurarono fedeltà all’imām Khomeini nella sua residenza (la scuola Alavi a Tehran). L’esercito dello Shāh era in una fase di totale sbandamento. Molti soldati e sottufficiali fedeli e religiosi avevano già abbandonato le loro basi militari per ordine dell’imām Khomeini e si erano uniti ai ranghi del popolo.

   Il giorno 9 febbraio il reparto Homafaran dell’Aeronautica, fedele all’Imām Khomeini, insorse ed occupò la più importante base aerea di Tehran. La Guardia Reale fu inviata per sopprimerli, ma si ritrovò davanti un muro di gente arrivata a supporto delle forze rivoluzionarie. Il giorno successivo le stazioni di polizia e le centrali di potere governativi cominciarono a cadere in mano al popolo una dopo l’altra. Il comandante responsabile dell’applicazione della legge marziale a Tehran anticipò l’inizio del coprifuoco alle 4 pomeridiane, mentre Bakhtiar convocò il Consiglio di Sicurezza e diede l’ordine che il colpo di Stato, così come pianificato dal generale Huyser, avesse luogo.

   Nel frattempo l’imām Khomeini in un messaggio chiedeva alla popolazione di Tehran di scendere nelle strade per prevenire la cospirazione che stava per avere luogo e per cancellare di fatto la legge marziale. Un mare di uomini, donne, giovani e anziani si riversò nelle strade e cominciò a costruire barricate e rifugi. La prima linea di carri armati e distaccamenti delle brigate motorizzate furono così dispersi appena si mossero dalle loro basi. Il colpo di Stato era fallito ancor prima di iniziare. L’ultimo tentativo di resistenza del regime dello Shāh fu spezzato e la mattina del giorno 11 febbraio 1979 fu ufficialmente dichiarata la fine della regime monarchico.

   La realizzazione delle promesse dell’imām Khomeini e il trionfo della Rivoluzione Islamica non fu soltanto un evento interno riguardante un mero cambiamento del sistema politico. Piuttosto, come molti uomini di Stato americani, europei e israeliani hanno indicato nelle loro memorie riguardanti quei giorni, la Rivoluzione fu, dal loro punto di vista, un terremoto devastante per il mondo occidentale. Non solo gli Stati Uniti persero una posizione militare, economica e geografica favorevole in una delle aree più sensibili del mondo, lungo il confine con il suo rivale sovietico, ma le ondate di questa grande eruzione scioccarono e demoralizzarono duramente i regimi filo-occidentali del mondo islamico.

   Il messaggio essenziale della Rivoluzione Islamica  era di natura spirituale e culturale, era basato sulla religione e sui principi morali. La sua vittoria implicava l’esportazione del suo messaggio e dei suoi valori, il dar vita a una ondata di movimenti di liberazione dei paesi islamici e del Terzo Mondo. Contemporaneamente all’Iran, il regime filoamericano del Nicaragua si dissolse. In Afghanistan il governo sovietico fu costretto a effettuare un colpo di Stato unitamente a una spedizione militare per occupare il paese al fine di schiacciare il movimento islamico. Le popolazioni del Libano e della Palestina celebrarono la vittoria della Rivoluzione e riattivarono la loro lotta sulle linee a essa ispirate. I movimenti islamici ripresero vigore in Egitto, Tunisia, Algeria, Sudan, Arabia Saudita e Turchia.

   Dopo la seconda guerra mondiale, le potenze vincitrici imposero il loro duro e ingiusto ordine al mondo. Le varie zone del mondo furono suddivise tra le due principali potenze d’Oriente e d’Occidente, e le alleanze militari della NATO e del Patto di Varsavia si ersero a difensori del Nuovo Ordine Mondiale. Nessun movimento poteva sorgere e nessuna riforma poteva essere attuata al di fuori dei limiti imposti da questo schema, cioè senza prendere posizione a favore di uno dei due poli. Ora però nel mondo contemporaneo era sorta e aveva trionfato, in una zona del mondo ritenuta sicura dall’Occidente, una rivoluzione le cui parole d’ordine erano “né Oriente né Occidente”[89]. Il movimento dell’imām Khomeini si era rivoltato direttamente, e con successo, contro l’imperialismo americano. Questa realtà disarmava i comunisti nella loro rivendicazione di essere l’unica forza anti-imperialista. Per la prima volta nell’era moderna, la religione si impose quale fattore movente e determinante nella storia delle rivolte dei popoli.

   Nonostante tutta l’incredulità e gli sforzi che furono fatti a livello internazionale per preservare il regime dello Shāh e impedire il successo dell’imām Khomeini, la Rivoluzione Islamica trionfò nelle sue battaglie in modo tale da sembrare più più un miracolo che una semplice rivoluzione. Eccetto l’imām Khomeini e tutti coloro che, a prescindere dall’analisi comune, credevano con tutto il cuore alle sue parole e alle sue promesse, tutti gli analisti politici e tutti quelli coinvolti negli eventi pensavano che la vittoria della Rivoluzione, anche negli ultimi giorni di vita del regime dello Shāh, fosse impossibile.

   Fu così che fin dalla mattina dell’11 febbraio del 1979 l’odio verso la neonata Repubblica Islamica esplose su larga scala. Il fronte dell’opposizione, guidato dagli Stati Uniti, vedeva l’attiva partecipazione del Regno Unito, di diversi governi europei e tutti i regimi legati all’Occidente. L’Unione Sovietica e i suoi satelliti, per nulla contenti di quello che era accaduto in Iran, che aveva ripristinata la sovranità dello Spirito, si schierarono con gli Americani in molte iniziative contro-rivoluzionarie. Un esempio di questa opposizione congiunta può essere rintracciato nella stessa alleanza delle forze anti-rivoluzionarie di destra e di sinistra dentro il paese. La prova documentaria di questa alleanza tra Stati Uniti e Unione Sovietica attraverso le loro ambasciate in Iran fu rivelata successivamente. Ancora più evidente fu la piena coordinazione di entrambi questi Stati nell’armare Saddām e sostenerlo nella sua guerra contro l’Iran.

   Ad ogni modo l’imām Khomeini nel guidare la Repubblica Islamica usò la stessa logica che aveva usato anni prima quando, praticamente da solo, fondò il movimento. La sua parola d’ordine era: “Il sangue trionfa sulla spada.” Egli credeva che se una comunità di individui considera il martirio come il più alto livello di eccellenza spirituale dell’uomo e resiste alle pressioni al solo fine di compiacere Dio, essa avrà vinto comunque. L’imām Khomeini voleva presentare al mondo un esempio di come costruire un paese e una società islamica sana e avanzata attraverso la mobilitazione dell’intera nazione, che  si avviò sotto il nome di “lotta per la ricostruzione”. Migliaia di specialisti e forze rivoluzionarie furono inviate nelle aree depresse del paese e furono avviate su larga scala le operazioni per costruire strade, centri ospedalieri, acquedotti e distributori di benzina.

   Ma in breve tempo le ondate di pressioni e di intrighi esterni aumentarono. Gli Stati Uniti stavano cercando, attraverso la sua quinta colonna, di impigliare la Repubblica Islamica nei suoi problemi interni e, attraverso dispute intestine, di porre le basi per un suo rovesciamento. L’ambasciata americana stava attivamente cercando di ottenere un punto di appoggio nel governo provvisorio per le sue future mosse attraverso i collaborazionisti più affidabili. E in alcuni casi ebbero successo. Il governo provvisorio di Bazargan fu composto soprattutto da nazionalisti conservatori, incapaci sia di assimilare e comprendere le condizioni e le esigenze della Rivoluzione, sia di comprendere la guida provvidenziale dell’Imām Khomeini. La debolezza del governo provvisorio e il suo spirito di accondiscendenza fecero si che i gruppi antirivoluzionari potessero rapidamente organizzarsi, attraverso l’uso di sussidi stranieri, e cominciare a creare disordini a Gonbad, nel Kurdistan e in altre aree.

   Il regime baathista dell’Iraq, intimorito dalla vittoria della Rivoluzione islamica molto più di altri regimi arabi, cominciò a mobilitare elementi antirivoluzionari nelle province meridionali dell’Iran e nel Kurdistan. L’ambasciata statunitense e i sovietici, con il supporto degli agenti della Savak ed elementi ancora attivi del regime dello Shāh, istigarono i gruppi comunisti e i Mujahedin Khalq a fomentare disordini contro la Rivoluzione.[90] L’imām Khomeini, consapevole degli intrighi che si annidavano dietro le quinte, era dell’opinione che in Kurdistan i gruppi antirivoluzionari dovevano essere soppressi con una spedizione. Ma il governo provvisorio, con le sue inutili negoziazioni in Kurdistan e la condotta indulgente verso tali gruppi perse tutte le occasioni per stroncarli sul nascere, dando loro l’opportunità di pianificare azioni ancora più violente.

   D’altra parte l’economica interna era completamente dipendente dalle entrate derivanti dalla vendita del petrolio. Consapevoli di ciò, gli Stati Uniti e l’Europa, con l’appoggio della Arabia Saudita e dei suoi alleati all’interno dell’OPEC, ridussero gradualmente il prezzo del petrolio, danneggiando considerevolmente il mercato petrolifero iraniano.

   Nonostante tutte queste difficoltà l’imām Khomeini non era affatto incline al compromesso o anche a fare anche un solo passo indietro. Piuttosto, attraverso la formazione di istituzioni rivoluzionarie egli rimediò alla debolezza del governo provvisorio e prese altre misure per assicurare la continuazione della Rivoluzione. Anche il popolo iraniano rimase fermo sulla strada della Rivoluzione. Due mesi erano duramente passati quando il 98,2% dei votanti al referendum tenuto il 1 aprile 1979 in una delle più liberali elezioni nella storia dell’Iran si espresse in favore per l’instaurazione della Repubblica Islamica. Successivamente altre elezioni furono tenute per la redazione e l’approvazione della Costituzione e per l’elezione dei rappresentanti all’Assemblea consultiva islamica.

   Per impartire solidità agli organi della Repubblica Islamica e sottolineare gli obiettivi e le priorità del governo islamico e per incoraggiare il popolo a essere presente sulla scena politica, ogni giorno l’imām Khomeini incontrava e parlava con migliaia di suoi seguaci nella scuola Faiziyyah. Egli infatti dopo la vittoria della Rivoluzione da Tehran ritornò a Qom (1 marzo 1978) e vi rimase finché non sopravvenne un disturbo al cuore (22 gennaio 1979). Dopo 39 giorni di trattamento all’ospedale di Tehran, l’imām Khomeini venne temporaneamente alloggiato in una casa nel quartiere Darband di Tehran e poi il 22 aprile 1980, di sua spontanea volontà, si trasferì in una piccola casa appartenente a un sapiente di nome Sayyid Mahdī Jamarani, in un sobborgo di Jamaran, ove visse fino alla morte.

   Il successo delle elezioni e la vasta partecipazione del popolo iraniano fecero perdere agli Stati Uniti la speranza di un imminente crollo del regime islamico, di cui davano regolarmente notizia i mass media occidentali e le informative degli agenti anti-rivoluzionari interni. Gli Stati Uniti e l’Europa non solo ignoravano la sete di giustizia della nazione e del governo iraniano per la fuga dello Shāh e il rientro dei fondi bloccati all’estero che ammontavano a 22 miliardi di dollari, ma agevolavano i fuggitivi del regime e mettevano a loro disposizione i mezzi per organizzarsi all’estero contro il Governo Islamico. E’ quasi superfluo aggiungere che gli intrighi e le ostilità della Casa Bianca avevano provocato un forte sentimento antiamericano in tutto il paese.

   Nel 1979, nell’anniversario dell’esilio dell’Imām Khomeini in Turchia (4 novembre) giunse in Iran l’annuncio di un incontro segreto in Algeria tra Bazargan e Brzesinski, il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca. In quello stesso giorno alcuni elementi di un gruppo islamico universitario che si definivano “studenti musulmani seguaci della linea dell’Imām Khomeini”, occuparono l’ambasciata degli Stati Uniti a Tehran e, dopo aver schiacciato la resistenza degli addetti alla sicurezza americani, arrestarono quelli che erano a tutti gli effetti delle spie americane. I documenti sequestrati nell’ambasciata furono gradualmente pubblicati sotto il titolo Documenti del Nido di Spie americano in Iran. Ammontavano a 50 volumi.

   Questi documenti incontrovertibili rivelarono l’interferenza degli Stati Uniti e le attività spionistiche di altri paesi in varie parti del mondo. Rivelarono inoltre i nomi di molti agenti e informatori degli Stati Uniti e i vari metodi e tipologie delle attività di spionaggio      utilizzate in Iran e in altri paesi. L’occupazione dell’ambasciata americana, che nel vocabolario della Rivoluzione Islamica era definita “Nido di Spie”, fu un duro colpo per il governo americano.

   Il giorno dopo Bazargan consegnò rimise il proprio mandato nelle mani dell’imām Khomeini. Le improvvise dimissioni del capo del governo provvisorio erano motivate dalla speranza che l’imām Khomeini facesse pressione sugli studenti affinché abbandonassero l’ambasciata americana. La Guida della Repubblica Islamica però accettò subito le dimissioni e non perse l’occasione di raddrizzare il governo delle forze rivoluzionarie e di punire coloro che, a causa delle inadeguate misure prese durante il loro breve governo, esposero l’Iran alle rivolte e ai tiri antirivoluzionari.     

   Non solo, l’imām Khomeini sostenne l’azione rivoluzionaria degli studenti definendola una “rivoluzione più grande della prima”.[91] Ed era vero. Nella Rivoluzione che culminò l’11 febbraio gli Stati Uniti avevano apertamente sostenuto lo Shāh contro la Rivoluzione, e adesso i documenti che rivelavano i loro intrighi segreti e il loro sostegno stavano venendo fuori. Dopo questo evento, gli americani usarono ogni mezzo possibile per piegare l’Iran, formalmente boicottato da tutto l’Occidente. Il paese fu isolato economicamente e politicamente e la popolazione, stringendosi intorno all’imām Khomeini, cominciò il suo duro periodo di assedio, e non si arrese.

   Il piano delle operazioni per liberare le spie fallì grazie a un evento inspiegabile avvenuto nel deserto di Tabas. Il 22 aprile sei aerei C-130 dell’Aeronautica statunitense atterrarono in una base militare americana nel deserto dell’Iran orientale. Ciò avvenne quando Bani Sadr era Presidente dell’Iran. Gli aerei avevano in programma il rifornimento e, dopo l’arrivo di 8 elicotteri tattici e di trasporto, il decollo alla volta di Tehran e, con l’appoggio di agenti infiltrati, il bombardamento della residenza dell’imām Khomeini e di altri obiettivi sensibili. Improvvisamente però nel deserto scoppiò una terribile tempesta di sabbia. Alcuni elicotteri furono costretti a tornare sulla portaerei Nimitz, altri a fare un atterraggio di emergenza. Un elicottero però entrò in collisione con un aereo che era già atterrato, ed entrambi esplosero. In questo incidente otto militari americani rimasero uccisi. Jimmy Carter, presidente degli Stati Uniti, ordinò di sospendere l’attacco e annullare l’operazione.

   La morte dello Shāh il 27 luglio 1980 in Egitto escluse definitivamente una delle possibili soluzioni controrivoluzionarie, quella di un suo ritorno al potere. Un’altra possibilità da offrire a un criminale di opprimere il suo popolo.

   Alla fine, dopo 444 giorni, le spie furono liberate attraverso l’intercessione dell’Algeria e la decisione fu approvata dai rappresentanti dell’Assemblea consultiva islamica. Con l’accordo firmato in Algeria, gli Stati Uniti si impegnavano a non interferire più negli affari interni dell’Iran e a sbloccare i conti all’estero. Ma gli americani non lo hanno mai rispettato.

   Il più importante risultato dell’occupazione dell’ambasciata americana fu comunque la cancellazione del timore referenziale verso la faraonica potenza degli Stati Uniti, oltre alla sicurezza riguardo alla continuazione della Rivoluzione. Tale azione aveva dato speranza anche alle nazioni del Terzo Mondo, mostrando loro che è possibile rimanere fermi e resistere alle superpotenze. Dopo questo evento, il formidabile timore degli Stati Uniti, creato ad arte e sostenuto da ingenti investimenti materiali, militari e pubblicitari portati avanti per anni, crollò, rendendo più problematico il loro controllo sul Terzo Mondo.

   Durante le prime elezioni presidenziali dell’Iran del 25 gennaio 1979, mentre l’imām Khomeini era ricoverato all’ospedale di Tehran, Abu al-Hasan Bani Sadr si mise a capo dei sue rivali alle elezioni. Ritornato in patria quando la Rivoluzione era a un passo dal trionfo, attraverso i suoi libri e in vari discorsi egli cercava di presentarsi come una persona religiosa e rivoluzionaria, oltre che come un grande economista. Ma nelle cerimonie per la conferma della sue elezione a Presidente l’imām Khomeini volle “puntualizzare al signor Bani Sadr e a tutti voi di tenere ben in mente una cosa: l’amore per il mondo è il peccato più grande”.[92]

   Ma la sua personalità, i suoi ideali e la sua sete di potere impedivano a Bani Sadr di prestar fede a questo consiglio. Compiaciuto del numero di voti ottenuti alle elezioni, Bani Sadr iniziò il suo lavoro ponendosi subito in contrasto con il movimento fedele alla linea dell’Imām Khomeini e con il clero. Come il governo provvisorio precedente, egli credeva nel compromesso e nella convivenza politica con le potenze internazionali. In politica interna inoltre Bani Sadr cominciò a escludere le forze religiose e rivoluzionarie e rimpiazzarle con elementi affiliati ai gruppi antirivoluzionari.

   Fu proprio durante la sua presidenza che il territorio iraniano fu occupato attraverso l’aggressione dalle forze militari  irachene. Elementi legati al Presidente, pensando che la loro sopravvivenza dipendesse dalle crescenti difficoltà e dalla crisi della Repubblica Islamica, usarono il titolo di Comandante in Capo di tutte le forze armate di Bani Sadr per sabotare gli affari relativi alla difesa e alla respinta del nemico. Essi tentarono anche di prevenire la mobilitazione delle forze popolari e del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Pasdaran). L’unità nazionale stessa fu messa seriamente in pericolo dalla condotta sediziosa di Bani Sadr. Alla fine, attraverso un breve ordine datato 10 giugno 1981, l’imām Khomeini lo rimosse dal ruolo di Comandante in capo di tutte le forze armate, e in conseguenza di questo stesso ordine l’Assemblea consultiva islamica lo giudicò incompetente per il ruolo di Presidente.

   Con la caduta di Bani Sadr, i membri e i sostenitori dei Mujahedin Khalq  che, dopo la vittoria della Rivoluzione, avevano approfittato della debolezza del governo e, forti del sostegno di Bani Sadr, avevano esteso la loro organizzazione, il 20 giugno decisero di tentare una insurrezione armata. Ma poche ore dopo fu la stessa popolazione di Tehran a sopprimere gli insorgenti e a facilitare l’arresto di alcuni di loro. Da quel giorno i cosiddetti Monafeqin cominciarono apertamente la loro azione distruttiva attraverso atti terroristici e sabotaggi, mentre i loro dirigenti si nascosero nelle cosiddette “case di gruppo”.

   Il Partito della Rivoluzione Islamica era in cima alla lista degli obiettivi dei loro attacchi terroristici. Questo partito si era formato dopo il trionfo della Rivoluzione grazie agli sforzi di eminenti personalità quali l’Āyatallāh Khamenei, Beheshti, Bahonar, Rafsanjani e Musavi Ardibili. L’obiettivo era quello di organizzare tutti quelli fedeli alla linea dell’Imām Khomeini per contrastare gli inganni e le mosse dei gruppi politici anti-rivoluzionari. Questo partito, sostenuto moralmente dall’Imām Khomeini, molto presto trovò molti sostenitori in tutto il paese e divenne il maggiore ostacolo per gli agenti antirivoluzionari.

   Il 27 giugno una bomba esplose nella Moschea Abazar di Tehran, ove l’Āyatallāh Khamenei fu ferito mentre teneva un suo discorso. Ma la grande tragedia ebbe luogo il giorno dopo. Settantadue dei più importanti esponenti del fronte islamico e amici dell’Imām Khomeini, tra cui il capo della Corte Suprema Beheshti, alcuni ministri, rappresentanti dell’Assemblea consultiva islamica, membri del Potere Giudiziario, intellettuali, scrittori ed esponenti delle forze rivoluzionari, furono uccisi dall’esplosione di una bomba nella sede del Partito della Repubblica islamica. Il potente ordigno fu sistemato da agenti infiltrati appartenenti ai Monafeqin.

   Due mesi dopo, il 30 agosto, Muhammad ‘Alī Rejai (1933-1981), una figura popolarissima che dopo le dimissioni di Bani Sadr era stata eletta dal popolo Presidente della Repubblica, e l’Hojjatul-Islam Muhammad J. Bahonar, Primo Ministro, furono uccisi dall’esplosione di una bomba piazzata nei loro uffici.     

   La risolutezza attraverso cui l’imām Khomeini rapidamente scelse i sostituti di Rejai[93] e di tutti coloro i cui ruoli erano vacanti a livello dirigenziale, fu determinante, oltre che per l’efficace riorganizzazione degli affari interni, anche per scoraggiare e abbattere il morale del nemico. Una risolutezza che sorprese non poco le agenzie di stampe straniere e i vari circoli politici. Non fosse stato per la fede e la sorprendente fermezza dell’imām Khomeini, infatti, oltre che per la vigilanza del popolo iraniano, ognuno di questi eventi avrebbe potuto minare irrimediabilemente la Repubblica Islamica.

   Proprio dopo questo evento i messaggi e i discorsi dell’imām Khomeini, i suoi continui inviti alla calma fecero superare queste tragedie e cementarono la volontà del popolo nel continuare sulla sua strada. A seguito dell’uccisione di Beheshti, la gente commossa alzava il grido: “Cosa pensano di fare gli Stati Uniti, l’Iran è pieno di Beheshti!”, una frase era ripresa dalle affermazioni dell’imām Khomeini che aveva denunciato dietro questi atti terroristici la presenza della mano nascosta del vero nemico: gli Stati Uniti. D’altro canto, l’Imām Khomeini, sin dall’inizio del suo movimento, aveva regolarmente insegnato al popolo che la Rivoluzione Islamica non dipende dagli individui, non importa quanto efficaci e di alto livello essi possano essere. I protettori della Rivoluzione sono “Dio e la fede del popolo in cerca di Dio.”[94]

   Uno dei maggiori successi dell’imām Khomeini fu quello di aver risvegliato la consapevolezza delle persone, la loro comprensione, il loro senso di responsabilità, la loro capacità di analizzare i problemi politici quotidiani. Per anni i mass media occidentali andavano affermando che, secondo le loro analisi, la disintegrazione della Repubblica Islamica era inevitabile dopo la morte dell’imām Khomeini. Queste previsioni erano state riprese, argomentate e confermate anche da molti intellettuali occidentali e delle discussioni politiche dei loro governanti, mentre i gruppi anti-rivoluzionari si preparavano all’evento. Ma il mondo fu testimone del fatto che dopo la sua morte non vi fu alcun segno, di nessun tipo, che potesse far pensare alla realizzazione delle aspettative dei nemici. Le loro speranze furono spazzate via. E la ragione è la seguente.

   L’imām Khomeini aveva risollevato e rigenerato una intera generazione che nel passato era divenuta languida, apatica, prive di speranze e indifferente a causa dei tradimenti e dell’oppressione durante i 50 anni di regime Pahlavi. Essi furono capaci, in breve tempo, di cambiare il loro precedente stile di vita, i loro costumi sociali e gli pseudovalori che avevano contrassegnato la loro vita fino ad allora, e abbracciare nuovi ideali. Prova di questo furono le diverse centinaia di migliaia di giovani che, durante gli otto anni di guerra, combatterono come volontari gli aggressori iracheni in uno elevato stato spirituale e sacrificarono le loro vite in piena consapevolezza. I testamenti pubblicati dei martiri contengono innumerevoli esempi e testimonianze della loro piena comprensione della fede e della morale. Questi erano gli stessi che fino a pochi anni prima della vittoria della Rivoluzione erano esposti a ogni sorta di vizi, di corruzioni, di droghe, di propaganda mistificatoria.

   Per coloro che non si sono ancora resi conto della realtà sociale in cui si dispiegò l’azione dell’imām Khomeini, queste affermazioni possono sembrare delle esagerazioni e una distorsione della realtà dovute a un eccessivo amore per l’imām Khomeini. Ma i testimoni ancora in vita, le evidenze oggettive, i documenti esistenti sono talmente numerosi che per sostenere e comprovare queste affermazioni non vi è bisogno di discussioni o ulteriori argomentazioni. Nella cultura della società religiosa dell’Iran coloro che hanno donato la vita dei propri figli a sostegno dell’ideale dell’Imām Khomeini si congratulano ogni giorno, piuttosto che darsi le condoglianze. Ci sono molti genitori in Iran che hanno dato diversi figli sulla via di Dio guidati dall’imām Khomeini e che, se li si domanda quali siano i loro sentimenti, essi risponderanno che tali sacrifici sono un grande onore per le loro famiglie e una benedizione di Dio. Può sembrare incredibile agli Occidentali come i genitori possano divulgare il nascondiglio dei loro figli delinquenti agli agenti delle forze dell’ordine, ma è la verità: i nascondigli di molti agenti antirivoluzionari furono rivelati proprio dai loro genitori, legati all’imām Khomeini e sostenitori della Rivoluzione. Questi genitori parteciparono all’arresto dei loro figli. Ciò assume un valore ancora più straordinario se si pensa  al profondo attaccamento esistente tra i membri delle famiglie iraniane, non comparabile con le più rilassate e distaccate relazioni che vi sono nelle moderne famiglie occidentali.

   Ancora oggi se si chiede a qualcuno delle decine di migliaia di combattenti, che hanno ancora vivi i ricordi della guerra, quale sia stato il giorno più duro vissuto al fronte, egli risponderà senza esitazione che è stato il giorno in cui fu accettata la risoluzione dell’ONU per il cessate il fuoco. E’ impossibile descrivere a parole i forti sentimenti e il dolore presenti in quel giorno nel cuore dei Basijis. Bisogna aver visto le scene per poterci credere. Essi reagirono così perché avevano paura di perdere l’occasione di diventare martiri, di veder chiudersi davanti a loro la porta del Paradiso.

   Effettuare un simile rivolgimento interiore, un tale cambiamento spirituale a livello della società e rigenerare l’amore per Dio e per l’Islam nell’anima di una così vasta comunità di individui, non è certo una impresa facile e ordinaria. Il Libano e l’epico evento della nascita e dell’azione di Hizbullah (lett. “Partito di Dio”) avvenuto in quel paese è un altro esempio dello straordinario cambiamento appena descritto.

   Contrariamente a quanto sostenuto dalla propaganda occidentale, non fu solo il coinvolgimento e il sostegno dell’Iran a causare una simile resistenza, perché anche gli Stati Uniti, l’Europa e l’Unione Sovietica avevano avuto una presenza diretta e profonda in quel paese. L’Università americana di Beirut è stata attiva per anni. Gli Stati Uniti e l’Europa mandarono truppe quando vi erano conflitti e tensioni nel paese considerato il più grande mercato politico dell’Occidente nel Medio Oriente. Grazie a cosa la popolazione del Libano, sebbene numericamente inferiore rispetto ai suoi nemici e con insignificanti mezzi di difesa, riuscì a opporre una simile resistenza e a combattere così intrepidamente da costringere le forze militari occidentali a uscire di scena e a evacuare il paese? Ancora oggi, nonostante le difficili condizioni economiche, i frequenti attacchi e bombardamenti di Israele, Hizbullah ha imposto la sua identità all’Occidente e continua la sua resistenza.

   La risposta è la seguente: i musulmani libanesi, grazie alla loro tradizione religiosa e culturale, conobbero l’imām Khomeini e compresero il suo messaggio molto più velocemente di altri paesi islamici. Successivamente, la stessa cosa successe in Palestina con la nascita del movimento di Hamas, e la rinascita di altri movimenti islamici in altri paesi islamici. In tutti questi paesi noi ritroviamo gli effetti del pensiero e del messaggio dell’imām Khomeini.

   Simili cambiamenti non sono solo il risultato del pensiero politico e del metodo di rivolta dell’imām Khomeini. Il suo pensiero sociologico e pedagogico è stato efficacemente messo in pratica per preparare le basi di questi cambiamenti politici. Sfortunatamente, le dimensioni delle sue visioni e del suo sguardo sul genere umano, sulla società, sulla storia, così come i suoi metodi pedagogici, non sono stati ancora sufficientemente studiati e divulgati. Ad ogni modo, la scuola sociologica e pedagogica dell’imām Khomeini non ha nulla in comune con tutte quello che è presentato sotto questi titoli nelle università del Terzo Mondo e nei paesi islamici.

   Il movimento dell’imām Khomeini è basato sulla vita e sulla condotta dei Profeti. E’ quel sistema che trasformò schiavi isolati e oppressi e uomini pagani in eminenti personalità come Abuzar e Salman. Un sistema che creò i pionieri della cultura e della civiltà islamica attraverso un metodo ormai dimenticato nell’era moderna. Oggi quello che apprendiamo dalle scienze umane è una definizione dell’uomo e delle sue relazioni con differenti enti basata su punti di vista profani appartenenti all’umanesimo e al liberalismo di matrice occidentale. Una visione dell’uomo che in se stessa è uno sviluppo del Rinascimento e frutto di una sostanziale ignoranza di se stessi, dell’accettazione di fatto dell’essenza del materialismo e del dominio della tecnica sull’uomo.

   Ma torniamo ai momenti cruciali della guida della Rivoluzione negli anni turbolenti post-rivoluzionari. Dopo la tragedia del 27 giugno del 1981, e l’uccisione di molti amici e seguaci dell’imām Khomeini, di autorità della Repubblica Islamica, i dirigenti del gruppo dei Munafeqin, accompagnati dal loro deposto Presidente, atterrarono a Parigi travestiti da donne e aiutati da agenti infiltrati all’ aeroporto. Il loro pilota era un fedele dello Shāh che pilotò l’aereo del monarca nel suo ultimo volo fuori dal paese. In evidente contrasto con le sue affermazioni sulla difesa dei diritti umani e sulla lotta al terrorismo, il governo francese diede rifugio a persone che rivendicavano apertamente la responsabilità di operazioni terroristiche, incluso l’esplosione di bombe in pubbliche piazze.

   Da quel momento i Monafeqin vennero messi sotto protezione dai pesi europei e dagli Stati Uniti. Durante la guerra Iran-Iraq, essi con un speciale permesso concesso loro da Saddām, trasferirono la loro principale base dell’operazioni in Iraq, e durante tutta la guerra essi di fatto agirono come spie e manovalanza e diedero il loro appoggio all’esercito baathista. Il loro compito più importante era quello di prendere informazioni dal fronte di guerra iraniano e fornire informazioni dettagliate sulle aree residenziali iraniane delle città e di altri luoghi che dovevano essere bombardati. Essi parteciparono anche agli interrogatori dei prigionieri di guerra iraniani e alle operazioni militari irachene.

   I maggiori sforzi militari dei Monafeqin per entrare in Iran furono intrapresi nel 1988, dopo la pace tra Iran e Iraq, ma in quella che fu denominata “Operazione Mersad” furono duramente sconfitti e costretti  a rifugiarsi in territorio iracheno, lasciando sul terreno più di un migliaio di morti. Tutto quello che è propagandato nel mondo dalle agenzie di stampa affiliate agli Stati Uniti riguardo alle presunte violazioni dei diritti umani in Iran è per lo più ripreso dalle affermazioni di questo gruppo (Mujahedin Khalq), e serve a giustificare la protezione loro accordata dagli stessi governi occidentali. Essi sono i più odiati criminali agli occhi della popolazione iraniana, i cui crimini superano quelli dei più famosi criminali della storia contemporanea dell’Iran. Oltre alle 72 più popolari personalità della Repubblica Islamica uccise nell’esplosione avvenuta nella sede centrale del Partito della Repubblica Islamica e l’assassinio del Presidente e del Primo ministro, altre eminenti personalità religiose, politiche e militari furono portati via al popolo dagli attacchi terroristici dei Monafeqin. Oltre a figure politiche e religiose e ad autorità della Repubblica Islamica, molte persone comuni la cui unica colpa era quella di difendere e vigilare sulla propria Rivoluzione, furono uccise da attentati terroristici e da esplosioni causate dai Monafeqin nelle strade, nei mercati e in altri luoghi pubblici. Emblematica fu l’uccisione di due sacerdoti cristiani e l’esplosione di una bomba nel giorno di ‘ashūrā all’interno del santuario dell’imām Ridā a Mashad nel 1994.

   E’ interessante notare che di fronte a tutti questi tragici avvenimenti, gli Stati Uniti e i governi europei, così come le organizzazioni internazionali, non solo rimasero in silenzio, ma anzi diedero rifugio e mezzi di sussistenza a questi terroristi criminali. Anche precedentemente, in contrasto con le loro affermazioni, nel processo per gli omicidi commessi dagli agenti dello Shāh assunsero lo stesso atteggiamento.

   E’ proprio per questo motivo che né prima né dopo la Rivoluzione l’imām Khomeini basò le sue valutazioni e le sue posizioni sul giudizio dei governi stranieri o sulle posizioni assunte dalle organizzazioni internazionali. Egli spesso aveva affermato che le Nazioni Unite e la Commissione per la Difesa dei Diritti Umani non sono altro che strumenti a disposizione delle grandi potenze per attuare il loro dominio a livello internazionale, così come lo erano le affermazioni dei comunisti e dei sovietici riguardo al liberalismo e alla lotta contro l’imperialismo. Sulla base di questa constatazione, l’imām Khomeini aveva presentato un interessante criterio di discernimento alle autorità della Repubblica Islamica:

    il giorno in cui società come quelle degli Stati Uniti e del mondo occidentale vi elogieranno e volontariamente accetteranno la vostra esistenza e quella della Rivoluzione, sarà quello in cui dovrete dubitare della moralità della vostra via e della giustezza delle vostre posizioni.


 

Capitolo sesto

La “guerra imposta” contro l’Iraq

 

 

 

   Il fallimento dei piani per rovesciare la Repubblica Islamica attraverso l’isolamento economico e politico perseguito dagli Stati Uniti in tutto il mondo, dell’operazione nel deserto di Tabas seguito all’occupazione dell’ambasciata e degli attentati perpretati nel regione curda spinsero nel 1980 i governanti degli Stati Uniti a considerare ormai matura e inevitabile l’opzione militare.

 

   L’equilibrio di potere esistente tra il blocco comunista e quello occidentale impediva però una azione unilaterale da parte degli Stati Uniti. D’altra parte, l’opinione pubblica mondiale era ormai venuta a conoscenza delle azioni e degli ideali dell’imām Khomeini, soprattutto quando questi si trovava in Francia, e degli eventi post-rivoluzionari avvenuti in Iran. Non solo, buona parte di tale opinione pubblica, che aveva familiarizzato con i problemi iraniani e con l’oggettiva giustezza della posizione assunta di questo paese, cominciava a simpatizzare per il popolo iraniano. Non vi erano dunque le condizioni per poter giustificare una campagna militare diretta, anche perché le condizioni politiche del tempo, in particolare quelle dei traballanti regimi del Golfo Persico, non permettevano una simile azione. Vista la situazione, dunque, l’unica soluzione rimasta era quella di spingere l’Iraq a iniziare la guerra.

   Questo paese, infatti, era considerato un alleato dell’Unione Sovietica e del blocco comunista, per cui il coinvolgimento dell’Iraq in uno scontro con l’Iran avrebbe naturalmente posto i Sovietici e i suoi alleati dalla parte degli Stati Uniti e dell’Europa, che supportavano a loro volta l’Iraq. Questo avrebbe così annullato ogni possibile tensione tra i due blocchi.

   L’Iraq era il secondo paese nella regione dal punto di vista del personale e dell’equipaggiamento militare e poteva, se necessario, sostenere anche un conflitto di lungo periodo. L’Iraq avrebbe potuto portare avanti la guerra contro l’Iran sapendo di poter contare, oltre che sulle proprie ricchezze nazionali, anche sull’aiuto degli altri Stati arabi filo-occidentali, ritenendo di poter anche fare a meno della diretta partecipazione di forze militari occidentali.    

   Ad ogni modo, i piani iniziali degli Stati Uniti e di Saddām Husayn non prevedevano una guerra di lunga durata, in quanto ci si aspettava che, dopo i primi giorni di combattimenti, l’Iran e la sua Rivoluzione sarebbero presto collassati.

   La sete di potere di Saddam e le precedenti dispute sui confini intercorse tra i due paesi avevano creato le condizioni ideali per spingere gli Stati Uniti a dare luce verde a Saddām per l’aggressione e l’occupazione militare dell’Iran. Se durante gli anni del conflitto il mondo non poté accettare le prove e i documenti presentati dall’Iran che dimostravano che gli Stati Uniti, in linea con l’Europa e l’Unione Sovietica, era stata la vera causa della guerra, successivamente, durante la prima guerra del Golfo, in cui gli Stati Uniti attaccarono l’Iraq, i documenti e le confessioni pubblicate avrebbero strappato definitivamente il velo e i fatti tenuti fino ad allora segreti sarebbero stati rivelati al mondo.

   Il 22 settembre del 1980 l’esercito iracheno iniziò così la sua guerra d’aggressione e d’espansione contro l’Iran. Lungo tutti i 1280 chilometri di confine, dal punto più a nord al porto di Khorramshahr e Abadan a sud, le forze irachene si mossero ed entrarono in territorio iraniano. L’aviazione irachena bombardò l’aeroporto di Tehran e altri siti alle ore 14 dello stesso giorno. La macchina da guerra di Saddam, preparata da tempo con l’aiuto del governo francese, delle industrie di armamenti americane ed inglesi, così come dall’equipaggiamento militare sovietico, violò i diritti territoriali dell’Iran e avanzò rapidamente per chilometri occupando vaste aree lungo tutto il confine dispigantesi lungo ben cinque province iraniane.

   La coraggiosa resistenza iniziale delle guardie di frontiera fu presto spezzata per mancanza di informazioni, di preparazione, di uomini e di mezzi. Gli uomini dell’esercito baathista erano spietati e barbari nello spezzare la resistenza. Intere città, paesi e villaggi comprese nelle aree occupate furono rapidamente rasi al suolo, lasciando solo polvere e macerie. Più di 100 mila persone diventarono profughi senza oramai più nulla.

   L’esercito iraniano, seriamente danneggiato durante la rivoluzione, era in fase di riassestamento. Migliaia di specialisti militari stranieri, soprattutto americani, che durante il regno dello Shāh avevano progettato e tenuto in piedi l’esercito rimanendo autosufficienti in tutti i campi, avevano lasciato il paese durante la Rivoluzione. Molti dei complicati strumenti, dei moderni aeroplani, dei missili avanzati che erano stati acquistati con il denaro dello Stato iraniano, furono negli ultimi giorni del regno dello Shāh trasferiti rapidamente negli Stati Uniti dal generale Huyser. Il neonato Corpo dei Guardiani della Rivoluzione, formato per ordine diretto dell’imām Khomeini, era nella sua fase di assestamento oltre che carente di forze, equipaggiamenti ed esperienza.

   Durante i primi giorni di guerra Saddām Husayn, che conosceva molto bene questi punti deboli grazie alle informazioni fornitegli dagli Stati Uniti, dalla Francia e dagli agenti infiltrati, aveva già preparato la nuova mappa del nuovo Iraq in cui erano incluse tutta la regione del Khuzistan e parti delle province occidentali dell’Iran. Egli era infatti convinto che la Repubblica Islamica non avrebbe resistito a un simile attacco militare e avrebbe presto ceduto e che il resto del mondo lo avrebbe sostenuto e approvato.

   La diffusione delle notizie concernenti la guerra che l’Iraq aveva scatenato contro l’Iran, con tutta la sua importanza, si scontrò con l’assordante silenzio di tutti gli organismi internazionali e delle maggiori potenze mondiali. Questo significativo silenzio, l’ostilità piena di sete di vendetta delle potenze mondiali contro la Repubblica Islamica, la difficile realtà interna del paese, l’infame strategia militare adottata dai baathisti, tutto questo rendeva ardua  il compito di prendere una decisione. L’Iran era stato messo sul fatto compiuto, e di fronte a sè aveva due possibilità: resistere in una guerra impari con dimensioni ed esiti imprevedibili, o sottomettersi ai desideri degli Stati Uniti, a accontentare Saddam cedendogli i territori e, a lungo termine, abbandonare di fatto la Rivoluzione e l’Islam.           

   Queste due soluzioni, entrambe molto dure, non fecero comunque esitare l’imām Khomeini dal compiere il suo dovere. Egli credeva intuitivamente nel versetto:

    quante volte, con il permesso di Allah, un piccolo gruppo ha battuto un grande esercito! Allah è con coloro che perseverano.[95]

    Egli aveva attraversato le stazioni spirituali verso “l’estinzione in Dio”[96] anni prima di assumere la guida della comunità islamica. Aveva insegnato la dottrina dell’opera Al-asfār al-arba’ah fi’l-hikmat al-muta’āliyah (I Quattro Viaggi riguardanti la Teosofia Tascendentale)[97] sulla migrazione dell’Uomo Perfetto[98] e aveva egli stesso fatto esperienza in maniera completa di questi viaggi spirituali. L’imām Khomeini aveva incluso nei testi del suo “Codice di Condotta” i decreti sul jihad e la difesa, considerandoli doveri divini che non potevano essere elusi. Chiunque conosca la sua vita passata e il “viaggio dello spirito” da lui intrapreso lungo la via del graduale perfezionamento individuale, può intuire in anticipo quale via egli avrebbe seguito a questo punto, e con quale prospettiva!

   Le prime reazioni dell’imām Khomeini, il suo primo messaggio, le sue prime letture in relazione all’aggressione dell’esercito iracheno dimostrarono ancora una volta quale fosse la sua personalità e il modo di far valere la sua autorità. In questa sede, ad ogni modo, non possiamo approfondire questi punti, né delineare la raffinatezza dei suoi modi speciali ed esclusivi.

   L’imām Khomeini dunque ordinò immediatamente di resistere. Nella sua prima analisi della situazione, affermò che gli Stati Uniti erano i veri responsabili della guerra in qualità di sostenitori e istigatori di Saddām Husayn, e rassicurò apertamente il popolo dicendo che se tutti si sarebbero difesi per compiacere Dio e avessero considerato tale difesa un dovere religioso, allora il nemico sarebbe stato certamente respinto, sebbene tutti i parametri visibili, le valutazioni prettamente materiali e ‘umane’, prospettassero il contrario. Il giorno dopo l’inizio dell’invasione irachena, in un dichiarazione alla nazione iraniana, l’imām Khomeini in sette brevi, densi e precisi passaggi, delineò le strategie per la gestione della guerra e del paese in tempo di guerra. Successivamente, dopo aver inviato un ultimatum alla nazione e all’esercito iracheno, egli si dedicò al difficile compito di condurre e supervisionare una guerra, che sarebbe durata otto anni, senza alcuna esperienza precedente.

   Durante i primi giorni di guerra, decine di migliaia di uomini delle milizie popolari e di volontari, su invito dell’imām Khomeini, andarono al fronte per affiancarsi alle forze militari regolari. In un primo tempo l’avanzata del nemico fu arrestata, ma a costo del sacrificio di tantissimi combattenti islamici. La lotta, infatti, era incredibilmente impari. L’imām Khomeini, che come sempre confidava in Dio e negli uomini in cerca di Dio, con una serie di discorsi e di ripetuti messaggi egli preparò il popolo a una guerra lunga ed estenuante.

   Attenendosi agli insegnamenti del Corano, l’imām Khomeini credeva nella difesa a oltranza, nella lotta fino alla cessazione dell’aggressione e alla punizione dell’aggressore. Dopo alcuni giorni dall’inizio della guerra egli informò gli ambasciatori stranieri in Iran che loro difendevano l’Islam e che lo avrebbero fatto con la propria vita, con i propri beni e con le persone più care. E che non si sarebbero mai arresi.

   A questo incontro, e attraverso lettere e messaggi inviati ai capi degli Stati islamici, egli chiedeva loro che, anche se consideravano Saddām un musulmano, dovevano obbedire al decreto del Sacro Corano secondo cui i musulmani devono combattere un aggressore fino a quando questi non ritorni all’ordine di Dio e metta fine  all’aggressione.

   Saddam aveva promesso alle sue truppe una vittoria in tre giorni, la conquista di alcuni territori e l’immediata fine della guerra. L’esercito iracheno, che non aveva ritenuto necessario prepararsi per una guerra di logoramento, si scontrò con la difesa del popolo iraniano e fu fermato prima di aver raggiunto gli obiettivi prefissati. Gli sforzi delle truppe irachene di spezzare definitivamente le linee di difesa iraniane infatti fallirono diverse volte, lasciando sempre numerosi morti sul terreno.

   Gli Stati Uniti gradualmente si trovarono di fronte a rapporti di guerra sempre più amari e imprevisti. Una nuova ondata di pressioni politiche, organizzate e dirette dagli Stati Uniti, fu condotta sull’Iran attraverso gli organismo internazionali e gli Stati arabi. Invece di condannare questa evidente aggressione, essi fecero pressione sull’Iran affinché accettasse una proposta di cessate il fuoco. Accettare il cessate il fuoco però equivaleva a offrire i premi a Saddām, accontentarlo e permettere ai nemici dell’Islam di ottenere quello che non erano riusciti a prendersi pienamente attraverso l’attacco militare. L’Iran non aveva iniziato la guerra, e ora gli si imponeva di fermarla.

   La Repubblica Islamica si difendeva dall’avanzata del nemico in condizioni molto difficili, mentre il nemico aveva attraversato e occupato decine di piccole città e centinaia di villaggi, vaste distese di territori ricchi di petrolio nell’ovest e nel sud-ovest del paese. Diverse migliaia di chilometri quadrati di territorio era stato occupato. La guerra non si svolgeva su entrambi i lati dei confini, così che la parte attaccata potesse cercare un cessate il fuoco. Inoltre, anche ammettendo che Saddām non volesse il cessate il fuoco per riorganizzare le proprie forze in vista di un nuovo attacco per raggiungere i suoi obiettivi auspicati, l’accettazione del cessate il fuoco da parte dell’Iran significava che l’aggressore, ossia l’Iraq, poteva rimanere in profondità in territorio iraniano e quindi che la Repubblica Islamica avrebbe dovuto rinunciare a tutto il suo territorio occupato per diversi anni per ridursi a mendicare agli organismi internazionali, ai mediatori politici e, in definitiva, al vero responsabile della guerra, cioè agli Stati Uniti d’America, il ritiro dalle sue terre occupate.

   Questa era una proposta illogica che nessun amante della libertà avrebbe mai potuto accettare, tantomeno l’imām Khomeini e un popolo appena usciti vittoriosi dallo scontro contro un dittatore dispotico. D’altra parte in nessuna delle proposte Saddām si impegnava a ritirarsi entro i suoi confini. Anzi ufficialmente affermava che i vasti territori occupati, e altri che non lo erano ancora, dovevano essere annessi all’Iraq! Una affermazione simile la avremo risentita diversi anni dopo a proposito della sua aggressione al Kuwait, considerato la 19a provincia dell’Iraq.

   La verità è che nessuno dei paesi che, quando divenne chiaro che Saddam non sarebbe riuscito a rovesciare la Repubblica Islamica, parlava di cessate il fuoco e faceva pressione sull’Iran affinché lo accettasse, era un sincero sostenitore della pace. Anzi, sapevano benissimo che nessun paese avrebbe potuto accettare un cessate il fuoco con simili condizioni. Era solo un altro tentativo di isolare ulteriormente l’Iran. Emblematico fu poi il motivo per cui i governi arabi filo-occidentali insistevano sul cessate il fuoco e sulla pace, ossia solo perché erano sotto pressione da parte dei loro popoli che volevano conoscere il motivo per cui i loro governi sostenessero senza riserve un aggressore come Saddām, e fossero contro un paese che stava usando tutte le sue energie in difesa dell’Islam!

   Gli Stati Uniti, i governi europei e gli Stati arabi non erano dunque sinceri nei loro appelli per la pace. La prova più evidente, che rende superflua qualsiasi altra evidenza oggettiva, sta nel fatto che dopo la prima vittoria dell’Iran in una serie di operazioni militari durane il secondo anno di guerra, Saddām non avrebbe potuto continuare la guerra né resistere allo scontro frontale con le forze iraniane neanche un solo mese senza il fiume di denaro e di armamenti di fabbricazione occidentale che gli emiri arabi gli fornivano. Se fossero stati sinceri nelle loro affermazioni tutto quello che avrebbero dovuto fare era sospendere i loro aiuti a Saddām e non persistere nel loro boicottaggio dell’Iran in campo militare, economico e petrolifero.

   La colpa dell’Iran era quella di riuscire a difendersi tenacemente e inaspettatamente contro un nemico che aveva occupato il suo territorio, massacrato migliaia di civili innocenti solo nei primi giorni di guerra e creato diverse migliaia di profughi e senzatetto. Sebbene i paesi arabi espressero rammarico ed elogiarono l’Iran dopo l’occupazione del Kuwait da parte di Saddām, ciò non elimina le loro responsabilità e le loro cope per essersi schierati con i governi occidentali e con Saddām, unici veri responsabili del prolungamento della guerra.

   L’imām Khomeini, con le prove già menzionate, avvisò i delegati (inviati per i colloqui) della sua ferma decisione di continuare la difesa fino a quando il nemico non fosse stato respinto fuori i confini riconosciuti e avesse ripagato i danni che aveva fatto. Ma il tumulto della propaganda occidentale era così estesa e profonda che la voce, innocente e giusta, dell’Iran non poteva raggiungere alcun orecchio. Gradualmente essi rovesciarono i fatti così tanto che l’Iran sembrava essere il perpetratore della guerra mentre Saddam era presentato come una povera vittima amante della pace. Simili pressioni e false giustificazioni non intaccarono però la ferma decisione dell’imām Khomeini, né scalfirono il popolo iraniano. Dopo la deposizione di Bani Sadr e l’instaurazione di un governo fedele alla linea dell’imām Khomeini sugli organi esecutivi del paese, le operazioni dell’esercito dell’Islam per liberare le terre occupate furono accelerate.

   L’ordine dell’imām Khomeini per la mobilitazione totale e la formazione di un esercito di 20 milioni di uomini aveva già incontrato un grande entusiasmo tra i giovani; la presenza di giovani rivoluzionari, che si precipitavano all’addestramento e che furono inviati al fronte come Basijis[99], aveva dato al paese una atmosfera differente. Grazie alle ripetute vittorie di chi combatteva nel nome dell’Islam, nelle linee baathiste cominciarono ad apparire i segni della disfatta.

   Gradualmente gli Stati Uniti e i suoi alleati europei cominciarono a mostrare il loro vero volto, fino ad ora nascosti dietro il velo della guerra. Tutti i tipi di armi avanzate, non facilmente ottenibili nemmeno in tempo di pace, e che in genere richiedevano anni di trattative e di garanzie da fornire, furono rapidamente forniti a Saddām per potenziare la sua macchina da guerra, tra cui missili Exocet e aerei francesi di ultima generazione. Sull’altro fronte i Sovietici fornirono, tra l’altro, missili Scud a medio raggio e aerei Mig-29. Anche la tecnologia e le materie prime per l’industria e l’aumento della portata effettiva dei missili, la produzione di armi chimiche sono stati forniti dagli Stati Uniti e dai governi e dalle industrie europee per far sì che Saddām riuscisse ad avere la meglio sulla Repubblica Islamica.

   Allo stesso tempo l’Arabia Saudita, il Kuwait, gli Emirati Arabi Uniti e altri paesi arabi del Golfo Persico erano costretti, sotto pressione degli Stati Uniti, a coprire le spese di guerra di Saddam. Questi aiuti furono ufficialmente resi noti durante l’occupazione del Kuwait da parte di Saddam. L’Egitto, cosi come la Giordania, oltre ad aver fornito aerei ed elicotteri, inviò anche diverse migliaia di soldati.

   I bombardamenti indiscriminati di città, paesi, villaggi, centri economici, centri residenziali e commerciali con missili ad alta capacità distruttiva sono solo una parte dei crimini commessi da Saddam, a cui i paesi e le società hanno poi chiesto il rispetto dei diritti umani. Allora però non solo chiusero gli occhi, ma anzi essi stessi fornirono a Saddām i mezzi per violare tali diritti. Questi bombardamenti terroristici tolsero la vita a migliaia di donne e bambini indifesi.

   L’imām Khomeini stava conducendo la difesa della nazione in una condizione in cui la Repubblica Islamica subiva il boicottaggio delle armi da parte dagli Stati Uniti e dell’Europa, con la conseguenza che, ad esempio, trovare un pezzo di ricambio per un dato aereo richiedeva diversi mesi di ricerca.

   Molti paesi o rimanevano in silenzio verso questo aggressione, partecipando alle pressioni cui l’Iran era sottoposto, oppure entravano formalmente nei ranghi dei sostenitori di Saddām. Molte delle potenze militari e industriali del mondo, appartenenti sia al blocco sovietico che a quello occidentale, sostenevano di fatto Saddām. L’Iran era solo e si difendeva da solo. La fede in Dio, la certezza nella invisibile assistenza divina e la guida di un uomo di votato a Dio erano i soli sostegno che l’Iran aveva. E’ davvero straordinario come questo fronte, innocente, isolato e oppresso, riuscì a conquistare la vittoria finale e a respingere il nemico, passo dopo passo, entro i suoi confini. Otto anni della vita dell’imām Khomeini furono spesi nel condurre la sacra guerra difesa.

   Bisogna sottolineare che fu durante il terzo anno di guerra, a seguito delle operazioni denominate Baitul Muqaddas (nel 22 maggio del 1982) che avvenne la liberazione dell’importante e strategico porto di Khorramshahr dalle mani delle forze irachene, dopo la quale l’imām Khomeini pensava di porre fine ai combattimenti ed alla difesa. Ma le più alte autorità della Repubblica Islamica, inclusi i comandanti militari e le autorità politiche, dopo aver fatto una studio approfondito della situazione politica e militare del paese e dei fronti di guerra, incontrarono l’imām Khomeini e egli esposero le loro vedute circa la necessità di continuare la difesa fino a quando non si fossero raggiunte le condizioni favorevoli per una pace duratura.

   Tale visione era motivata dal fatto che alcune parti del territorio iraniano erano ancora occupate dagli iracheni e Saddām, nonostante la disfatta a cui era andato incontro nella battaglia di Khorramshahr, non era pronto a rinunciare alle sue mire espansionistiche. Tenuto a cuore dal generoso sostegno delle grandi potenze mondiali, egli stava infatti contemplando la possibilità di riprendere l’offensiva dopo aver riorganizzato le sue forze. Egli non aveva in mente la pace. In simili condizioni quindi non vi era nessuna garanzia che la pace potesse essere stabilita, e la cessazione unilaterale delle ostilità da parte dell’Iran voleva dire in concreto lasciare indifesi le città e le vaste aree liberate lungo il confine in vista di una futura nuova invasione da parte dell’Iraq.       

   In ogni caso, per le ragioni logiche sopra esposte, per le ingiuste posizione assunte dagli organismi internazionali, per il loro rifiuto di accettare le condizioni imparziali per porre fine alla guerra avanzate dall’Iran e per il costante riarmo della macchina da guerra di Saddam da parte delle maggiori potenze, la nazione iraniana e le sue autorità non avevano dunque altra alternativa che continuare le ostilità.

   L’assistenza a tutto campo fornita a Saddām non aveva cambiato il corso della guerra e le condizioni della linea del fronte, che anzi rapidamente volgevano a favore dei combattenti islamici. Insieme alla intensificazione dei bombardamenti delle aree residenziali e al lancio di missili, gli Stati Uniti si videro così costretti a intervenire direttamente. Le armate francesi, britanniche e sovietiche entrarono nel Golfo Persico. Gli Stati Uniti consideravano infatti l’internazionalizzazione della crisi e il diretto coinvolgimento di altri paesi l’unica via rimasta. Essi cominciarono la guerra conosciuta come la “guerra delle petroliere”.

   La missione delle forze inviate nella regione era quella di impedire l’esportazione di petrolio da parte dell’Iran, fermando e ispezionando le navi commerciali e prevenire l’esportazione di merci essenziali verso l’Iran. In questa operazione numerose nave commerciali e navi cargo trasportanti petrolio iraniano furono attaccati da missili e bombardati dal cielo. I pozzi petroliferi dell’Iran nelle acque costiere furono incendiati. Nel loro ultimo atto aggressivo, gli Stati Uniti commisero un crimine infame. Il 3 luglio 1988 fu abbattuto un aereo di linea iraniano (volo n. 655), in cui rimasero uccisi 290 civili tra uomini, donne e bambini. Questo avvenne nel cielo limpido del Golfo Persico con il lancio di due missili dalla portaerei Vincent. Il mondo della forza bruta e dell’oppressione, alieno alla verità e alla giustizia, ignorò questo crimine commesso contro persone la cui unica colpa era quella di credere nell’Islam. Questa era evidentemente una colpa imperdonabile agli occhi degli Occidentali. E’ la stessa colpa per cui bosniaci innocenti sono stati recentemente massacrati in Europa.

   Saddām aggiunse alla lista dei suoi crimini, tra i più gravi nella storia dell’uomo, il bombardamento con armi chimiche della città di Halabcheh, in cui oltre 5000 tra vecchi, donne e bambini andarono incontro a una morte orribile. Le Nazioni Unite e il loro Consiglio di Sicurezza ovviamente non sentirono alcuna responsabilità per questa terribile tragedia.

   Le spedizioni militari occidentali nel Golfo Persico, e tutto quello che avvenne negli ultimi mesi di una guerra, era dovuto al fatto che in quel momento l’esercito dell’Islam stava avendo la meglio, era in una posizione di vantaggio, e non solo aveva respinto il nemico dentro i propri confini, ma stava minando la stessa esistenza di un regime che era il germe di sedizione nell’area. La caduta di Saddām per mano di un esercito islamico significava la sconfitta delle più grandi potenze del mondo di fronte alla Rivoluzione Islamica. A quel punto tutti gli sforzi degli Stati Uniti e del Consiglio di Sicurezza erano quindi diretti a impedire l’avanzata dei combattenti iraniani e la caduta di Saddām.  

   Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU approvò quindi la Risoluzione n.598. Questa Risoluzione accettava la maggior parte delle vedute e delle condizioni su cui l’Iran aveva insistito per la cessazione delle ostilità, sin da quando aveva iniziato la sua difesa, ma che gli organismi internazionali avevano rifiutato di accettare, confidando nella vittoria di Saddām.

   La discussione di questa Risoluzione e le azioni criminali e disumane compiute duranti gli ultimi mesi di guerra dai responsabili della guerra stessa indussero l’imām Khomeini a convocare una commissione di esperti militari, politici ed economici iraniani per fare una analisi della situazione. Alla fine, il gruppo  espresse all’unanimità l’opinione secondo la quale le condizioni davano ragione alla Repubblica Islamica per tutti i suoi otto anni di guerra difensiva e per la cessazione delle ostilità in basa alla Risoluzione 598.

   Il messaggio dell’imām Khomeini del 20 luglio 1988, conosciuto come il “messaggio dell’accettazione”, è considerato un capolavoro della sua guida e della sua autorità. In esso sono sottolineati chiaramente il ricordo della guerra imposta e le sue dimensioni, e sono chiaramente delineate le politiche future della Repubblica Islamica e della Rivoluzione in tutti i suoi ambiti, incluso il confronto con le superpotenze e la persistenza negli ideali e negli obiettivi della Rivoluzione. 

   L’interpretazione dell’imām Khomeini dell’accettazione della Risoluzione, considerata una “coppa di veleno”[100], contiene fatti non conosciuti e molti punti delicati, la cui rivelazione richiederebbe una dissertazione a parte. In questa sede ne riporteremo solo una parte:

    L’accettazione della Risoluzione fu veramente un problema amaro e malsano per tutti noi, specialmente per me; fino a pochi giorni fa ero dell’opinione che bisognava mantenere la stessa posizione e lo stesso metodo di difesa mantenuti durante la guerra. Consideravo la sua continuazione un beneficio e un vantaggio per la Repubblica Islamica, il paese e la Rivoluzione; ma per motivi su cui non indulgerò ora, ma che, a Dio piacendo, diverranno chiari in futuro, e considerando le valutazioni di tutti i più alti esperti politici e militari del paese, nella cui competenza e fedeltà io confido pienamente, ho deciso di accettare la Risoluzione e il cessate il fuoco. E a questo punto la considero un vantaggio per la Rivoluzione e la Repubblica Islamica, non certo nostro, in quanto noi stessi, il nostro onore e la nostra credibilità devono essere sacrificati sulla via di tutto quello che è vantaggioso per l’Islam e i musulmani. Avrei voluto rifiutare, avrei preferito molto di più la morte o il martirio. Ma cosa c’era da fare? Tutto deve essere sottomesso al piacere di Dio l’Altissimo, e sicuramente quello lo è, come lo è stata e lo sarà la coraggiosa nazione dell’Iran…     

 

   Come l’imām Khomeini aveva avvertito, l’intenzione di Saddām di cercare la pace era solo per illudere le opinioni pubbliche. Dopo l’accettazione del cessate il fuoco da parte dell’Iran, egli cercò infatti di riprendere l’aggressione e occupò ancora alcune strisce di terra nel sud. La pubblicazione dell’emozionante e toccante messaggio dell’imām Khomeini, ancora una volta, provocò la mobilitazione generale di tutto il paese. Combattenti e militanti rivoluzionari da ogni parte del paese si precipitarono sui fronti di guerra e impartirono un’altra sconfitta ai militanti baathisti, costringendoli alla fuga. Non vi era altra strada per Saddam eccetto quella di ammettere la sconfitta.

   Come l’imām Khomeini aveva promesso, ora la nazione a cui fu imposta una guerra non voluta era, grazie agli innumerevoli sacrifici dei suoi figli migliori che diedero vita a epiche imprese che trovano eguali solo nelle guerre dei primi tempi dell’Islam, in una posizione tale da poter imporre la pace al suo nemico una volta così pieno di gloria e ora umiliato. A un cenno dell’America Saddām avrebbe dovuto dividere l’Iran e porre fine alla Rivoluzione, ma ora per salvare la propria vita e il proprio dominio sull’innocente popolo iracheno non aveva altra alternativa che accettare le condizioni dettate dall’Iran rivoluzionario.

    Il fatto più incredibile della guerra fu che la nazione iraniana non desistette mai dalla ricostruzione[101] e dalla riparazione delle rovine inerenti al passato regime, anzi riuscì, oltre a rendere efficienti la direzione dei fronti di guerra, anche a portare avanti grandi opere, come la costruzione di dighe e strade, esplorazioni petrolifere e piani di sfruttamento, sviluppo di centrali elettriche, miglioramento delle aziende agricole, incremento del numero delle università e dei centri di ricerca, unitamente a altre attività di sviluppo nazionale.

   La nazione iraniana è riconoscente, oltre che alla saggia guida dell’imām Khomeini, ad alcuni suoi grandi amici e ad altri uomini competenti, come l’Āyatallāh Khamenei (in quel periodo Presidente della Repubblica), Mir Husayn Mussavi (Primo Ministro), A. H. Rafsanjani (portavoce del Parlamento), l’Āyatallāh Musavi Ardibili (Capo del Potere Giudiziario) e a tutti i loro colleghi e collaboratori, così come alla cooperazione del consulente di fiducia dell’imām Khomeini, suo figlio Ahmad.

   La lunga guerra imposta dunque finì, durata otto anni senza che quelli avevano dato inizio alle ostilità non raggiunsero nessuno dei loro obiettivi. Non solo la Repubblica Islamica non collassò, ma anzi alla luce dell’unità nazionale del popolo iraniano, sgominò tutte le macchinazioni degli agenti stranieri operanti nel paese e stabilizzò la sua autorità interna e consolidò la sua presenza in campo internazionale come una potenza sicura, stabile e militarmente efficiente. L’Iran riuscì a dimostrare di essere dalla parte giusta a dispetto di anni di mistificante propaganda occidentale e a portare avanti il suo messaggio di giustizia. Il prezzo pagato è stato pesante, ma necessario.

 

   O credenti, se farete trionfare la causa di Allah, Egli vi soccorrerà e renderà saldi i vostri passi.[102]     

 

   La conseguenza più grave del tradimento di Saddām e di tutti i governi arabi pseudo-islamici che lo sostennero e che incoraggiarono la sua aggressione fu, oltre alla perdita di enormi risorse umane ed economiche di entrambi i paesi, il fatto che l’imposizione di questa guerra spezzò definitivamente l’unità della comunità islamica e della Rivoluzione islamica mondiale, per la cui realizzazione tutte le condizioni erano favorevoli a seguito della cacciata dello Shāh. Le linee musulmane furono insomma spezzate.

   Invece di stringere la mano di fratellanza che l’imām Khomeini, in tutti i suoi discorsi e messaggi, tendeva ai governi islamici e dare risposta positiva ai suoi appelli all’unità islamica per la soluzione dei problemi del mondo islamico e per la liberazione di Gerusalemme, essi si posizionarono dalla parte dei capi dell’ateismo. I risultati furono il disonorevole compromesso con Israele e quindi il riconoscimento della sua esistenza, l’accettazione di forze pagane nei loro paesi, la disponibilità e le facilitazioni concesse nei loro paesi e nei loro territori agli Stati Uniti, che riuscirono a mettere piede a a trovar rifugio nel cuore dei paesi islamici e nella terra della Divina Rivelazione.

   L’insensato attacco di Saddām al Kuwait, attuato utilizzando ciò che era rimsto del patrimonio del suo paese, e i tragici avvenimenti che seguirono e che implicarono l’attacco militare straniero, la distruzione delle ricchezze nazionali iracheni e la permanente presenza dei nemici dell’Islam nell’area, non sono altro che una conseguenza di quell’imperdonabile errore.

 

   Traetene dunque una lezione, o voi che avete occhi per vedere.[103] 

 

   A seguito della relativa pace del 3 ottobre 1988 l’imām Khomeini elaborò in un massaggio di nove punti indirizzato alle autorità della Repubblica Islamica le politiche e le linee guida per la ricostruzione del paese. Uno studio accurato di queste direttive è sufficiente per farsi una idea della profondità della preveggenza dell’imām Khomeini e allo stesso tempo della validità e del valore del suo punto di vista.

   Intanto, dopo dieci anni di esperienza con il sistema della Repubblica Islamica, nel 24 aprile 1989, al fine di riformare e completare i fondamenti organizzativi della Repubblica Islamica, in una lettera al Presidente di quel periodo (l’Āyatallāh Khamenei), l’imām Khomeini sancì la nascita di un gruppo di specialisti ed esperti in qualità di autorità responsabili per lo studio e il miglioramento, ritenuto necessario, della Costituzione, sulla base di otto specificati punti principali, tra cui: gli emendamenti relativi alle condizioni della Guida, la concentrazione del potere esecutivo e giudiziario e dei mezzi radio-televisivi, i doveri della Lega per il Riconoscimento dei Mezzi del Sistema. Gli Articoli emendati della legge costituzionale furono sottomessi a referendum il 3 dicembre 1989 (dopo la morte dell’imām Khomeini, avvenuta nel giugno dello stesso anno) e approvati a maggioranza assoluta dei voti del popolo iraniano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

Capitolo settimo

Gli ultimi anni di vita

   

 

 

 

 

 

 

 

   Negli anni Ottanta l’ultima guida dell’Unione Sovietica, Mikhail Gorbaciov, una volta giunto al potere, aveva dato inizio a una serie di cambiamenti e riforme su cui però gli analisti politici e i dirigenti del mondo occidentale erano dubbiosi e pessimisti. Nessuno poteva immaginare che i cambiamenti avrebbero travolto il regime sovietico, ateo e comunista, in piedi da 70 anni. Il più che si potesse ipotizzare in quelle condizioni era che i dirigenti del Cremlino avrebbero allentato il controllo diretti su tutti i paesi del blocco orientale al fine di ridurre le difficoltà economiche interne e sviluppato un nuovo ordine con una più limitata guida dell’Unione Sovietica e una maggiore intraprendenza  e libertà d’azione da parte dei paesi satellite.

   L’imām Khomeini, con un acume incomprensibile agli analisti materialisti, in una lettera indirizzata a Gorbaciov, datata 4 gennaio 1988, presagiva invece che “d’ora in poi bisognerà cercare il comunismo nei musei della storia politica del mondo”. Nella stessa lettera l’imām Khomeini presentò una profonda analisi dei correnti cambiamenti sovietici interpretandoli come “scricchiolii delle ossa del comunismo che si stanno sgretolando”. E’ straordinario come in questa lettera sia documentata un’altra previsione, accompagnata peraltro da significativi avvertimenti, che testimonia il suo penetrante acume per la valutazione delle condizioni politiche di quel periodo storico.

   L’imām Khomeini aveva inoltre esplicitamente messo in guardia i Russi che, ingannati dagli Stati Uniti, stavano scivolando verso il vuoto e illusorio benessere del capitalismo occidentale. Riferendosi al fallimento dei comunisti nella loro politica anti-religiosa e toccando profondi temi filosofici ed esoterici,[104] l’imām Khomeini invitava Gorbaciov ad avvicinarsi a Dio e alla religione, piuttosto che riporre speranza nel materialismo dell’Occidente[105]:

 

   La difficoltà principale del suo paese non è costituita dal problema del benessere, dell’economia e della libertà. Il vostro problema è l’assenza di una vera credenza in Dio, lo stesso problema che ha trascinato o trascinerà l’Occidente in un vicolo cieco, nel nulla. Il vostro problema principale è la lunga vana lotta contro Dio, contro la Fonte dell’esistenza e della creazione.

 

   Sfortunatamente i dirigenti russi non presero sul serio i suoi avvertimenti e i suoi consigli, e le corporazioni e le multinazionali americane, insieme a quelle europee, sono riuscite a trasformare la Russia moderna in un mercato economico in cui instaurare un nuovo tipo di sfruttamento. Le sue prospettive future dunque potrebbero rivelarsi oscure e senza via di uscita, salvo che il popolo di questo paese non si risvegli.

   E’ interessante notare che quando Shevardnadze, il ministro degli esteri sovietico, venne a consegnare la risposta di Gorbaciov all’imām Khomeini, rimase sorpreso nel vedere l’uomo, che aveva mandato un messaggio e lanciato avvertimenti alla seconda potenza mondiale, sedere in una stanza di 12 metri quadri di una piccola casa di fango a Jamaran con estrema semplicità, senza la minima traccia di cerimonie ufficiali, calmo e fermo come una montagna. Insieme a lui una copia del Corano, un tappeto per la preghiera, un rosario, alcuni giornali e una piccola radio. Lo stupore di Shevardnadze aumentò quando gli si fece gentilmente notare che non era disponibile una seconda sedia di legno per l’alto dirigente russo che lo accompagnava, e che quindi per questa volta questi doveva necessariamente sedersi sul pavimento! Forse quando vide l’anziano e pio uomo che non riservava agli ospiti altri servizi che una tazza di tè con due zollette di zucchero lui, Shevardnadze, il Ministro degli Esteri della potenza orientale del mondo, potrebbe aver pensato che tutto questo era eccezionale e intenzionale. Ma non era vero. Durante tutta la sua vita, da solo o in compagnia, al confino e in esilio, durante tutta la sua guida religiosa e politica e fino al momento della sua morte, l’imām Khomeini non abbandonò mai il suo semplice e austero stile di vita, e mai pensò di cambiarlo perchè ricopriva un incarico che lo poneva tra i grandi della terra. Niente di questo mondo avrebbe potuto fargli cambiare idea.  

   Alla conclusione della guerra Iraq-Iran i dirigenti politici dell’Occidente cominciarono una nuova offensiva contro l’Islam rivoluzionario. Negli anni precedenti, davanti all’eroica resistenza iraniana, davanti a Hizbullah nel Libano, al movimento islamico della Palestina e alla guerra islamica dell’Afghanistan e dopo la morte di Anwar Sadat (4 ottobre 1981) per mano dei rivoluzionari islamici dell’Egitto, essi si resero conto che l’avanzata del movimento islamico non poteva essere arginata solo con le armi e le azioni militari.

   Aprirono dunque un nuovo fronte di tipo psicologico, culturale e ideologico. La disputa tra Sunniti e Sciiti era scomparsa grazie alla vigilanza dell’imām Khomeini e delle autorità della Repubblica Islamica, per cui ora si dovevano attaccare  gli stessi fondamenti religiosi e le cose sacre, l’amore per i quali aveva generato l’unità d’azione e d’obiettivi dei recenti movimenti islamici. Il lancio del libro blasfemo Versetti Satanici, scritto da Salman Rushdie e ufficialmente sostenuto dai governi occidentali per la sua pubblicazione, fu il preludio all’attacco culturale. [106] Se la comunità islamica non avesse resistito e protestato contro la pubblicazione di questo libro e il suo insulto al Profeta dell’Islam, il nemico avrebbe vinto la sua prima battaglia. Successivamente sarebbero stati attaccati con astuzie, inganni e mistificazioni, i principi sacri e i fondamenti della fede che guidano la comunità islamica verso il divino e il rispetto dei principi morali e spirituali stabiliti da Dio per questo mondo. Sono infatti i principi sacri e eterni che formano l’identità del pensiero religioso e dell’unità islamica: mettendo in dubbio tali principi, il mondo dell’Islam e i movimenti islamici avrebbero perso la loro identità e sarebbero rimasti così disarmati di fronte all’invasione culturale e ideologica occidentale.

   Con la dovuta considerazione delle prove e di questi dati di fatto, il 14 febbraio 1989, con poche righe l’imām Khomeini decretò la condanna a morte per Salman Rushdie e bollò come atei gli editori che fossero stati consapevoli dei contenuti del libro, dando così inizio a unaltra rivoluzione. I Musulmani, a prescindere dalle loro credenze, dalle loro lingue e dai loro paesi d’origine, si opposero all’Occidente all’unisono. La conseguenza di questo evento fu che le varie popolazioni e società islamiche apparvero come una singola comunità unita. Questo evento mostrò quindi che i Musulmani, nonostante le dispute interne e le differenze contingenti, se guidati nel modo giusto, in veste di pionieri della rinascita dei principi religiosi, possono assumere un ruolo decisivo per il futuro del mondo. Allo stesso modo, questa sentenza fece svanire l’illusione degli Occidentali che l’imām Khomeini, nell’accettare la Risoluzione 598 sulla fine della guerra, avesse rinunciato ai suoi obiettivi rivoluzionari.

   I parenti dell’imām Khomeini hanno ricordato nelle loro memorie e nelle loro testimonianze le condizioni e gli stati psicologici e spirituali da lui vissuti durante gli ultimi anni di vita. Da queste emerge la sua consapevolezza dell’ormai imminente ricongiungimento con l’Amato. A parte gli stati spirituali vissuti durante gli ultimi anni della sua vita, i suoi messaggi, i suoi sermoni, le sue affermazioni e le posizioni politiche possedevano un qualcosa che li rendeva sostanzialmente diversi da quelli del passato; più avanti faremo alcuni esempi.

   Negli ultimi anni della sua vita avvennero anche delle tragedie che pesarono duramente sulla sua mente e sulla sua anima. Una di queste fu l’assassinio dei pellegrini allo haj, a lato della Kaaba, durante il mese del pellegrinaggio del 1987.

   Basandosi su centinaia di versetti inequivocabili del Corano, sulla base della condotta del Profeta e su eminenti sapienti religiosi, oltre che su innumerevoli tradizioni degli imām infallibili, l’imām Khomeini credeva fermamente che la politica è una parte della religione, e che la separazione della religione dalla politica è stata un’operazione dell’imperialismo portata avanti negli ultimi secoli. Gli inquietanti risultati di questa separazione sono evidenti in tutto il mondo islamico e tra i seguaci delle altre religioni divine.

   L’imām Khomeini ricordava che la religione dell’Islam è una dottrina eterna per la condotta del genere umano in tutti i suoi ambiti materiali e spirituali, valida per tutte le dimensioni della vita sia sociale che individuale. Come le relazioni sociali e la politica sono parti inseparabili della vita umana, così nella visione dell’Imām Khomeini un Islam che sia confinato meramente agli aspetti devozionali e all’etica individuale e che limiti i Musulmani dall’intervenire nel loro proprio destino e nei problemi politici e sociali, è un Islam pervertito o, secondo una sua famosa espressione, “una versione americana dell’Islam”. L’Imām Khomeini ha fondato e condotto infatti il suo movimento proprio sulla base dell’inseparabilità tra religione e politica.

   Dopo la vittoria della Rivoluzione Islamica, l’imām Khomeini, oltre alla formazione del Governo Islamico basato su un modello completamente differente da quelli della politica moderna e i cui organi e principi sono contenuti nella Costituzione della Repubblica Islamica, assicurò la rinascita delle norme e delle leggi islamiche in tutto il paese, incluso i riti della Preghiera comunitaria del venerdì e le speciali preghiere nei più importanti giorni sacri del calendario islamico. Egli considerava i sermoni comunitari del venerdì e le cerimonie religiose doveri allo stesso tempo devozionali e politici, durante i quali porre e affrontare i problemi e le difficoltà non solo della società iraniana ma di tutta la comunità islamica mondiale.

   Una delle più importanti iniziative dell’imām Khomeini è stata il ripristino del Pellegrinaggio così come compiuto da Abramo. Prima della vittoria della Rivoluzione Islamica in Iran le cerimonie annuali dello haj erano vissute e compiute lontano dal loro vero spirito. Questo era dovuto alle attitudini religiose e alle alleanze politiche dei governanti delle terra islamiche, in particolare quelli dell’Arabia Saudita. I musulmani compivano i riti dello haj totalmente ignoranti della filosofia e della legislazione riguardante la più grande aggregazione religiosa annuale del mondo. Sebbene nel Corano il Pellegrinaggio sia definito un centro per l’ascesa degli uomini verso Dio e la più importante dimostrazione e manifestazione della ricerca dell’Immunità dal male e dall’idolatria, non vi era nessuna opportunità di discutere dei problemi del mondo islamico, né di ricercare la dissociazione dall’idolatria, proprio quando le società islamiche vivevano in condizioni durissime e sotto attacco degli imperialisti e di Israele.

   Dopo la vittoria della Rivoluzione, attraverso i suoi messaggi annuali ai pellegrini, l’imām Khomeini sottolineava, come parte integrante del Pellegrinaggio, la necessità per i musulmani di porre attenzione ai problemi politici del mondo islamico, ricercando l’immunità dall’idolatria, con tutti i doveri per il pellegrino che ciò comporta.[107] Gradualmente la grande riunione del Pellegrinaggio cominciò a riacquistare la sua vera forma.

   Ogni anno il rito di ricerca dell’immunità dagli atei, dagli idolatri e dal male era osservato da decine di migliaia di pellegrini dall’Iran con la partecipazione di musulmani rivoluzionari di altri paesi. Nel corso di grandi marce venivano lanciati slogan contro l’America, l’Unione Sovietica e Israele, presi a modelli principali di idolatria e di empietà nel mondo, oltre che inviti all’unità di tutti i musulmani. Contemporaneamente al Pellegrinaggio erano organizzati vari incontri per scambiarsi opinioni e vedute tra i musulmani e trovare delle soluzioni ai loro problemi. Lo straordinario effetto di queste azioni ha fatto sì che gli Stati Uniti dovettero prendere delle contromisure, incrementando la pressione sul governo dell’Arabia Saudita al fine di evitare simili incontri e rituali.

   Il venerdì 31 luglio 1987, quando oltre centocinquanta mila pellegrini stavano camminando nelle strade della Mecca intenti a partecipare alle cerimonie sull’Immunità, poliziotti e agenti segreti sauditi improvvisamente bloccarono la strada principale e attaccarono inaspettatamente i dimostranti con armi da fuoco e altre armi in dotazione, riuscendo a disperderli. In questo tragico evento[108] circa quattrocento pellegrini provenienti dall’Iran, dal Libano, dalla Palestina, dal Pakistan, dall’Iraq e da altri paesi persero la vita, circa cinquemila rimasero feriti e alcuni furono arrestati. Donne e anziani, che erano incapaci di correre, furono le principali vittime e feriti. Loro persero la loro vita perché glorificavano Dio e avversavano l’idolatria. Ma la cosa ancora più grave è che sono stati profanati il rispetto, la riverenza e l’onore del sacro santuario di Dio di venerdì e nel mese del Pellegrinaggio.

   L’imām Khomeini per questo atto inqualificabile provò rabbia e profondo dolore perché la convenienza della comunità islamica e le condizioni del mondo islamico impedivano che potesse essere intrapresa una qualsiasi reazione.[109] Questi sentimenti lo accompagnarono fino all’ultimo giorno della sua vita e trasparirono nelle sue opere e nei suoi atti di quel periodo.[110]

   L’anno successivo a questo evento, per ragioni già enunciate più sopra, il Governo Islamico dell’Iran e il governo dell’Iraq firmarono la Risoluzione 598 ponendo fine alla guerra imposta. I sacrifici dei combattenti e l’epica resistenza della nazione iraniana fecero sì che i nemici della Rivoluzione Islamica non raggiunsero nessuno degli scopi che si erano prefissi. L’espulsione degli aggressori dalle città, dai villaggi e dalle altre aree occupate in una guerra impari e la sua conclusione con la vittoria dell’esercito dell’Islam portarono onore e gioia.

   Ad ogni modo, le atrocità commesse e le condizioni che si svilupparono prima e dopo la fine della guerra, incluso i massacri della gente di Halabcheh attraverso bombardamenti con armi chimiche, le uccisioni di massa di persone innocenti nelle città e nei villaggi iraniani e l’invito dei governanti sedicenti islamici agli Stati Uniti e all’Europa di inviare forze navali nel Golfo Persico a supporto di Saddām Husayn, l’abbattimento di un aereo civile iraniano nel Golfo Persico a opera di una unità militare statunitense, furono tutti eventi tragici che riempirono di dolore il cuore di ogni pio musulmano. Di uno in particolare, quello di un uomo che aveva dedicato tutta la sua vita al bene e al vantaggio della comunità islamica e alla sua rinascita per riconquistare la gloria passata dei popoli musulmani.

   L’imām Khomeini provò grande dolore nel constatare che molti governi dei paesi islamici ignoravano i voleri dei loro popoli ed erano schierati dalla parte dei nemici dell’Islam e supportavano l’aggressore. Egli riusciva a intravedere le perdite che sarebbero derivate da tali appoggi, ed aveva spesso dichiarato che attaccare la Repubblica Islamica appoggiando i governanti baathisti, non solo non avrebbe risolto alcun problema del mondo islamico, ma anzi nel prossimo futuro questi stessi governi sarebbero caduti sotto il fuoco che avevano nascosto sotto le ceneri.

   Un esempio di questo sorprendente presagio dell’imām Khomeini può essere osservato nel suo discorso[111] pronunciato otto anni prima dell’attacco di Saddām al Kuwait (16 maggio 1982) stampato lo stesso anno nel libro Sahifa-yi Nur. Quel giorno l’imām Khomeini, rivolgendosi agli Stati Arabi che appoggiavano Saddām, affermò che quei governi regionali avrebbero dovuto capire che sono dei meri strumenti nelle mani delle superpotenze e che esistono solo al fine di sacrificarsi per gli interessi degli Stati Uniti o per l’Unione Sovietica. Se Saddām si fosse salvato e avesse ottenuto di nuovo un certo potere, non provando certo stima per loro ed essendo ossessionato dal suo potere personale, non avrebbe esitato a combattere anche coloro che avevano provveduto a sostenerlo fornendogli l’aiuto di cui aveva bisogno. L’anno precedente l’imām Khomeini, nel suo discorso del 2 dicembre del 1981, aveva anche avvertito e invitato tutti i governi della regione a sospendere il loro sostegno a Saddām, mettendoli in guardia dal giorno in cui Dio avrebbe mostrato la Sua ira.

   Non molto tempo dopo la sua morte, il suo presagio si avverò. Coloro che avevano considerato l’Iran un paese guerrafondaio e l’aggressore un amante della pace, divennero vittime di quest’ultimo, con la differenza che, al contrario della condotta della nazione e del governo iraniano, si rifugiarono tra le braccie di coloro che avevano appiccato il fuoco di quei conflitti e causato gli scontri sia del passato che del presente.

   L’indifferenza di governi islamici nei confronti dell’invasione israeliana del sud del Libano, delle atrocità commesse dai Sionisti in quel paese, la cruenta repressione della rivolta dei musulmani palestinesi e, ancor più grave, l’offerta di compromesso dei governi arabi a Israele e la loro desistenza dall’obiettivo di liberare Gerusalemme, tutto questi problemi pesarono profondamente sul cuore del vegliardo sapiente di Jamaran. Dall’inizio del suo movimento, l’imām Khomeini aveva chiesto a gran voce e si era battuto per la liberazione delle terre islamiche dal dominio dei Sionisti e per far tacere Israele e il suo principale sostegno, ossia gli Stati Uniti d’America. Per aver fatto ciò egli fu mandato in esilio per 14 anni. Dopo il trionfo della Rivoluzione, egli non risparmiò nessuna risorsa materiale e morale per il raggiungimento di questo obiettivo. Ora però era costretto a osservare che, mentre le ondate di consapevolezza e di riscoperta dell’Islam tra la gioventù palestinese e in tutto il mondo islamico aveva effettivamente modificato le condizioni a sfavore di Israele e degli Stati Uniti, i capi dei governi islamici e delle organizzazioni palestinesi si stavano preparando a sottoscrivere la propria sottomissione. Questi problemi lo addolorarono profondamente. Sicuramente, durante la sua vita, una parte delle preghiere notturne rivolte a Dio devono essere state dedicate alla richiesta di cambiare questa triste situazione.

   Per quanto riguarda invece i problemi interni, le condizioni che portarono l’imām Khomeini il 28 marzo del 1989 a rimuovere il suo successore costituiscono un altro amaro capitolo della sua vita. Uno dei principi più avanzati, approvato sulla base delle visioni dell’imām Khomeini e inserito nella Costituzione della Repubblica Islamica, è quello che sancisce la formazione di un Consiglio degli Esperti che avesse il compito di nominare la Guida e indicare le sue qualificazioni necessarie per la guida della Repubblica Islamica. Gli Esperti sono giureconsulti e grandi autorità del diritto islamico sono eletti direttamente dal popolo il quale, grazie a questo voto, ha una parte nella supervisione dei più alti affari relativi al destino della società islamica.

   Il primo incontro del Consiglio degli Esperti tenuto nel luglio del 1983 scelse l’Āyatallāh Muntaziri come successore della Guida. L’Āyatallāh Muntaziri fu uno dei più eccellenti studenti dell’imām Khomeini, un giureconsulto che aveva partecipato attivamente alla rivolta del 15 di Khordad. A causa di questa sua partecipazione anche egli, come l’Āyatallāh Taleqani e altri sapienti rivoluzionari, patì per lungo tempo l’esperienza della prigione.

   Nella sua ultima lettera all’Āyatallāh Muntaziri in cui accettava le sue dimissioni e lo informava della conseguente sua rimozione dalla funzione di successore, l’imām Khomeini aveva specificato che egli era in disaccordo con la sua nomina quale suo successore sin dall’inizio, in quanto lo considerava carente in fatto di capacità di fermezza necessaria per questa pesante e seria responsabilità. È specificato in questa lettera che a ogni modo a suo tempo egli non si oppose alla decisione del Consiglio degli Esperti perché non voleva interferire con le legittime scelte e decisioni del Consiglio. Questo punto è molto importante perché sta a testimoniare il profondo rispetto che l’imām Khomeini aveva per il Consiglio stesso, il suo attaccamento alle norme della Repubblcia Islamica e al voto del popolo, al punto che anche nei problemi più critici egli era stato poco propenso a mettere in atto la sua personale visione, anche se ciò quest sarebbe stata accettata senza problemi, viste la popolarità e la rispettabilità di cui godeva tra il popolo. Sempre nella suddetta lettera, ribadendo il profondo legame che sentiva nei suoi confronti, l’imām Khomeini aveva indicato all’Āyatallāh Muntaziri l’opportunità di tale decisione affinché evitasse gli errori passati, tenesse lontano da sé gli individui incompetenti e difendesse la sua casa dall’andirivieni di coloro che si opponevano alla Repubblica Islamica, così che tutti (la Repubblica, le hawza, il popolo) potessero beneficiare della sua competenza in ambito giuresprudenziale.

   Deve essere sottolineato il fatto che, a seguito della scelta del successore da parte del Consiglio degli Esperti, non solo egli non espresse la sua opposizione, ma anzi si diede da fare per rafforzare la posizione dell’Āyatallāh Muntaziri e coprire i suoi punti deboli affinché potesse acquisire l’esperienza e la prontezza necessarie all’accettazione di quella pesante responsabilità. A tal fine l’imām Khomeini gli assegnò diversi compiti importanti. Sfortunatamente però la mancanza di fermezza e risolutezza necessarie alla accettazione di questa pesante e seria responsabilità, diagnosticata a suo tempo dall’imām Khomeini, cominciò gradualmente a manifestarsi. La casa dell’Āyatallāh Muntaziri[112] era inflirtata infatti da agenti antirivoluzionari le cui confessioni televisive rivelarono, oltre al loro ignomignoso passato, anche i loro obiettivi futuri. Questi agenti approfittarono di questo punto debole e, ignorando i consigli e gli avvertimenti dell’imām Khomeini, continuarono la loro azione antirivoluzionaria. A quel punto l’imām Khomeini sottolineò diverse volte, nelle lettere e nelle audizioni, la necessità di eliminare questi elementi e cooperare con le legittime autorità della Repubblica Islamica.

   Per comprendere i punti delicati di questa situazione, l’amarezza che provocò nell’anima dell’imām Khomeini e, allo stesso tempo, per farsi una idea della portata del suo legame verso le necessità della comunità islamica, che lo portarono a ignorare le sue relazioni personali ed emotive di fronte a più alti e importanti doveri e obiettivi, riportiamo di seguito il testo, che non necessita di alcuna spiegazione e interpretazione, indirizzato dall’imām Khomeini ai delegati del Parlamento e ai membri del governo il 10 Aprile 1989:

 

   Credo voi non siate pienamente consapevoli della particolare relazione che mi legava all’Āyatallāh Muntaziri e non ne conoscete appieno i retroscena. Sappiate allora che il vostro anziano uomo [lui stesso, n.d.c.] ha cercato per due anni, senza successo, attraverso messaggi e dichiarazioni, di far sì che non si giungesse fino a questo punto…d’altra parte il mio dovere religioso richiedeva che fosse presa una decisione per proteggere la Repubblica Islamica e l’Islam; quindi, con il cuore spezzato, rimuovo il frutto della mia vita [l’Āyatallāh Muntaziri, n.d.c.] dalla sua funzione per salvaguardare la religione e la Repubblica Islamica…

  

   Così una delle ansie relative al futuro della Repubblica Islamica fui prontamente eliminata. Questo difficile compito poteva essere portato a termine solo da un uomo del suo calibro e della sua levatura morale e spirituale. L’Imām Khomeini, d’altronde, aveva affermato che la Rivoluzione non apparteneva a nessun gruppo particolare e che egli stesso non aveva mai stipulato nessun patto di fratellanza con qualcuno per la sua posizione o il suo rango, in quanto la base della sua amicizia e della sua fratellanza consiste nell’onesta e nella veridicità di ogni individuo. Anzi, in un suo famoso messaggio alle hawza aveva scritto che, Dio testimone, egli non si considerava titolare di qualche particolare diritto d’immunità e/o privilegio, e che se avesse sbagliato sarebbe stato pronto a pagarne le conseguenze.

   Come accennato più sopra, i messaggi, i sermoni e le letture dell’imām Khomeini durante gli ultimi anni della sua vita mostravano una sostanziale differenza da quelli degli anni precedenti. I suoi ultimi messaggi rivelavano la sua preveggenza e il suo senso di responsabilità verso il periodo successivo alla sua morte. A differenza delle prime dichiarazioni, che erano diretti alla guida del popolo e delle autorità e riguardavano i problemi quotidiani della comunità e le giuste posizioni da assumere contro i problemi di cui il paese e il mondo islamico soffrivano, i suoi ultimi messaggi mostravano più marcatamente una sintesi dei problemi del passato e del presente unita a una visione del futuro in cui specificava i doveri generali dei musulmani nei confronti delle loro future responsabilità. In altre parole l’imām Khomeini nutriva un sentimento di prossima dipartita da questo mondo e in vista di ciò egli tentava, nei suoi ultimi anni, di richiamare o far rivivere tutti i principi, gli ideali e gli obiettivi per la cui realizzazione il movimento era stato creato: la Rivoluzione del mondo islamico basata sui principi e gli ideali del puro Islam.

   Nei suoi messaggi l’imām Khomeini, attraverso una accurata analisi e valutazione del settarismo, presente all’interno del paese e in tutto il mondo islamico, e delle ideologie e degli ordinamenti politici del mondo contemporaneo, ha cercato di aprire la strada alle future generazioni affinchè potessero distinguere, scegliere e sottolineare i doveri di ogni ceto sociale per affrontare nel migliore dei modi le diverse situazioni nel momento in cui egli non sarebbe più stato con loro.

   Egli aveva messo per iscritto il suo Testamento[113] politico e spirituale il 15 Febbraio del 1982, diversi anni prima della sua morte. Il suo testamento, basato sui temi sopra menzionati, già tradotto e pubblicato in diverse lingue, perenne messaggio contenente i principi del suo pensiero e delle sue idee, resterà per sempre una guida per tutti i suoi seguaci. La redazione di un simile testamento, di un tale livello, levatura e dimensioni è una impresa senza precedenti tra i giurisperiti Sciiti e i Maraji’. Esso mostra la sua profonda consapevolezza dei bisogni presenti e futuri della società islamica e la sua personale responsabilità rispetto a ciò.

   Gli ultimi messaggi in sostanza sono, infatti, una descrizione e una interpretazione dei principi difesi nel suo Testamento e dei problemi politici in esso affrontati. Una particolare caratteristica di questi messaggi è l’enfasi posta sulla necessità di porre particolare attenzione a due tipi antitetici di comprensione dell’Islam. Basandosi su innumerevoli evidenze storiche, l’imām Khomeini credeva infatti che l’Islam e le altre religioni divine, sin dai primi tempi, sono state presentate in due modi contradditori. Da una parte un Islam manipolato e al servizio dei governanti imperialisti dispotici che è stato sviluppato da pseudosapienti menzogneri e, dall’altra parte, l’Islam puro, ortodosso, sopravvissuto attraverso i secoli grazie al sangue dei martiri e agli sforzi incessanti dei sapienti religiosamente impegnati e rimasto immune da superstizioni, manipolazioni e innovazioni.

   Uno dei segreti del successo dell’imām Khomeini nel rendere la società islamica desta e attiva è stata la sua abilità nel chiarire definitivamente quelle continue comprensioni antitetiche dell’Islam e le caratteristiche di ognuna di esse.

   L’imām Khomeini credeva che la negligenza dei Musulmani e il non aver riconosciuto questo fatto storico furono le cause dell’infiltrazione dell’imperialismo nei paesi islamici e il conseguente allontanamento dei Musulmani dall’epoca d’oro della loro grande e illustre civiltà, per decadere fino alla difficile situazione odierna. Sfortunatamente i governi islamici che una volta consideravano l’Islam sinonimo di perfezione e assolutezza e che credevano fermamente nel fatto che “Allah non concederà ai miscredenti alcun mezzo di vittoria sui credenti”,[114] oggi sono stati sostituiti da individui che, anche solo per la salvaguardia dei propri confini e della propria incolumità personale, implorano l’aiuto dei nemici dell’Islam, degli atei e degli idolatri.

   L’imām Khomeini aveva definito i due tipi di comprensione dell’Islam come il “Puro Islam” e la “versione americana dell’Islam”. Egli credeva che un Islam in cui i chiari decreti del Corano e le tradizioni del Profeta riguardanti le responsabilità sociali sono ignorati, un Islam in cui i decreti e i capitoli riguardanti il jihad, l’ordinare il bene e il proibire il male, la giustizia islamica e i decreti relativi alle relazioni sociali ed economiche sono ignorati e abbandonati, un Islam in cui i Musulmani sono allontanati dalla partecipazione politica e dalle decisioni riguardanti il loro destino e in cui la religione sia limitata al numero di preghiere personali e agli atti devozionali individuali, senza riguardo per la loro filosofia e per il loro vero spirito, è uno pseudo-Islam pianificato e propagandato dagli Stati Uniti e dai suoi alleati.

   A sostegno della sua analisi l’imām Khomeini aveva raccolto le prove e analizzato gli eventi storici riguardanti le condizioni che erano venute a prevalere nei paesi islamici. L’imperialismo sarebbe il risultato degli sforzi fatti dai primi colonialisti che, dopo aver visto naufragare i tentativi di cambiare la fede dei popoli musulmani attraverso i missionari cristiani, diressero i loro sforzi a neutralizzare le leggi e i principi stessi della religione islamica e a scardinarla quindi dall’interno. Il risultato è abbastanza chiaro: oggi in molti paesi islamici i sistemi di governo, le leggi costituzionali, le legislazioni politiche e sociali, le procedure legali sono tutte derivate dalle leggi e dai sistemi di pensiero antireligiosi occidentali che, nella loro essenza, non sono compatibili con le leggi derivate dalla Rivelazione Divina.

   È l’Islam americanizzato che permette alla degenerata cultura occidentale di infiltrarsi in profondità nelle comunità islamiche e minacciare sia la presente generazione che quelle future. È la versione americana dell’Islam che protegge i governi fantoccio e li rende impotenti. Anzi nel nome dell’Islam questi stessi governi combattono i veri musulmani e allo stesso tempo accettano la sottomissione e il compromesso con gli Stati Uniti e Israele, i nemici dell’Islam.

   In questi suoi ultimi messaggi l’imām Khomeini aveva sottolineato, con grande chiarezza, che la sola via d’uscita per il genere umano dall’era oscura che sta attraversando è il ritorno alla religione e alla spiritualità, e che la sola via aperta percorribile per i paesi musulmani per risollevarsi dalle attuali circostanze è ritornare al Puro Islam e alla loro indipendente identità islamica.

Capitolo ottavo

Uno sguardo alla sua visione del mondo

 

 

 

 

 

 

 

 

   Ora che questo libro, seguendo il corso della vita dell’imām Khomeini, sta arrivando agli ultimi giorni della sua vita, riteniamo necessario dare uno sguardo, anche se rapido e conciso, a principi che hanno guidato la sua vita e ad alcuni degli aspetti più importanti del suo pensiero filosofico e teologico. In verità una visione chiara e lineare dei principi e degli obiettivi religiosi da lui perseguiti può essere ottenuta attraverso lo studio delle sue opere e dei suoi discorsi oltre che ponendo attenzione alla sua condotta di vita.

   L’imām Khomeini era un musulmano sciita che credeva fermamente nell’unità dell’Islam (a prescindere delle sue divisioni interne), una unità ritenuta necessaria per poter fronteggiare gli imperialisti e i nemici dell’Islam. L’invito all’unità di tutti i musulmani rappresenta infatti una parte importante dei suoi messaggi e dei suoi discorsi. Egli aveva sempre evitato ogni azione che potesse in qualche modo spezzare le linee dei Musulmani e portare così alla dominazione degli imperialisti. Attraverso le sue direttive, i decreti giuridici, il suo sostegno alla Settimana dell’Unità del mondo islamico e ai suoi ripetuti messaggi, egli aveva indicato la via da percorrere per giungere all’unità tra Sunniti e Sciiti, opponendosi a ogni movimento che potesse sfociare nella divisione e nella disputa tra questi due grandi scuole dell’Islam.

   L’imām Khomeini credeva che la fede nell’unicità di Dio, nella missione del Profeta dell’Islam e nel Corano quale Libro eterno per la guida dell’uomo. L’accettazione dei principi e delle leggi come la preghiera, il digiuno, l’elemosina, il pellegrinaggio e la lotta sulla via di Dio, solidi pilastri validi per tutti i seguaci delle varie scuole islamiche, costituisce la base per giungere all’unità e potersi così opporre tutti insieme ai nemici atei e idolatri.

   L’ascesa restauratrice dell’imām Khomeini non era indirizzata solo alla società iraniana, ma all’intero genere umano. Egli credeva che l’intuizione innata dell’uomo[115] è indirizzata al monoteismo, alla solidarietà, alla ricerca della verità e alla giustizia. Se crescesse la generale consapevolezza, cosicché il male dell’ego e l’influenza di Satana potessero essere imbrigliati e indeboliti, ogni società umana andrebbe alla ricerca di Dio e vivrebbe in un mondo pieno di pace e giustizia.

   Per questa ragione in tutti i suoi messaggi pubblici egli aveva incitato le nazioni prigioniere del Terzo Mondo e i popoli oppressi a rivoltarsi contro le grandi potenze mondiali. Dopo la vittoria della Rivoluzione Islamica, l’imām Khomeini infatti propose l’idea di costituire e salvaguardare il Partito dei Popoli Oppressi. Il primo incontro mondiale dei movimenti di liberazione internazionale avenne proprio in Iran durante la sua Guida.

   Egli spesso sottolineava che la Rivoluzione Islamica è il nemico degli obiettivi di dominazione dei capi e delle èlite di potere degli Stati Uniti, dell’Occidente e dell’Unione Sovietica, e non dei popoli di questi paesi, che sono essi stessi vittime di tali poteri. Il motto dell’imām Khomeini era quello di combattere l’oppressore e difendere l’oppresso. Egli era solito dire: “noi non siamo né crudeli nè tolleriamo la crudeltà”.

   Per avere una migliore idea del suo credo religioso abbiamo ritenuto opportuno riportare la risposta che egli dette a un corrispondente del “London Times”, che gli aveva fatto alcune domande proprio a riguardo delle sue credenze:

 

   Il mio credo e quello degli altri Musulmani è fondato sulle dottrine contenute nel Corano e su quelle che sono state tramandate riguardo al Profeta dell’Islam e alle legittime autorità dopo di lui. La radice e l’essenza di tutte queste credenze, che sono per noi le cose più care e preziose, è il monoteismo. Secondo questo principio noi crediamo che il Creatore del mondo e di tutti gli esseri dell’universo, incluso il genere umano, è l’unico e solo Dio, l’Altissimo, Onnisciente e Onnipotente, a Cui appartengono tutte le cose e tutte le creature.

   Questo principio ci insegna a essere sottomessi solo alla autorità di Dio e a non obbedire a nessun uomo, a meno che obbedire a lui equivalga a obbedire a Dio. Sulla base di questo principio, nessun uomo ha il diritto di costringerne un altro a sottomettersi a lui. Inoltre, questo principio di fede ci insegna qual’è il principio della libertà umana, ossia che nessun uomo ha il diritto di privare della libertà un individuo o una comunità, legiferare per loro, regolare la loro condotta secondo la sua personale comprensione di essa, generalmente difettiva, o secondo i propri voleri o desideri. Ancor di più da questo principio deduciamo che la legislazione per il perfezionamento dell’uomo deriva da Dio, che stabilisce altresì le leggi della creazione e dell’esistenza. La felicità dell’uomo, la sua perfezione e quella dei popoli sono basati dunque  sull’obbedienza alle leggi divine, donate al genere umano attraverso i Profeti (s).

   La degradazione e la caduta dell’uomo sono dovute alla privazione dei suoi diritti e alla sua sottomissione ad altri esseri umani. Quindi noi dobbiamo levarci in opposizione a queste catene e ai ceppi della schiavitù, rivoltarci contro quelli che ci invitano ad essere schiavi e liberare noi stessi e la comunità, cosicché noi possiamo essere tutti servi di Dio e a Lui sottometterci. E’ per questa ragione che le nostre norme e le nostre leggi sociali partono dall’opposizione alle potenze dittatoriali e imperialistiche. Inoltre, da questo principio di fede, e dalla credenza nel monoteismo, noi traiamo ispirazione che tutti gli uomini sono stati creati da Dio e sono uguali di fronte a Lui. Tutti siamo Sue creature e servi. Questo è il principio di uguaglianza degli uomini, per cui l’unica distinzione e preferenza tra gli uomini consiste nella sua virtù e nella sua libertà dalla perversione e dal peccato.  

   Quindi tutte le cose che turbano questa uguaglianza e mettono in atto nella comunità distinzioni vane e senza senso devono essere combattute.

  

   Secondo la visione del mondo dell’imām Khomeini nell’Islam il solo criterio è il piacere di Dio, e non quello delle persone, che debbono essere considerate e valutate in base alla Verità, e non viceversa. Gli unici criteri assoluti di giudizio sono dunque la giustezza e la Verità divina.

   Nella natura innata dell’uomo esiste un amore innato e inalienabile per l’assoluta perfezione, che appartiene esclusivamente a Dio, fonte di tutte le perfezioni e di tutti i poteri, e un desiderio ardente di unirsi a essa. L’intero universo è Presenza di Dio, per cui l’uomo dovrebbe sempre tenere un contegno consono al cospetto della presenza divina e astenersi dal peccato. Non bisogna dunque avere timore di alcuno tranne che di Dio, e in Lui riporre la fiducia.

   La filosofia delle missioni profetiche è un mezzo attraverso cui gli uomini sono guidati verso la teosofia e attuare così la capacità di raggiungere la perfezione nella negazione di tutte le tenebre interiori ed esteriori, con la riforma di se stessi e della società, attraverso l’instaurazione dell’equità e della giustizia. Lo scopo della missione profetica è quello di salvare dalle tenebre il carattere delle persone, il loro io, la loro anima e i loro corpi, salvare il genere umano dall’abisso delle tenebre e guidarlo verso la luce. Non vi è infatti luce che Dio l’Altissimo. Il resto è tenebra.

   L’Islam si presenta quale sigillo finale di tutte le religioni divine e la più eccellente e comprensiva scuola divina per la guida dell’umanità. L’Islam è il più alto grado di civiltà: le sue leggi sono eterne, complete e universali. L’Islam, in cui vi è una sola legge, quella Divina, è la religione della preghiera e della politica, una religione che è stata l’elemento fondante della più grande civiltà del mondo. Per questo motivo egli consigliava ai suoi seguaci di stare attenti a non confondere mai il Corano e la religione di salvezza dell’Islam con una delle scuole di pensiero meramente umane, false e deviate. Oggi come in passato il più grande problema dei musulmani è infatti quello di mettere da parte il Corano per raccogliersi sotto le bandiere degli altri.

   Lo Sciismo, scuola rivoluzionaria custode del puro Islam del Profeta, come lo sono gli stessi Sciiti, è stato sempre attaccato dai despoti e dagli imperialisti. La causa e l’obiettivo della sua rivolta e dell’azione restauratrice dell’imām Khomeini erano stati sempre e solo l’Islam. La Rivoluzione Islamica si presenta infatti come una irradiazione dell’eterna rivolta dell’imām Husayn nel giorno di ‘ashūrā messa in atto per salvare l’Islam dai suoi nemici.

   L’Islam non è una religione esclusiva di una particolare nazione, in quanto non riconosce alcuna distinzione tra i vari popoli. L’Islam appartiene a tutti. L’origine etnica, la razza, la lingua o il colore della pelle non sono rilevanti: nell’Islam tutti gli uomini sono fratelli e sono uguali. L’onore degli uomini risiede nella virtù, nella castità, nel superiore carattere e nella buona condotta.

   L’imām Khomeini vedeva la morte sul sentiero di Dio come un onore eterno, l’orgoglio dei santi, la chiave della felicità e il segreto della vittoria. Egli considerava la ricerca del martirio come il risultato dell’amore per Dio.[116] Riguardo al martirio, alla sua essenza e al suo valore, egli aveva criticato l’ignoranza dei mammonisti che cercano il valore del martirio nei fenomeni dell’universo e la sua descrizione nei canti e nei poemi epici, e che per scoprirlo si rifugiano nell’arte dell’immaginazione e nei meandri dei loro pensieri. La soluzione a questo dilemma si trova ben aldilà. La si può trovare solo nell’Amore per Dio. Seguendo questa logica, egli aveva affermato che se si fosse riuscito a liberare il mondo dalle grinfie degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica, donando la propria vita a Dio con onore, ciò sarebbe stato molto meglio che vivere sontuosamente sotto la bandiera rossa dell’Armata Rossa d’Oriente o dell’esercito oscuro d’Occidente.

   L’imām Khomeini fu un filosofo, un cultore della gnosi, un giureconsulto, un marja’ e allo stesso tempo la Guida della Rivoluzione Islamica e fondatore della Repubblica Islamica dell’Iran. Egli aveva studiato approfonditamente i principi della filosofia occidentale, ed era ben versato nei principi e nelle dottrine della logica e della filosofia islamica, sia nella corrente peripatetica che in quella illuminativa. Forse è più esatto dire che la sua visione filosofica era piuttosto propensa verso l’Illuminazionismo[117] (Ishraqi e della conoscenza-per-presenza) o piuttosto vicino allo stile eclettico del Saggio Divino Mollā Sadrā (1571-1640)[118] con alcune differenze e distinzioni. L’imām Khomeini, che insegnò filosofia ai più alti livelli per 15 anni, seguiva la filosofia come una via per la riconoscimento dello stadio e del grado raggiunti per percepire le realtà dell’esistenza e delle creature. La sua visione filosofica verso la verità della ”unicità dell’esistenza”[119] e dei suoi stati è profondamente influenzata dalla sua visione esoterica.

   La sua conoscenza esoterica e gnostica è salsamente basata sui versetti del Corano, sulle narrazioni delle autorità della religione e la sapienza dei santi e degli gnostici, all’interno della struttura della sacra Religione dell’Islam. L’imām Khomeini aveva sempre rifiutato quel misticismo passivo che racchiude la fede e la religione in un poche recitazioni e in alcuni canti che caratterizza una vita vissuta in isolamento, dopo aver abdicato alle proprie responsabilità socio-politiche.

   La conoscenza di sé è la base della teologia e la purificazione interiore dalla corruzione etica e dai vizi, l’acquisizione delle eccellenti virtù sono i prerequisiti per la conoscenza di Dio. Ottenere la conoscenza divina e le più alte stazioni spirituali non è possibile se non seguendo la via che i grandi profeti e le “prove” di Dio sulla Terra hanno percorso e insegnato. Per questo l’imām Khomeini si è sempre opposto alle vie spirituali che prevedessero la fuga dal mondo o fuoriscissero in qualche modo dalla struttura della religione, disprezzando la santimonia e il misticismo ipocrita.

   Per questo nella rischiosa portata della “più grande lotta” (Jihad Akbar)[120], ossia la lotta dell’uomo contro i nemici che porta in sé, così come nello stile di vita e nel comportamento, e nel cammino lungo i sentieri  dei “Quattro Viaggi dello Spirito” bisogna sempre ricercare l’assistenza delle vere guide e dei veri possessori delle scoperte e dei miracoli e non di coloro che fanno la parodia di simili poteri. Soprattutto bisogna sempre rimanere aggrappati alla Grande Autorità (Walayat-e-Ozma), che è l’arca della salvezza oltre la quale non vi è che devianza.[121]

   L’anima pura dell’imām Khomeini, il suo spirito elevato e gli effetti della sua realizzazione interiore attraverso le varie stazioni del viaggio spirituale sono la prova migliore della validità di questo viaggio. In esso l’imām Khomeini raggiunse queste stazioni spirituali e sperimentò una tale conoscenza intuitiva e una tale estinzione in Dio che egli, anche di fronte alle affermazioni di quelli come Hallaj[122] (che affermò “io sono la Verità Creativa”), sarebbe rimasto sconvolto, ma non per il motivo per cui lo sono gli ignoranti estranei alla gnosi, che hanno scomunicato e condannato coloro che dichiarano di essere Dio, ma piuttosto perché nel dispiegarsi dell’esistenza questi, giunti a testimoniare cose prossime alla Verità, hanno rivelato e rivendicato all’esterno questo loro stato d’intercessione.

   Dal momento che nella sua visione del mondo solo Dio è Luce, Luce in quanto manifestazione, ogni cosa è in sé una epifania, cioè una Sua manifestazione, luce e realtà dell’Essere, Nome di Dio. In altre parole, la luce di ogni essere umano, animale, o di qualsiasi altra creatura, è in realtà Luce di Dio.[123]

   Oltre a essere altamente versato in filosofia, gnosi, esegesi coranica, etica islamica e teologia, l’imām Khomeini era anche un grande giureconsulto con piena conoscenza della giurisprudenza e dei principi, che egli aveva insegnato per 30 anni ai più alti livelli. Oltre ai numerosi libri scritti sulla giurisprudenza islamica e su temi teologici, i testi delle lezioni e dei corsi tenuti da lui sono stati subito compilati dai suoi studenti e sono ora disponibili. Tra le varie caratteristiche ascritte alla sua scuola di giurisprudenza islamica, una è che nella sua visione la giurisprudenza islamica e i suoi principi godono di una speciale purezza e di una particolare autonomia. Nello stadio deduttivo dei precetti, egli evitava quindi di mescolare visioni filosofiche, esoteriche e teologiche con i decreti della giurisprudenza.

   La qualità della ricerca della giurisprudenza islamica e dei suoi principi è il prerequisito per poter avere una visione deduttiva (ejtihad). I fattori di tempo e spazio hanno un ruolo determinante in questo processo deduttivo delle norme, per cui ignorarli significa essere incapaci di comprendere e rispondere ai temi e ai fenomeni che emergono nel divenire del tempo. Allo stesso tempo l’azione di ricerca della giurisprudenza islamica non significava rendere incerto il processo deduttivo della giurisprudenza, per cui le hawza dovrebbero aderire alla giurisprudenza islamica tradizionale come a una salvaguardia dei modi e dei metodi dei grandi sapienti del passato nella deduzione delle norme. La deviazione da questa via infatti porterebbe all’eresia e provocherebbe danni maggiori. In altre parole le hawza dovrebbero perfezionarsi e modificarsi rimanendo comunque entro la struttura della tradizione che l’imām Khomeini stesso aveva per primo indicato.

   Attraverso delle norme molto innovative egli aprì la strada al cambiamento dell’angolo di percezione e la sua estensione ai problemi vitali ed essenziali della società riuscendo così a far rivivere ambiti della giurisprudenza islamica caduti nell’oblio, dimostrando quindi nei fatti l’intervento ineluttabile dei fattori di spazio e tempo. Egli aveva affermato che

 

   nella visione del vero giurisperito, il governo è l’applicazione della filosofia pratica[124] dell’intero diritto islamico concernente tutti gli ambiti della vita dell’uomo. Il Governo rappresenta gli aspetti pratici della giurisprudenza nel confrontarsi con l’intera gamma dei problemi sociali, politici, militari e culturali. La giurisprudenza islamica è la vera e completa teoria che guida l’uomo dalla nascita alla tomba.

 

   Partendo da questo punto di vista, l’imām Khomeini aveva esposto la teoria della formazione del Governo Islamico sulla base dell’Autorità del Guardiano giurisperito durante l’occultamento dell’imām del Tempo, e per anni aveva cercato di metterla in atto. Sebbene la teoria dell’Autorità del Guardiano giurisperito (Walayate Faqih), a parte i differenti punti di vista esistenti riguardo all’ampiezza dei suoi poteri, avesse ottenuto il consenso dei giureconsulti sciiti, le sue dimensioni non furono adeguatamente esplorate nel passato perché le condizioni non lo consentivano. Così l’imām Khomeini è stata la prima persona, in tutti questi secoli, che è riuscita a instaurare un governo dei religiosi sulla base della guida del Guardiano giurisperito, i cui prerequisiti sono: l’auto-purificazione, la preservazione, l’integrità e l’abilità nella pubblica amministrazione, la sagacità, la giustizia e la competenza nella giurisprudenza islamica e nelle Leggi divine. In questa prospettiva il Governo Islamico è altro che il governo della Legge Divina sugli uomini.

   Il Governo Islamico, oltre alle differenze qualitative riguardanti gli obiettivi e gli ideali, nonchè dal punto di vista organizzativo, ha delle differenze fondamentali con gli ordinamenti politici profani contemporanei. Nella prospettiva del Governo Islamico la “maggioranza” si legittimizza sulla base della “Verità”, e di conseguenza la necessità di far rispettare l’Autorità del Guardiano giurisperito dipende dalla presenza delle sue condizioni, inclusa l’accettazione del popolo, che si realizza per acclamazione diretta o attraverso l’elezione da parte degli esperti della nazione. Quindi il legame tra popolo, Guida e Governo Islamico è profondo e leale. Per questo l’imām Khomeini potè istituire e condurre uno dei più popolari governi che la storia ricordi. In questo tipo di governo, al contrario di tutti gli ordinamenti politici contemporanei, il popolo, dopo il riconoscimento della Guida e la partecipazione alle elezioni, non esaurisce la sua partecipazione politica, né viene abbandonato a se stesso. Anzi la sua presenza sulla scena politica della società e la sua partecipazione al destino dell’ordinamento islamico sono considerati dei doveri religiosi.

   Secondo l’imām Khomeini il pilastro del Governo Islamico è basato sull’amore e sulla fiducia reciproci tra il popolo e la Guida. Ogni Guida che agisce in maniera dittatoriale deve essere quindi destituita dalla sua funzione. In fin dei conti “la Guida e l’autorità nelle religioni divine, incluso l’Islam, non è in se stessa qualcosa di tanto importante da rendere gli uomini orgogliosi e auto-vanitosi.” Questa visione fece sì che l’imām Khomeini preferisse essere chiamato “servo” e non “guida”, in quanto nell’Islam non importa tanto essere una “guida” quanto il “servire”. L’Islam ha reso necessario per tutti gli uomini il servire Dio. Egli si considerava un fratello del popolo, un servitore e un semplice combattente. Nell’Islam una sola cosa è sovrana, la Legge di Dio, quella stessa legge che fu sovrana durante il tempo del Profeta.

   Indirizzandosi ai governi che si consideravano come padroni e superiori al popolo, l’imām Khomeini aveva fatto notare che i governi devono essere una minoranza al servizio del popolo. I governi, cioè, devono devono servire il popolo, e non dominarlo. La consapevolezza del popolo, la sua partecipazione, cooperazione e supervisione al fianco del governo che esso stesso ha scelto, sono la migliore garanzia per la protezione e la sicurezza della società.

   La differenza tra la teoria della sovranità nazionale e la sicurezza nazionale, e la teoria che, anche nei sistemi politici più democratici, definisce il governo e la sovranità solo nell’ambito del “potere” e dei suoi attributi, e su questa base considera il potere stesso come il più importante pilastro della sicurezza della società, è abbastanza evidente. L’imām Khomeini infatti aveva affermato che un grande potere non può sussistere senza una base popolare. La disintegrazione della superpotenza comunista, da una parte, e la perpetuazione della Repubblica Islamica e la sua stabilità, dall’altra, nonostante l’odio delle più grandi potenze del mondo e l’imposizione di una guerra lunga otto anni, sono le migliori prove della validità della sua teoria.

   E’ quasi superfluo aggiungere che la sua visione circa il Governo Islamico e la posizione occupata dal popolo in esso, non ha nulla a che fare con il cosiddetto nazionalismo presente nella cultura politica del mondo, anzi ne è l’esatto contrario. Il nazionalismo, quando apparve come ideologia, a parte la sua incapacità pratica, finì in una antitesi di valore. Questo perché, in questa visione, se le fantasie nazionalistiche di ogni nazione sono introdotte come fatti giustificabili, significa che non vi sono fatti e valori immutabili e oggettivi, ma che questi variano e cambiano costantemente a seconda il numero delle nazionalità e dei confini politici e geografici, che a loro volta sono cambiati innumerevoli volte. Allo stesso modo, le interpretazioni dei fatti, dei valori, di temi quali la giustizia, la pace e la libertà, il giusto e il bene, sono innumerevoli, mutevoli e a volte antitetici. Naturalmente, in simili condizioni, quella nazione che per qualsivoglia ragione possieda più strumenti di potere o armamenti considera un suo legittimo diritto l’imporre il suo dominio sulle nazioni più deboli. Questo perché il nazionalismo esasperato vorrebbe fondarsi su una presunta superiorità di razza, colore, lingua, posizione storica e geografica.

   Sulla base dell’evidenza storica documentata l’imām Khomeini credeva che la promozione del nazionalismo e dell’etnocrazia, la creazione di movimenti come il pan-arabismo, il pan-turchismo, il pan-iranismo e simili nel Terzo Mondo e nei paesi islamici, fossero il risultato degli studi e degli sforzi dei colonialisti per dividere questi paesi, seminare discordie e imporre il loro dominio. Il progetto delle grandi potenze e dei loro alleati nei paesi del Terzo Mondo è quello cioè di porre i popoli musulmani uno contro l’altro, dividere la comunità dei credenti, a cui Dio donò spirito di fratellanza, e identificarli attraverso i nomi delle loro etnie (la nazione turca, la nazione araba, la nazione curda, ecc.) fino a renderli nemici gli uni degli altri. Questo è l’esatto opposto della visione islamica ed è in contraddizione con il Corano. Per questo egli aveva sempre sostenuto che il suo movimento era islamico prima di essere iraniano.

   Seconda la sua visione l’instaurazione della vera pace nel mondo è però un miraggio a causa della presenza delle potenze arroganti imperialiste. Soprattutto quando il loro dominio lo si subisce e lo si accetta. Egli sottolineava come la pace e la prosperità del mondo fossero legati alla disfatta degli arroganti, e che fino a quando sulla terra vi fossero stati uomini bruti e ignoranti assetati di dominio, i giusti non avrebbero ottenuto ciò che Dio ha promesso loro. Per questo motivo il giorno in cui il dominio del mercante del mondo non solo sull’Iran, ma su tutte le nazioni oppresse, verrà spezzato e rimosso, e ogni nazione riprenderà in mano il proprio destino, sarà una benedizione.

   L’imām Khomeini aveva sempre rassicurato i credenti affermando che gli Stati Uniti avrebbero potuto sconfiggere loro in quanto uomini, ma mai la loro Rivoluzione. Per questo motivo egli confidava nella vittoria. Gli Stati Uniti infatti non conoscono il significato del martirio.

   Riguardo alla natura del governo usurpatore di Israele e alle sue radici affermò:

 

   il governo terrorista degli Stati Uniti ha sparso la guerra su tutta la superficie della terra e il suo alleato, il sionismo internazionale, al fine di realizzare i suoi obiettivi, commette ogni giorno crimini che le penne non sono in grado di trascrivere e le lingue non possono enumerare.

 

   Dal punto di vista dell’Islam e dei musulmani, oltre che di tutti i criteri internazionali, Israele è un aggressore e un usurpatore. Il piano per l’indipendenza di Israele e il suo riconoscimento sono da considerarsi una catastrofe per i Musulmani e una pericolo per i governi musulmani. Dopo la vittoria della Rivoluzione egli definì l’ultimo venerdì del mese di Ramadan il “Giorno di Gerusalemme (Quds)”, e invitò tutti i musulmani del mondo a organizzare in questo giorno dimostrazioni annuali finchè Gerusalemme fosse rimasta nelle mani dei nemici dell’Islam, e a mostrare il loro sostegno ai combattenti palestinesi. Egli credeva che il solo modo per liberare Gerusalemme fosse credere in Dio, avvicinarsi alla scuola del martirio e combattere fino al completo scioglimento dello Stato di Israele.

   In riferimento al comunismo, l’imām Khomeini disse che il comunismo, sin dal suo sorgere, insieme alla sua ideologia hanno generato i governi più dittatoriali, assolutistici e monopolistici che il nostro mondo abbia mai conosciuto.

   Rispetto invece al progresso del mondo occidentale, egli disse che i musulmani accettano il suo progresso tecnico ma non la sua corruzione morale, di cui gli gli stessi Occidentali si lamentano. Il mondo occidentale ha tolto al genere umano il senso dell’essere uomini, per cui i musulmani non si oppongono alla civilizzazione in quanto tale, ma si oppongono a una determinata civilizzazione, quella esportata dall’Occidente. I Musulmani vogliono invece una civilizzazione basata sull’onore e sull’essenza divina dell’uomo.

   L’imām Khomeini aveva sottolineato il ruolo fondamentale della cultura, che è all’origine di tutta la felicità o di tutta la miseria, in quanto ciò che edifica le nazioni è proprio una cultura sana. La salvaguardia dell’onore è più importante della soddisfazione degli appetiti, e l’uomo non è pienamente uomo e non può raggiungere i fini degni dell’essere uomo fintanto che egli continua a vivere all’ombra della materia e della violenza bruta. Per questo è importante dare spazio ai libri, alla ricerca e alle scienze. Indegne sono le arti al servizio del colonialismo. Da rifutare è “l’arte per l’arte”. L’arte deve essere una chiara rappresentazione della giustizia, dell’onore e della bellezza, il riflettersi delle afflizioni dei poveri che sono anatemizzate dal potere e dalla ricchezza.

   Nell’ambito dell’educazione l’imām Khomeini era un esperto sia nella teoria che nella pratica. Attraverso i suoi metodi educativi fu capace di creare i pionieri del grande movimento religioso, una comunità di cui la cultura e valori fino ad allora erano stati calpestati dal governo della dinastia Pahlavi e dai suoi accoliti e i cui membri erano divenuti apatici e indifferenti. Si racconta che durante la rivolta del 5 giugno del 1963, in quelle dure condizioni di repressione politica e sociale, i suoi seguaci gli chiesero con quale forza egli volesse rivoltarsi e formare un governo giusto. Egli indicò la culla di un bambino.

   Incredibilmente, quindici anni dopo i giovani musulmani iraniani furono i principali protagonisti sulla scena della rivolta. L’imām Khomeini considerava l’autocoscienza e la regolare purificazione di sè da tutti le impurità egoistiche e diaboliche durante tutta la nostra vita come un prerequisito per ottenere la vera perfezione (kamal-e haqiqi). Per questo l’educazione deve iniziare dall’infanzia, anzi dalla vita fetale. Nessuna occupazione è infatti tanto onorevole quanto la maternità dato che la prima ‘scuola’ del bambino comincia proprio nel grembo della madre.

   Gli insegnanti, poi, devono fare molta attenzione. L’insegnamento della scuola elementare è più importante dell’università, dato che lo sviluppo mentale ha luogo proprio durante l’infanzia. Gli insegnanti devono prendersi cura degli esseri umani che vengono loro affidati, in quanto tutte le prosperità e tutte le miserie hanno le loro radici proprio nella scuola, che è nelle loro mani. Non deve sorprendere dunque che l’imām Khomeini paragonasse l’insegnamento alla della missione dei Profeti e che considerasse la guida della comunità verso Dio come la più importante occupazione spettante proprio agli insegnanti, che non devono limitarsi solo al mero insegnamento delle scienze ordinarie.

   L’uomo è il succo, l’essenza di tutti gli esseri dell’universo, è una meraviglia che può svilupparsi fino a divenire una creatura celeste o degenerare fino a divenire una creatura satanica. Attraverso il perfezionamento dell’uomo, infatti, è il mondo intero che si perfeziona. L’educazione e il perfezionamento interiore dell’uomo sono dunque prioritari rispetto all’apprendimento scolastico. La scienza, infatti, pur con tutta la sua importanza, se non è accompagnata dal perfezionamento interiore, scade a mero strumento usato per raggiungere obiettivi satanici: “la conoscenza in una mente malata è più dannosa dell’ignoranza!”.

   Uno dei maggiori risultati del movimento dell’imām Khomeini fu il ripristino del ruolo della donna nella società.[125] In nessun periodo della storia iraniana le donne avevano raggiunto una così completa consapevolezza sociale e politica, un così attivo coinvolgimento nel decidere il loro destino come dopo la Rivoluzione Islamica. Durante i giorni decisivi della Rivoluzione le donne erano presenti, fianco a fianco agli uomini, a volte anche davanti, a tutti gli eventi più importanti. Durante la ‘guerra imposta’ le donne ebbero un ruolo decisivo nell’assistenza agli uomini impegnati al fronte, nell’incoraggiare i loro fratelli e i loro mariti a partecipare alla difesa dell’Islam e della Rivoluzione. Ci fu perfino la loro partecipazione attiva in alcune operazioni di rifornimento e assistenza al fronte, eventi che non hanno precedenti nelle guerra della storia moderna e contemporanea.    

   Certamente oggi le donne sono attive quanto gli uomini in tutte le attività sociali, nell’educazione, nelle università, nella sanità così come nell’amministrazione. Prima del trionfo della Rivoluzione Islamica, a causa dell’atmosfera sfavorevole, spesso oppressiva, molte donne musulmane avevano forzatamente riparato entrio le quattro mura domestiche. Molte ragazze, specialmente nelle province periferiche e nelle aree rurali del paese, erano private del diritto all’istruzione. Quelle che nelle grandi città potevano partecipare in qualche modo alle attività sociali difendevano la loro virtù e il loro onore nelle condizioni più difficili, e molte sentirono impellente abbandonare la scuola o licenziarsi dal lavoro.

   Il cambiamento che avvenne nella società delle donne iraniane è dovuto soprattutto alla particolare attenzione riservata dall’imām Khomeini alla personalità delle donne, alla loro essenza, alla difesa dei loro diritti. Nell’Islam infatti le donne hanno gli stessi diritti degli uomini: il diritto allo studio, al lavoro, alla proprietà, a votare e a essere votate. Questo perché dal punto di vista dei diritti che l’Islam concede all’essere umano, non vi è differenza tra gli uomini e le donne, perché entrambi sono esseri umani. Le donne hanno il diritto di decidere del loro destino così come gli uomini. Infatti quello a cui l’Islam si oppone, e che proibisce, è lo spargimento della corruzione e del vizio, sia degli uomini che delle donne. L’Islam vuole che le donne si realizzino e non siano considerate dei giocattoli nelle mani degli uomini, vuole proteggere la loro personalità e far sì che esse possano, nel rispetto delle Leggi Divine, crescere, elevarsi, essere libere, come come lo sono gli uomini, di scegliere il loro destino e le loro attività. Una libertà ben diversa dalla libertà occidentale, che corrompe e devia i giovani, condannata dall’Islam così come da chiunque abbia un minimo di saggezza.

   In ambito economico, le posizioni e le raccomandazioni dell’imām Khomeini erano generalmente incentrate sulla giustizia e sulla priorità da dare ai diritti dei diseredati e dei soggetti oppressi della comunità. Egli definiva il servizio agli oppressi la più alta adorazione e si riferiva a loro come ai benefattori della società e di se stesso. Molte delle sue raccomandazioni ai dirigenti della Repubblica Islamica riguardavano la cura degli indigenti e astendosi dallo sviluppare un carattere da burocrati di palazzo. Il Governo, i suoi esponenti e i suoi impiegati sono servi del popolo. Un servo non ha quindi il diritto di riservarsi una situazione migliore di quella del popolo.[126]

   È facile dimostrare come l’imām Khomeini cerò sempre di basare le proprie affermazioni sull’Islam. Ed egli, prima degli altri, metteva in pratica ciò che sosteneva. Il suo stile di vita era un esempio perfetto di ascetismo, equilibrio e semplicità, e questo stile non fu limitato al periodo precedente la funzione di Guida. Anzi, egli credeva che il livello di vita di una Guida doveva essere pari o anche inferiore a quello comune alla popolazione. Egli rimase molto legato al suo stile di vita ascetica durante tutta la sua esistenza terrena. Sebbene molti libri siano stati scritti e pubblicati riguardo a questo particolare aspetto della sua vita, le dimensioni del suo attaccamento all’ascesi e alla vita semplice rimangono ancora per lo più inesplorate.

   Per dare una idea del suo attaccamento a uno stile di vita molto semplice, tenendo presente che nell’Islam è doveroso riporre una cura estrema nell’indagare la vita privata di un musulmano, basta ricordare che fu egli stesso a sollecitare l’inserimento dell’articolo 142 della Costituzione della Repubblica Islamica, secondo il quale la Corte Suprema ha il dovere di investigare le proprietà della Guida e delle più alte cariche della Repubblica Islamica, prima e dopo l’assoluzione del loro incarico, al fine di assicurarsi che non sia stata compiuto nessun arricchimento illecito. Egli fu il primo a sottoscrivere una lista delle sue proprietà alla Corte Suprema il 14 Gennaio 1979.

   Immediatamente dopo la sua morte, in una lettera riportata poi dai giornali, il figlio chiedeva al potere giudiziario di investigare nuovamente sulle proprietà del padre così come previsto dalla Costituzione. Il risultato dell’indagine fu pubblicato il 2 Luglio 1989 dalla Corte Suprema. Questo documento rivela che durante quel lasso di tempo, non solo nulla si era aggiunto al suo patrimonio personale, ma anzi risultava che un lotto di terreno, ereditato da suo padre, era stato donato per sua precisa volontà ad alcune persone indigenti del luogo.

   Il suo unico bene immobile era la sua vecchia casa di Qom, che sin dall’anno della sua deportazione (1964) era stata messa a disposizione del movimento e divenuta luogo d’incontro per gli studenti delle scuole religiose. Di fatto essa era definita come proprietà privata. La suddetta lista dei beni, stilata nel 1979 e nuovamente al momento della sua morte dopo un legittimo controllo, non rivelava quindi alcuna aggiunta, ma anzi una riduzione. Nel documento vi era scritto che la persone deceduta non ha beni personali eccetto alcuni libri. I pochi utensili casalinghi necessari a portare avanti la semplice vita quotidiana presenti in casa appartenevano a sua moglie. I due tappeti di seconda mano non erano di sua proprietà e dovevano andare ai discendenti del Profeta (Sayyid) bisognosi. Non vi era contante personale; vi erano solo donazioni religiose appartenenti al popolo e consegnate al Marja’ per le spese religiose, fondi che gli eredi non potevano toccare.

   E così le proprietà rimenenti di un uomo che aveva trascorso circa 90 anni della sua vita nella più completa semplicità includevano un paio occhiali, un tagliaunghie, un rosario, una copia del Corano, un tappetino per la preghiera, un turbante, i vestiti da religioso e alcuni libri di argomenti religioso. Questa era lista di tutti i beni di un uomo che non solo era la Guida di un paese di decine di milioni di abitanti ricco di petrolio, ma che governava sui cuori di molti altri milioni, su tutte quelle persone che, a un suo cenno, si sarebbero lanciati verso la morte. Queste erano le persone che, sentendo dei disturbi al cuore di cui egli soffriva, si precipitarono all’ospedale pronti a donare il proprio cuore per lui. Il segreto di simile attrazione spirituale deve essere ricercato solo nella sua fede, nel suo ascetismo e nella sua sincerità.

   L’imām Khomeini, che credeva profondamente in una vita ben programmata e disciplinata, era solito trascorrere specifiche ore del giorno e della notte nell’adorazione e nella devozione attraverso le preghiere e la recitazione del Corano. Passeggiare e riflettere mentre recitava delle invocazioni a Dio era un altra particolarità del suo programma giornaliero. Alla soglia dei 90 anni egli era uno dei più attivi uomini politici del mondo che anche nelle circostanze più difficili non rinunciava al dovere di guidare la comunità islamica e risolvere i suoi problemi. In aggiunta alla lettura quotidiana delle principali notizie e dei servizi della stampa ufficiale, allo scorrere i bollettini e ascoltare le notizie della radio e della televisione locale, ascoltava diverse volte al giorno le analisi che delle notizie facevano in lingua persiana le radio straniere per poter così conoscere direttamente il processo della propaganda dei nemici della Rivoluzione e studiare le mosse per contrastarla.

   Le pressanti attività quotidiane e i frequenti incontri con le autorità della Repubblica Islamica non gli impedivano comunque di mantenere sempre un contatto diretto con la gente comune, considerata il patrimonio più essenziale del movimento islamico. I particolari di oltre 3700 incontri che ebbe con persone comuni negli anni successivi alla vittoria della Rivoluzione sono ora riportati in un libro in due volumi dal titolo Mahzar-e-Nur. Questo al fine di ricordare il suo profondo interesse e il rapporto con la gente del suo tempo. Egli non prendeva mai una decisione senza discuterne accuratamente e studiarne gli effetti che poteva avere sul popolo, considerato la fonte più veritiera per conoscere i fenomeni sociali.

   Dal punto di vista fisico l’imām Khomeini aveva un volto particolare e ben delineato. I suoi sguardi erano solenni, attraenti e pieni di spiritualità. In sua presenza si era inevitabilmente attratti dalla sua spiritualità e molti non riuscivano a trattenere le lacrime. Il popolo iraniano arrivò a pregare Dio di prendere le loro vite in cambio di qualche attimo in più da aggiungere alla sua. Il mondo estraneo alla spiritualità non riesce a concepire e a credere in queste cose, ma coloro che sono cresciuti con lui hanno apprezzato ogni momento della sua vita, interamente votata a Dio e al servizio del popolo.   

   Le potenze imperialiste e i mass media occidentali hanno fatto e continuano a fare una grande ingiustizia all’imām Khomeini, ma ancor più all’umanità. Da sempre la loro diffusa propaganda mira a infangare il volto dell’imām Khomeini e della Rivoluzione Islamica. Anche oggi, diversi anni dopo la sua morte, i mass media sono impegnati costantemente nell’attaccare la sua persona, le sue idee e la Rivoluzione, mentre gli Stati Uniti e i paesi europei favoriscono le attività dei gruppi antirivoluzionari, inclusi i sostenitori della monarchia, i gruppi laici e progressisti e i terroristi dei Mujahedin Khalq.

   Ogni anno decine di libri e centinaia di articoli e periodici sono pubblicati con l’intento di distorcere e mistificare tutto ciò che riguarda il movimento dell’imām Khomeini. Ma il sole della verità passerà attraverso le nuvole oscure del tumulto e dell’inganno. Il mondo occidentale, la cui esistenza è stata fondata, ormai da diversi secoli, sul dominio e sullo sfruttamento e sulla manipolazione della pubblica opinione, ha diagnosticato correttamente il pericolo. Quale persona di ampie vedute, una volta venuta a contatto con la vita dell’imām Khomeini e il suo invito al risveglio non resta attratta dalla sua via? E non si rivolta contro l’ordine ingiusto che domina il mondo?

   Qual’è il motivo per cui è stata vietata la pubblicazione, la distribuzione e lo studio del suo Testamento in molti paesi arabi e islamici, i cui governi sono dei regimi-fantoccio? Perché ciò è considerato un crimine? Quanta diffusa mobilitazione di strutture, risorse e alleanze da parte dei capi di Stato per reprimere il suo pensiero e il suo movimento! Per cosa tutto questo, se non per il fatto che egli volle difendere delle verità e dei principi per mancanza dei quali l’umanità è oppressa e lacerata per secoli?

   Per coloro che hanno conosciuto la sua vita e la sua personalità e ascoltato il suo messaggio, non vi è dubbio che la torcia da lui accesa e che illumina le loro vite non morirà, né potrà essere distorta da qualsivoglia ostili menzogne. E’ scritto nel Libro di Dio:

 

   Vogliono spegnere la luce di Allah con le loro bocche, ma Allah completerà la Sua luce a dispetto dei miscredenti.[127]    


 

 

 

 

Capitolo nono

L’incontro con l’Amato

 

 

 

 

 

 

 

 

   L’imām Khomeini aveva detto tutto quello che aveva da dire riguardo ai suoi obiettivi e ai suoi ideali, trascorrendo tutta la sua esistenza cercando di metterli in pratica nel migliore dei modi. Così, nel mezzo del mese di Khordad (Giugno 1989), si stava preparando a incontrare il “Caro Amico”, per il cui compiacimento aveva speso tutta la sua vita. Non aveva chinato il capo tranne che a Lui. I suoi occhi non avevano versato lacrime tranne che per Lui. Tutte le sue poesie esoteriche rivelano il dolore provato per la separazione dall’Amico e Amato e il desiderio di ricongiungersi a Lui.

   Ora quel momento glorioso era vicino, un momento di insopportabile dispiacere per i suoi seguaci. Scrisse nel suo Testamento:

 

   Con animo tranquillo, cuore sicuro, spirito felice e speranza nella benevolenza di Dio prendo ora congedo dalle mie sorelle e dai miei fratelli e mi metto in viaggio verso la dimora eterna. Ho pertanto bisogno delle vostre buone invocazioni in mio favore, e vorrei che Dio Clemente e Misericordioso accettasse le mie scuse per le mie negligenze nella servitù, per i miei errori e le mie colpe, e chiedo al popolo di perdonare le mie negligenze e i miei errori e di proseguire con decisione e forza di volontà.

 

   Si dice che quando la gente visita la sua tomba, in risposta alle esortazioni sopra menzionate, sia solita mormorare:

 

   O imām, di quale mancanze sta parlando? Per tutto quello che noi e i nostri padri abbiamo visto e udito, tu sei stato solo bontà, purezza e luce, ‘io testimonio che tu hai eseguito le preghiere, pagato le elemosine, ordinato il bene e proibito il male, lottato con onore sulla Via di Dio’.[128]    

  

   E’ strano e sorprendente come egli abbia in qualche modo presagito che il 15 di Khordad rappresentasse per lui un giorno speciale. In un poema lirico composto diversi anni prima della sua morte aveva scritto:

 

anni fa, accaddero degli eventi;

e per il 15 di Khordad

ci possiamo aspettare un soccorso

 

   Questi versi alludono al senso di privazione provocato dalla separazione e, allo stesso tempo, alla speranza di giungere al momento dell’Unione. E ora quel momento, nel mezzo del mese di Khordad, era a portata di mano. Per diversi giorni la gente aveva sentito dei problemi di cuore di cui soffriva, dei disturbi al sistema digerente e dell’operazione chirurgica a cui era stato sottoposto. Non si possono descrivere le condizioni psicologiche del popolo in quei giorni, le cerimonie di preghiera che ebbero luogo in tutte le città, villaggi, strade e sobborghi del paese e ovunque vi fossero suoi seguaci. Era veramente difficile trovare una persona che riuscisse a celare con successo il suo dolore. La gente in lacrime era tutta rivolta verso Jamaran, mentre le ore trascorrevano in trepidazione. Tutto l’Iran era in preghiera. I medici fecero tutto il possibile, ma il decreto divino aveva indicato altro:

 

   O anima ormai acquietata, ritorna al tuo Signore soddisfatta e accetta.[129]

 

   Alle ore 22:20 di sabato 3 Giugno 1989 ci fu il ritorno al Signore. Il cuore aveva cessato di battere, quello stesso cuore che aveva illuminato milioni di cuori con la luce di Dio e della integrità morale. Attraverso una videocamera installata nella camera dai suoi amici più intimi fu registrato il recosonto giornaliero del suo ricovero, la sua operazione e anche il momento dell’Unione.

   Quando i frammenti dei suoi stati spirituali e la sua tranquillità furono trasmessi dalla televisione, i cuori si spezzarono in un modo che le parole non possono descrivere. Solo se si fosse stati presenti alla scena, si avrebbe potuto avere un idea di cosa era avvenuto: le sue labbra avevano costantemente, fino all’ultimo sospiro, invocato il nome di Dio. Durante la sua ultima notte, dopo aver subito diverse operazioni chirurgiche, e con diverse flebo attaccate al suo corpo, egli, impassibile, fece la preghiera della notte e continuò a recitare il Corano, così come aveva sempre fatto nel corso della sua vita. Le sue ultime ore furono trascorse in un riposo e in una calma interiore che si possono davvero definire celestiali, accompagnati dalla continua testimonianza di fede nell’unicità di Dio e nella profezia del messaggero di Dio Muhammad. Fu in questo stato che la sua anima volò verso le dimore celesti lasciando un vuoto incolmabile in molti cuori.

   Quando fu diffusa la notizia della sua morte gente in tutto il paese e in tutto il mondo, fin dove il suo nome e il suo messaggio erano conosciuti e amati, scoppiò in lacrime come fosse avvenuto un terribile terremoto. Nessuna penna e nessuna lingua possono descrivere i sentimenti provati dalla gente, né le dimensioni della tragedia. Il dolore era incontrollabile. Ma il popolo dell’Iran e tutti i musulmani rivoluzionari del mondo avevano tutto il diritto di sfogarsi nel modo in cui lo fecero, a dar vita a scene senza precedenti nella storia. Avevano perso qualcuno che aveva ridato loro la dignità, un uomo che li aveva salvati e salvato la loro terra dalle grinfie dei predoni americani ed europei, che aveva risvegliato l’Islam e condotto i Musulmani con onore, che aveva instaurato una Repubblica Islamica, che era rimasto saldo di fronte a tutte le potenze sataniche e maligne, che aveva resistito per anni contro centinaia di complotti, tentativi di colpi di Stato, ribellioni e attentati, che aveva guidato una difesa militare lunga otto anni quando ad affrontarlo vi era un nemico che era apertamente e pienamente sostenuto sia dalle potenze comuniste orientali che da quelle capitalistiche occidentali. Tutte quelle persone avevano perso la loro amata Guida, il loro marja’ e un testimone del puro Islam.

   Probabilmente quelli che non comprendono e non accettano questi principi, se osservassero lo stato psicologico ed emotivo della gente che traspare dai filmati delle scene d’addio, dai riti e dai servizi funerari, e sapessero delle morti improvvise di alcune delle persone che non ressero al dolore e all’agonia della perdita, dei corpi di coloro che svenivano portati via a braccio verso l’ospedale più vicino, stenterebbero a capire. Ma non coloro che aveva vissuto e conosciuto l’amore. Perché in verità il popolo iraniano era innamorato dell’imām Khomeini, e il motto scelto per l’anniversario della sua morte è stato “amare Khomeini è amare tutto ciò che è buono.”

   Il 4 Giugno il Consiglio degli Esperti si riunì, e dopo la lettura del suo Testamento da parte dell’Āyatallāh Khamenei, durata circa due ore e mezza, si cominciò a discutere della successione. Dopo diverse ore, l’Āyatallāh Khamenei,[130] che fu allievo dell’imām Khomeini e che ricopriva il quel momento la carica di Presidente della Repubblica, fu eletto all’unanimità nuova Guida della Repubblica Islamica. Egli era stato uno degli esponenti più brillanti del movimento rivoluzionario e aveva partecipato alla rivolta del 15 di Khordad. Egli avevo servito l’Islam con grande spirito di sacrificio lungo tutto il percorso del movimento rivoluzionario dando un notevole contributo alla vittoria della Rivoluzione.

   Per anni gli Occidentali e i loro agenti all’interno del paese, che avevano sperato invano di sconfiggere l’imām Khomeini, si illusero che la sua morte avrebbe significato anche la fine della Rivoluzione e della Repubblica Islamica. Ad ogni modo, i servizi segreti della nazione e la rapida e illuminata scelta della nuova Guida da parte del Consiglio degli Esperti, insieme al sostegno dei suoi figli e dei suoi seguaci, fecero svanire tutte le aspettative degli elementi antirivoluzionari. Non solo la sua morte non fu la fine della via, ma anzi l’era da lui inaugurata si apriva verso più ampi orizzonti. Come possono perire le idee, la benevolenza, la virtù e la verità?

   Durante il giorno e la notte del 15 di Khordad milioni di cittadini di Tehran, insieme ad altri milioni giunti da tutte le città e i villaggi dell’Iran, si riunirono alla grande Musalla di Tehran per salutare per l’ultima volta l’uomo che con la sua rivolta aveva restaurato i principi divini e le più elevate virtù morali e lanciato nel mondo un movimento che muovesse alla ricerca di Dio e riportasse l’uomo alla sua vera essenza.

   Non vi era traccia di cerimonie ufficiali e preordinate. Tutto avvenne spontaneamente e amorevolmente. Il suo corpo purificato fu posto su una piattaforma elevata, ricoperta in materiale verde circondato da milioni di persone in lutto, tra i quali splendeva come la gemma di un sigillo. Ognuno versava lacrime e si rivolgeva all’imām Khomeini a modo suo per esprimere ciò che provava. Tutte le strade erano una imensa distesa di uomini, donne, vecchi e bambini. Vi erano bandiere di lutto sui muri, sulle case e ovunque era possibile ascoltare la recitazione del Corano, nelle moschee, negli uffici, nelle case.

   Nella notte migliaia di candele furono accese sulle colline e negli spazi aperti intorno alla Musalla in ricordo della luce e della torcia che l’imām Khomeini aveva acceso. Le famiglie si riunirono intorno alle candele, in silenzio lasciandosi illuminare dalle loro luce. I lamenti dei Basij, che si sentivano orfani e si colpivano sulla testa e sul petto, crearono una atmosfera simile a quella che si vive nel giorno di ‘ashurā, il giorno del martirio dell’imām Husayn. La consapevolezza di non poter più ascoltare la sua voce toccante nella Hosseiniah di Jamaran era per loro insopportabile. La gente trascorse la notte nei pressi della salma e alle prime luci dell’alba, i milioni di presenti recitarono la preghiera del defunto dietro la guida dell’Āyatallāh Gulpayegani.

   L’enorme assembramento, lo splendore della maestosa presenza del popolo all’arrivo del’imām Khomeini nel paese (1 Gennaio), e il suo ripetersi durante la processione funeraria, sono unanimemente considerati tra gli eventi più straordinari della storia. Le agenzie di stampa ufficiali straniere riferirono la presenza di circa 6 milioni di persone a dargli il benvenuto in occasione del suo ritorno, e di circa 9 milioni che parteciparono al suo funerale.

   Questo avveniva quando, durante gli 11 anni della sua guida, a causa dell’alleanza tra le potenze capitaliste occidentali e quelle comuniste orientali contro la Rivoluzione, dell’imposizione di una guerra durata 8 anni, e di altre centinaia di cospirazioni, il popolo iraniano aveva dovuto affrontare innumerevoli problemi e privazioni, e aveva sacrificato le vite di molti esseri umani. Tutto ciò avrebbe potuto, naturalmente, indebolire e scontentare la nazione. Ma non in questo caso. La generazione cresciuta nella sua scuola divina aveva una fede assoluta in lui quando affermava che la tolleranza per le fatiche, i dolori, i problemi, i sacrifici e le privazioni in questo mondo, è proporzionale alla grandezza, alla dignità, al valore e alla sublimità degli obiettivi che si vogliono raggiungere.

   Il corteo funebre si mosse dalla Musalla per dirigersi verso il cimitero dei martiri della Rivoluzione Behesth-e-Zahra. I pianti dei bambini, degli uomini e delle donne erano davvero strazianti. Le ore passavano ma lo svolgimento del funerale era continuamente interretto dall’espressione di sentimenti incontrollabili da parte della gente. Alla fine, il suo corpo fu portato via da un elicottero. Come questo si sollevò dal suolo, tutti gli ostacoli circostanti furono abbattuti. L’ardente fuoco della separazione aveva incendiato i cuori, e il dolore della separazione aveva reso la folla al seguito così agitata che, nonostante tutti gli sforzi degli agenti della sicurezza, la sepoltura era divenuta impossibile. Queste scene furono tutte trasmesse in diretta dalla televisione (i filmati sono tuttora disponibili). Alla fine, la bara fu letteralmente strappata dalle mani e dalle braccia di coloro per i quali “Khomeini” era tutto ciò che possedevano, e fu portata via a Jamaran.  

   Quelli che in Occidente, o all’ombra della visione occidentale, guardano alla vita e al mondo da un punto di vista meramente materiale ed edonistico, e nel caos della vita vissuta da automi, con il suo rumore assordante, hanno dimenticato l’importanza della fede, dell’amore e dei principi spirituali non possono comprendere il significato di quello che si vede nei filmati del funerale dell’imām Khomeini. Se essi mettessero da parte le mistificazioni e le chiacchiere assordanti della propaganda malevola dei nemici della verità, e solo studiassero il suo Testamento o anche solo un suo messaggio senza pregiudizio e con onestà, sulla base della loro coscienza e della loro intelligenza, allora il loro giudizio certamente potrebbe cambiare.

   Quando ci si rese conto che il funerale non poteva aver luogo a causa della forte tensione emotiva della gente, venne annunciato alla radio un comunicato in cui si invitava tutti a tornare a casa perché le cerimonie di sepoltura erano stato rimandate, e che il momento sarebbe stato comunicato successivamente. Ad ogni modo le autorità non avevano dubbi sul fatto che moltissime persone da città e villaggi molto lontani sarebbero comunque ritornate per partecipare alla cerimonia, quindi ques’ultima fu compiuta nel pomeriggio dello stesso giorno nonostante tutte le tensioni e le difficoltà. Alcuni momenti della cerimonia furono raccontante al mondo dai giornalisti presenti.

   Numerosi libri di poesie composte e pubblicate da poeti, iraniani e non, durante i giorni che seguirono alla morte dell’imām Khomeini sono dedicate ai sentimenti provati dalla gente in quei giorni. Tra tutte queste opere elegiache ve ne sono alcune  che sono certamente da considerarsi capolavori nella storia della letteratura iraniana contemporanea.

   Le cerimonie per il terzo, il settimo e il quarantesimo giorno dalla anniversario della morte, nel primo anno e regolarmente in tutti gli anni successivi fino alla data di questo scritto (cioè per cinque anniversari), sono state tenute con rinnovato attaccamento e amore. Attraverso lo zelo dei suoi seguaci è stato costruito un magnifico mausoleo con incredibile rapidità per dimostrare la ricoscenza della società musulmana per la loro Guida, oltre che come simbolo  dell’eternità della sua memoria. La sua tomba è luogo d’incontro per le numerose persone che la visitano ogni giorno, specie durante le ricorrenze religiose. I pellegrini non vengono solo dall’Iran, ma da ogni parte del mondo. La bandiera rosso sangue che sventola sulla parte più alta del mausoleo è un ricordo e un riferimento allo stendardo rosso del “Signore del Martiri”, l’imām Husayn. Sta a indicare che il movimento dell’imām Khomeini è come quello di ‘ashūra, e che, come la rivolta che ebbe luogo a Karbala, inietterà per sempre nelle vene dei credenti il sangue dell’onore, della fedeltà e della dignità dell’uomo.    

   La sua morte, unitamente alla sua vita straordinaria, diede inizio a un nuovo risveglio interiore e a un nuovo movimento spirituale e politico di portata mondiale. La via da lui percorsa e la sua memoria sono diventati eterni, perché egli fu dalla parte della Verità. E la Verità è per sempre. L’imām Khomeini fu per molti una manifestazione di Kawthar, e la Kawthar dell’Autorità (Walayat) è valida sulla terra fino alla fine dei tempi.

    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

APPENDICE

Le opere

 

 

 

 

 

 

 

 

   L’imām Khomeini scrisse varie opere sull’etica, la gnosi, la giurisprudenza, la teologia, la politica e su alcuni temi sociali. Molte di esse sono state pubblicate. Sfortunatamente molti suoi manoscritti sono andati perduti durante i vari traslochi, oppure sono stati sequestrati e distrutti dalla polizia o dai servizi segreti nella sua casa e nella sua biblioteca.

   La stile della sua scrittura era eccellente. Osservava le norme tradizionali e l’ordine della scrittura con uno stile sintetico e privo di verbosità. La prosa fluente, l’uso di artifici letterarie, l’affascinante composizione e le innovazioni linguistiche presenti nei suoi messaggi politici e religiosi hanno contribuito all’evoluzione della letteratura politica e religiosa iraniana. Spesso l’effetto di una particolare terminologia e composizione da lui utilizzata lo si intravede nei nuovi testi della letteratura persiana e nel linguaggio quotidiano del popolo. Alcune opere, come quelli sul diritto islamico e sulla gnosi, sono in lingua araba, altri in lingua persiana.

   In aggiunta alle sue opere scientifiche, l’Imām Khomeini ha riscritto, nella calligrafia tradizionale persiana, alcune opere inedite di altri sapienti religiosi. Alcune delle opere sono scritte in maniera specialistica, per cui non è possibile comprendere senza l’ausilio di un commento da parte di esperti, altre invece sono scritte in uno stile più semplice.

   I testi recentemente pubblicati dall’Istituto per la Compilazione e la Pubblicazione delle Opere dell’imām Khomeini (ICPOIK) sono più curati rispetto alle precedenti edizioni dal punto di vista delle prefazioni, delle note esplicative, del compendio dei temi principali, curati nella esattezza dei testi e nella presentazione di riproduzioni delle pagine manoscritte. Inoltre alcuni anni addietro alcune opere hanno ricevuto la loro prima edizione proprio da parte di questo Istituto.

   Le opere nel loro complesso possono essere così suddivise:

 

·         Opere filosofiche, gnostiche ed esoteriche

·         Opere giuridiche

·         Proclami, discorsi e messaggi e Testamento politico-religioso

 

 

 

OPERE FILOSOFICHE, GNOSTICHE ED ESOTERICHE

 

   Sharh Du’a’ al-Sahar, Ed. Sayyid Ahmad Fihri 1983 (Arabo); Ed. Sayyid Ahmad Fihri 1991 (persiano); Istituto Ettelaat Tehran 1991 (Arabo). Un commento alla invocazione dell’imām Muhammad al-Baqir da recitare durante il mese di Ramadan basato sul Corano e sulle tradizioni della Famiglia del Profeta. Il testo, scritto nel 1928, tocca profondi argomenti esoterici, filosofici e teologici.

   Shahr Hadith Ra’s al-Jalut, inedito (Arabo). Commento a una lettera dell’imām Reza al Rabbino Capo del suo tempo.

   Hashiya ‘ala Sharh Hadith Ra’s al-Jalut, inedito (Arabo). E’ un commento al commento di Qazi Sayyid Qummi (uno gnostico del XV secolo) alla lettera dell’imām Rida al Rabbino Capo del suo tempo.

   Al-Ta’liqa ‘ala ‘l-Fawa’id al-Radawiya, ICPOIK Tehran 1996 (Arabo). Opera esoterica in cui ha espresso i suoi insegnamenti sotto forma di commento a margine al libro Shahr Fawa’id al-Radawiya di Qazi Sayyid Qummi.

   Sharh-i Hadith-i ‘Junud-i ‘Aql va Jahl (“Commento al hadith sugli Eserciti dell’Intelligenza e dell’Ignoranza”), inedito (Persiano). Opera dettagliata e sistematica in cui espone le sue visioni su argomenti esoterici, etici e teologici.

   Misbah al-Hidaya ila ‘l-Khilafa wa ‘l-Wilaya (“La Fiaccola della Guida verso la Luogotenenza e l’Autorità degli Intimi di Dio”), ICPOIK Tehran 1993 (Arabo). E’ un’opera sulla realtà e sul senso più profondo della Profezia e dell’Imāmato, uno delle più profonde e complesse scritte negli ultimi tempi sull’esoterismo islamico. L’Imām Khomeini finì di scriverla nel 1930, a soli 28 anni. L’edizione in arabo del 1993 contiene l’introduzione e il commento di Sayyid Jalal al-Din Ashtiyani.

   Ta’liqat ‘ala sharh Fusus al-Hikam wa Misbah al-Uns (“Note al commentario di Qaysari al Fusus al-Hikam di Ibn Arabi e al commentario di Muhammad Fanari al Miftah al-Ghayb di Sadr al-Din Qunawi”), Qom 1986 (Arabo). Il libro Fusus al-Hikam di Ibn Arabi, filosofo e gnostico conosciuto in tutto il mondo, ha avuto vari commenti nel corso dei secoli. Quello di Qaysari è considerato uno dei migliori. Nel 1936 l’Imām Khomeini completò il suo commento a quello di Qaysari, dimostrando competenza e padronanza riguardo agli insegnamenti dei più grandi esponenti dell’esoterismo islamico, quali Shaikh Akbar, Qunavi, Mulla Abdul-Razzaq Kashani, Forghani, Iraqi e Qaysari. Questo testo è stato edito insieme a un suo commento redatto all’opera Misbah al-Uns Bayn ul-Maaqul wal Mashhood di Muhammad ibn Hamza ibn Muhammad Fanari, che è a sua volta un commento all’opera dal titolo Miftah al-Ghayb di sadr al-Din Qunawi, celebre allievo di Ibn Arabi. Siamo nel campo della più alta gnosi teoretica. Nel 1936 l’imām Khomeini aveva messo per iscritto le sue opinioni e le sue osservazioni critiche sotto forma di note a margine su più di 2/3 pagine di questo libro.  

   Shahr-i Chihil Hadith, ICPOIK Tehran 1993 (Persiano). Voluminoso commentario a quaranta tradizioni del Profeta e degli imām, la maggior parte delle quali di argomento gnostico-esoterico e morale. Scritta nel 1939, è considerata uno delle sue opere più importanti. Le tradizioni, tratte dal libro Osool-e-Kafi, vengono descritte e commentate in maniera esauriente e con uno stile affascinante.

   Sirr al-Salat (Salat al-‘Arifin wa Mi’raj al-Salikin), (Con prefazione dell’Āyatallāh Javadi Amuli), ICPOIK Tehran 1990 (Persiano). Un dettagliato esame dei significati e dui segreti morali ed esoterici della preghiera, un testo profondo, complesso, di difficile interpretazione e comprensione. Scritto nel 1939, il libro, con la profondità dei temi trattati, aiuta a comprendere la sua assoluta padronanza dei temi esoterici e delle stazioni del viaggio spirituale.

   Adab-i Namaz, ICPOIK Tehran 1993 (Persiano). Dopo aver analizzato le dimensioni esoteriche della preghiera, l’imām Khomeini passa ad analizzare quelle essoteriche. Questo opera infatti fu scritta nel 1942 come continuazione del precedente, da lui introdotto come segue: “qualche tempo fa compilai un trattato, ma dal momento che esso non è adatto alle disposizioni della massa, ho pensato di scrivere una esegesi delle principali norme riguardanti questa ascensione spirituale.” Il testo si presenta come una esaustiva esposizione delle norme e dei segreti spirituali della preghiera, ricolmo di allusioni a temi esoterici e morali.

   Risala-yi Liqa’ullah, Istituto di Pubblicazioni “Faiz Kashani”, Tehran 1991 (Persiano). Un breve trattato sul significato esoterico dell’”incontro con Dio” nell’Aldilà, pubblicato come allegato all’opera di Hajj mirza Javadi Maliki-Tabrizi sullo stesso tema e con lo stesso titolo.

   Hashiya bar Asfar-i Arba’a, inedito. Note a margine dell’opera Asfar di Mulla Sadra. E’ certo che l’Imām Khomeini studiò per anni il capolavoro del grande filosofo di Shiraz, segnando a margine i suoi commenti, le sue osservazioni e i suoi pensieri riguardanti i passi più significativi. Sfortunatamente la copia originale del testo mullasadriano annotato è andata perduta e si spera che l’Istituto che si occupa delle dell’Imam Khomeini opere riesca a compilare una selezione delle sue visioni e delle sue opinioni filosofiche sull’opera di Molla Sadra desumendola dai contenuti delle sue lezioni di filosofia messe per iscritto dai suoi studenti, affinché tutti i musulmani possano beneficiarne.

   Risala fi’l-Talab wa’l-Irada, Centro per Pubblicazioni Scientifiche e Culturali, Tehran 1983 (Arabo). Opera di carattere storico riguardanti l’origine della giurisprudenza islamica e le controversie teologiche scritta nel 1952.

   Tafsi-I Sura-yi Hamd, Tehran 1996 (Persiano). Esegesi esoterica della sacra sura al-Hamd divulgata nel corso di diversi discorsi nel 1979. E’ stata stampata più volte in forma di libro, sotto questo stesso titolo, da vari editori.

   Jihad-i Akbar ya Mubaraza ba Nafs, Tehran 1994 (Persiano). Questo libro raccoglie le trascrizioni delle lezioni tenute a Najaf sul significato e la necessità della purificazione dell’io e del perfezionamento interiore. Seppur breve, in esso sono contenuti insegnamenti etici, pedagogici e politici. E’ stato ristampato più volte anche in appendice al testo sul Governo Islamico.

   Kashful Asrar, Azadi Qom n.d. (Persiano). Questo libro, opera allo stesso tempo politica, religiosa e sociale, fu scritto nel 1944, due anni dopo la cacciata di Reza Khān. In esso l’imām Khomeini risponde ai dubbi e alla propaganda antireligiosa e anticlericale contenuta nel pamphlet Asrar-e Hezar Saleh (I Segreti millenari) scritto da un esponente vicino alla setta wahhabita. Riportando eventi storici e rettificando le opinioni di antichi filosofi greci, islamici e occidentali contemporanei, nel libro egli sottolinea la validità dello Sciismo e il ruolo del clero e dell’Autorità del Guardiano Giurisperito durante l’occultamento dell’Imām Mahdī. Il libro inoltre denuncia in dettaglio le politiche laiche e antireligiose di Reza Khān e dei suoi simili nei paesi islamici.   

OPERE GIURIDICHE

 

   Anwar al-Hidaya fi’l-Taliqa ‘ala ‘l-Kifaya, note al Kifayat al-Usul di Shaykh Muhammad Kazim Khurasani sul usul al-fiqh, 2 voll., ICPOIK Tehran 1993 (Arabo). Quest’opera, scritta nel 1949, riguarda i discorsi razionali della scienza dei principi della giurisprudenza, nella forma di commenti a margine al detto discorso come riflesso nel libro Kefayatul Osool del Grande Āyatallāh Akhund Khorasani. Questo opera, insieme ai temi di teologia, al libro Manahejul Vosool e ai trattati singoli serve, in linea generale, da introduzione alle sue idee e alla sua scuola di teologia.

   al-Rasail, una raccolta di quattro trattati: Qa’dat La Darar; al-Istihsab; al-Ta’adul wa ‘l-Tarjih; Fi’l-Taqiya (note di Mujtaba Tihrani), Qom 1965 – Tehran 1993 (Arabo). Bada’i’ al-Durar fi Qa’idat Nafy al-Darar: trattato giurisprudenziale che tratta del Qaede Lazarar (lett. norma senza danno), una importante norma del diritto islamico, scritto nel febbraio del 1949. Al-Istihsab: dettagliato trattato sul diritto che affronta uno dei più importanti temi teologici e giurisprudenziali, completato nel 1951. Al-Ta’adul wa ‘l-Tarjih: completata nel 1951, quest’opera affronta uno dei temi supplementari nella scienza teologica e giurisprudenziali, quello del criterio di scelta delle prove quando le evidenze sono contraddittorie. Fi’l-Taqiya: in questo trattato, scritto nel 1953, l’imām Khomeini affronta la problematica della “dissimulazione”, dimostrando come dietro alla necessità di tale atteggimento ci sia la preservazione della religione e non il suo sradicamento.

   Manahij al-Wusul ila ‘ilm al-usul, 2 voll., ICPOIK Tehran 1993 (Arabo). Questo è un trattato di ricerca sul diritto islamico che affronta in particolare il tema della terminologia della scienza del diritto, scritto nel 1951. E’ stato stampato per la prima volta, in due volumi, con introduzione e note dell’Āyatallāh Fazil Lankurani.

   Risala fi Qa’idat Man Malak, inedito (Arabo). Trattato sulla norma giuridica denominata “Man Malak”.

   Risala fi Ta’yin al-Fajr fi ‘l-Layali ‘l-Muqmara, Qom 1990 (Arabo). Trattato sulla determinazione del tempo dell’alba nelle notti di luna piena.

   Kitab al-Tahara, 4 voll., Najaf 1969. Trattato riguardante uno dei temi più importanti della giurisprudenza islamica, quello della purità, compilato in stile specialistico tra il 1954 e il 1958.

   Ta’liqa ‘ala ‘l-‘Urwat al-Wuthqa, Qom 1961 (Arabo). Questo libro raccoglie i commenti a margine ai temi trattati nel ‘l-‘Urwat al-Wuthqa, la famosa opera del Grande Āyatallāh Seyyed Muhammad Kazim Tabatabai Yazdi (m. 1919), trattato comprensivo di tutti gli ambiti del diritto islamico. Redatto nel 1956, il testo riporta i responsi giuridici su vari problematiche. E’ stato più volte stampato sia come testo a sé sia in appendice all’opera suddetta. 

   al-Makasib al-Muharrama, 2 voll., Qom 1961 (Arabo). Opera giurisprudenziale sulle varie tipologie di occupazioni proibite e sulle problematiche attinenti, fu redatta tra il 1958 e il 1961. Il libro contiene interessanti riflessioni sui responsi giuridici riguardanti la musica, il canto, la pittura e la scultura.  

   Ta’liqa ‘ala Wasilat al-Najat, Qom (Arabo). Commento a margine, in forma di fatwa (responsi giuridici), al libro (a sua volta raccolta di fatwa) dell’Āyatallāh Sayyid Abu ‘l-Hasan Isfahani (m. 1946).

   Hashiya bar Risala-yi Irth, Qom, n.d. (Persiano). Questo libro contiene i commenti a margine, espressi sotto forma di responsi giuridici, al trattato di Haj Mulla Hashim Khurasani sull’eredità.

   Taudih al-Masa’il (Risala-yi Ahkam), Tehran 1987 (Persiano). Questo libro contiene i responsi giuridici su vari argomenti di diritto islamico. E’ considerato il manuale di base ed è stato utilizzato da tutti coloro che facevano taqlid con l’imām Khomeini, ossia coloro che lo consideravano loro marja’. Ne sono state stampate e pubblicate da vari editori milioni di copie, sia in versione integrale che sotto forma di estratti su particolari argomenti, sia prima che dopo la Rivoluzione Islamica. Alcuni considerano migliore versione quella del 1987 curata dall’Āyatallāh Rizvani. Ne esiste anche una versione ridotta in arabo dal titolo Zubdat al-Ahkam (Tehran 1984).

   Kitab al-Bay’, 5 voll., Najaf 1976 (Arabo). Testo di diritto commerciale redatto tra il 1961 e il 1976, principalmente a Najaf.

   Kitab al-Khilal fi’l-Salat, Qom n.d. (Arabo). Il testo, scritto duranti gli ultimi anni del soggiorno a Najaf, contiene riflessioni giuridiche e filosofiche riguardanti la natura dei possibili errori e imperfezioni che possono invalidare la preghiera.

   Tahrir al-Wasila, 2 voll., Najaf 1970 (Arabo). Questo libro contiene i responsi giuridici scritti durante il suo esilio in Turchia (1964-1965). Stampato per la prima voltaa Najaf, il libro ha avuto numerose ristampe non solo a Najaf, ma anche a Beirut e in Iran.

   Al-Dima’ al-Thalatha, Qom 1983 (Arabo). Il testo contiene gli appunti presi dall’Hujjatal-Islam Sadiq Khalkhali durante le lezioni dell’Imām Khomeini riguardanti la purità rituale.

   Istifta’at, Associazione degli Insegnanti della Hawza, Qom, 1 vol., 1987; 2 vol., 1993 (Persiano/Arabo). Compendio dei responsi giuridici in risposta alle domande della gente comune su vari argomenti di diritto, riguardanti in particolare temi quotidiani.

   Ahkam al-Islambayn al-sa’il wa ‘l-imām, Beirut 1992 (Arabo). Una selezione dei response giuridici tratta dall’opera precedente.

   Manasik-i Hajj, ICPOIK Tehran 1991 (Persiano). Il testo raccoglie i responsi giuridici riguardanti il Pellegrinaggio e i suoi riti.

   Vilayat-i Faqih ya Hukumat-i Islami, ICPOIK Tehran 1993 (Arabo/Persiano). Il libro, che ha avuto numerose edizioni e ristampe in vari paesi del mondo sia prima che dopo la Rivoluzione Islamica, contiene i responsi giuridici (espressi in una serie di lezioni tenute a Najaf nel 1969) riguardanti il Governo Islamico, l’inseparabilità tra religione e politica e l’Autorita del Guardiano giurisperito durante l’occultazione dell’imām Mahdī.

 

 

 

 

 

PROCLAMI, DISCORSI, MESSAGGI, LETTERE E TESTAMENTO

 

   Majmu’a’i az Maktubat, SuKhānraniha, Payamha va Fatavi-yiimām Khumayni, 2 voll, Tehran 1981 (persiano).

 

Sahifa-yi Nur, 22 voll., Tehran, 1982-1992 (disponibile anche in CDRom) (persiano).

 

Payam-i Inqilab, 2 voll., Tehran, 1981 (persiano)

 

Kauthar, 2 voll., Tehran 1994 (persiano)

 

Ava-yi Tauhid, Tehran, 1989 (persiano)

   Lettera inviata al presidente sovietico Gorbaciov.

 

Sahifa-yi Inqilab: Vasiyat-nama-yi Siyasi-Ilahi-yi Rahbar-i Kabir-i Inqilab Islami va Bunyanguzar-i Jumhuri-yi Islami-yi Iran Hazrat-iĀyatallāh al-‘Uzmaimām Khumayni, Tehran 1989.

 

   The position of women from the viewpoint of Imam Khomeini, ICPOIK Tehran 2001 (inglese).

   Selezioni dei più importanti interventi dell’imām Khomeini sulla posizione e sul ruolo della donna dell’Islam in generale e nella Repubblica Islamica in particolare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Bibliografia generale consigliata

 

 

 

 

 

 

 

Avicenna, Metafisica, Bompiani Milano 2003.

C. Bonaud, L’Imam Khomeyni, un gnostique méconnu du XXe siècle, Dar Al-Bouraq, Beyrouth Linan.

M. Campanini, Introduzione alla filosofia islamica, Laterza Roma-Bari 2004.

H. Corbin, L’imam nascosto, Celud Libri Milano 1979.

H. Corbin, L’Iran e la filosofia, Guida Editore Napoli 1992.

H. Corbin, Storia della filosofia islamica, Adelphi Milano 2000

H. Corbin, L’immagine del Tempio, Boringhieri Torino 1983.

H. Corbin, Corpo Spirituale e Terra Celeste, Adelphi Milano 1986.

H. Corbin, Il paradosso del Monoteismo, Marietti Casale Monferrato (AL) 1986.

H. Corbin, L’Uomo di Luce nel Sufismo Iraniano, Edizioni Mediterranee Roma 1988.

H. Corbin, L’immaginazione creatrice – Le radici del sufismo, Laterza 2005.

Farabi, La Città Virtuosa, BUR Milano.

T. Izutsu, Unicità dell’esistenza, Marietti Genova 1991.

R. Kapuscinski, Shah-in-Shah, Feltrinelli Milano 2004.

M. Khatami, Religione, Libertà e democrazia, Laterza Roma-Bari

R. M. Khomeini, M. Motahharī, La Via Spirituale, Semar Roma 2002.

Imām R. Khomeini, Poesie scelte (gozīde-e ash’ār), Il Ponte Bologna 2004.

Imām Khomeini, Lettera al papa, Edizioni all’Insegna del Veltro Parma.

M. Motahharī, La visione unitaria del mondo, Semar Roma 1998.

M. Mutahharī, Società e storia, I Versanti Roma

M. Mutahharī, L’uomo e la fede, Mancosu editore Roma.

M. Mutahharī, La contemplazione del mistero, I Versanti Roma 2000.

S. H. Nasr, Ideali e realtà dell’Islam, Rusconi

S. H. Nasr, Scienza e civiltà nell’Islam, Feltrinelli Milano 1977.

M. A. Shomali, Alla scoperta dell’Islam Sciita, Jami’at al-Zahra Qum Iran 2004.

A. Tabātabā’ī, La Shī’ah nell’Islām, Semar 2002 Roma.

A. Tabātabā’ī, Compendio della dottrina islamica, Associazione Mondiale dell’Ahlulbait, Tehran Iran 1999.

A. Terenzoni, N. Venturi, La Repubblica islamica dell’Iran, Alkaest Genova.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

Indice dei nomi

(escluso imām Khomeini)

 

 



A

Abd al-Husayn Hajir; 30

Abramo; 10; 130; 132; 134

Adamo; 10

Ala Husayn; 35

Alam, Amir Asadollah; 38; 39; 54

Al-Bakr, Hasan; 73; 88

Alessandro II; 39

Algar, Hamid; 27; 60

Alī, I imam sciita; 10; 15

al-Sadat, Anwar; 85

Amouzegar, Jamshid; 88

Andarzgoo, Sayyid ‘Alī; 78

Ansārī Khwaja Abd Allāh; 31

Ardibili, Āyatallāh Musavi; 122

Ardibili, Musavi; 97; 102

Aref, Abd al-Salam; 65

Aristotele; 149; 153

Asadabadi, "al-Afghani"; 14

Ashraf Pahlavi, sorella di Muhammad Reza; 68

Atatürk, Mustafā Kemāl; 63

Attar; 20

B

Bafqi, Āyatallāh; 25

Bahonar, Muhammad J.; 79; 80; 102; 103

Bakhtiar, Shapur; 92; 93; 94

Bani Sadr, Abu al-Hasan; 100; 101; 102; 116

Banu Hajar; 16

Bazargan, Mahdī; 58; 59; 79; 93; 97; 99

Beheshti, Muhammad H.; 21; 102; 103

Borūdjerdī, Āyatallāh; 18; 19; 25; 27; 28; 32; 35; 38; 64; 87; 168

Brzesinski; 99

Buddha; 148

C

Carter, Jimmy; 46; 85; 100

D

D’Estaing, Giscard; 90

Damad, Sayyid Muhammad; 87

E

Empedocle; 148

F

Fārābī; 126; 149

Fardoust, Husayn; 53

Fatemè Masuma; 16

Fatemè Masuma, sorella dellimām Ridā; 52

Fātima; 10; 15

Fātima Zahra; 49

Frank, Jacob; 63

G

Genghiz Khān; 13

Gesù; 10; 12

Gilani, Āyatallāh Muhammad; 140

Gorbaciov, Mikhail; 125; 126

Gulpayegani, Āyatallāh; 170

H

Hā’erī Yazdī, Āyatallāh; 16; 18; 19; 24; 25; 27

Hā’erī, Āyatallāh Mortadā; 28

Hafez; 20

Hakami Yazdī, Mirza ‘Alī Akbar; 17

Hakīm, Āyatallāh Muhsin; 49; 88

Hallaj; 152

Hasan, II imām sciita; 10

Hashimi, Mahdī; 138

Haydar Amoli; 150

Hermes; 148

Hojjat, Āyatallāh Sayyid Muhammad; 27

Hoveyda, Amir Abbas; 69; 71; 88

Husayn, III imām sciita; 10; 49; 51; 91; 131; 147; 170; 172

Huyser, Robert E.; 68; 92; 93; 94; 111

I

Ibn ‘Arabī; 18

Ibn Arabī; 112; 150

Ibn Saūd, Abd al-Aziz; 63

Ibn Sīnā; 30; 126; 148; 149

Iraqi, Mahdī; 47; 97

Isfahani, Āyatallāh Agha Nurullah; 25

Ismail Rezai; 53

J

Ja’far al-Sādiq, VI imam sciita; 44; 101

Jamarani, Sayyid Mahdi; 98

Jili, Abd al-Karim; 112

K

Kamalvand Āyatallāh; 42

Karrubi, Hajjat al-Islam; 133

Kāshānī Āyatallāh; 32; 33; 34; 35; 38

Kāshānī, Āyatallāh Sayyid ‘Alī Yathribī; 17

Khamenei, Āyatallāh; 36; 74; 102; 122; 124; 168

Khānom, Sahiba; 16

Khomeini, Ahmad; 71; 122

Khomeini, Āyatallāh Agha Mustafa; 60; 62; 73; 87; 88

Khomeini, Āyatallāh Sayyid Mustafa (padre dellimām Khomeini); 16

Khonsari, Āyatallāh Muhammad Taqi; 27; 35

Khorasani, Akhund; 26

Khwānsārī, Āyatallāh Sayyid Muhammad Taqi; 16; 17

M

Mahdī, XII imam sciita; 11

Mansur, Hasan ‘Alī; 75; 78

Masjdiedshāhī Isfahani, Sheikh Muhammad Reza; 17

Milani, Āyatallāh; 168

Mokhber O’Saltaneh; 25

Mollā Sadrā; 30; 112; 126; 149

Mosè; 10; 50

Mossadeq, Muhammad; 33; 34; 59

Motahharī, Āyatallāh Mortadā; 21; 27; 79; 80; 81; 97

Mudarres, Āyatallāh Sayyid Hasan; 26; 28; 30

Mufatteh, Āyatallāh Muhammad; 60; 79; 97

Muhammad Reza; 23; 29; 36; 46; 53; 78; 82

Muhammad, Profeta; 10; 49; 134; 140; 143; 145; 151; 155; 167

Mulla Sadiq; 20

Muntaziri, Āyatallāh; 59; 137; 138; 139

Mūsā al-Kāzim, VII imam sciita; 15; 16

Mussavi, Husayn; 122

Muzaffaraddin Shāh; 15; 22

N

Nadir Shāh; 13

Najafī, Āyatallāh Marashi; 56

Naseraddin Shāh; 14

Nasser, Jamāl Abd al-Nāsir; 55

Nehru, Jawaharlal; 55

Nimrod; 132

P

Pasandīde, Āyatallāh Sayyid Mortadā; 16; 72

Pitagora; 148

Platone; 148; 149

Q

Qarani, generale; 97

Qavam-Ul-Saltana; 33

Qaysarī, Daud; 18

Qazwīnī, Āyatallāh Sheykh Hashem; 168

Qazwīnī, Hadjdj Sayyid Abu l-Hasan Rafiī; 17

R

Rabii, generale; 68

Rafsanjani, Hashemi; 97; 102; 122

Razmara, generale; 30

Reagan, Ronald; 46

Rejai; 168

Rejai, Muhammad Ali; 103

Reza Khān; 18; 22; 23; 24; 25; 26; 27; 28; 30

Ridā, VIII imām sciita; 52; 108

Roosevelt, F. D.; 63

Rumi; 20

Rushdie, Salman; 128; 129

S

Saadi; 20

Sadat, Anwar; 128

Saddām Husayn; 46; 84; 96; 107; 110; 111; 113; 114; 115; 116; 117; 118; 119; 120; 121; 123; 135; 136

Sadr, Āyatallāh Sayyid Sadraddin; 27

Saeedi, Āyatallāh; 75

Safavi Navvab; 30

Safavi, Navvab; 36; 58; 78; 168

Saneii, Hujjat al-Islām Haj Sheikh Hasan; 71

Sayyid Ahmad, (nonno dellimām Khomeini); 15

Shāban Ja’farī; 53

Shāhābādī, Āyatallāh Muhammad ‘Alī; 17; 31

Shariat Madari, Agha; 88

Shariati, Alī; 79; 80; 81

Sharif-Emami, Jafar; 88; 91

Shashikumar, S. K.; 63

Shevardnadze, Eduard; 127

Shīrāzī, Āyatallāh Mīrzā Hasan; 14; 16

Sohrawardī; 30; 126; 148

T

Tabātabāī, Allāmah; 168

Tabātābāi, Allāmah; 80

Tabātabāi, Āyatallāh Qazi; 97

Tabrīzī, Āyatallāh Djawād Malekī; 17

Taleqani, Āyatallāh; 58; 137

Tayyib Rezai; 53

Tehrānī, Mirza Muhammad ‘Alī Adib; 17

Tehrani, Sheikh Abbas. Vedi Andarzgoo Sayyid ‘Alī

Tehrānī, Sheikh Muhammad Sadiq; 72

Torbati, Āyatallāh Islami; 71

Y

Yazīd, califfo omayyade; 49; 51

Yusuf Khān; 15

Z

Zarathustra; 148

Zaynab (figlia dell’imām ‘Alī); 10

Zevi, Sabbatei; 63




 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Indice del volume

 

 

 

Premessa.                                                                              5

Il contesto storico e gli anni della formazione.                          9

A Qom, nella roccaforte della rivolta.                                     29

Il 15 di Khordad e gli anni dell’esilio.                                    51

La rivolta continua.                                                               67

La fuga dello Shāh e la nascita del Governo Islamico.             87

La “guerra imposta” contro l’Iraq.                                        109

Gli ultimi anni di vita.                                                         125

Uno sguardo alla sua visione del mondo.                             143

L’incontro con l’Amato.                                                      165

 

Appendice

Le opere.                                                                             173

 

Bibliografia generale consigliata                                         179

Indice dei nomi                                                                  181

 

 

 

 



[1] Al-Kawthar (lett. "l’abbondanza") è tradizionalmente identificata dall’esegesi sciita con Fātima, figlia del Profeta. Oltre a dare il nome a una sura del Corano (sura 107), al-Khawthar è stata descritta dal Profeta anche come uno dei fiumi del paradiso (cfr. Ibn Hishām, Al-Sirah al-Nabawiyyah, p. 261) e come una fonte cui attingono i beati (cfr. Tafsir al-Tābarī, Vol. XXX, Beirut 1997, p. 180). Nel Corano infatti vi sono numerosi riferi­menti ai fiumi e alle fonti del Paradiso (cfr. 47:15). In senso esoterico lespressione "fonte di Kawthar" è interpretata anche come la scaturigine delle conoscenze spirituali. Ad essa l’imām Khomeini dedicò una poesia intitolata proprio al-Kawthar: “Io sono sulla riva di Kawthar, o Amico Santo, ma le mie labbra sono assetate / Tu mi sei vicino, ma nella Tua lontananza sono ardente e febbricitante / Il mio giorno con Te è diventato notte e la notte con Te è diventata giorno / Nella lontananza del Tuo Volto trascorrono il giorno e la notte” (Cfr. Imām Ruhollāh Khomeini, Poesie scelte (gozīde e ash’ār), Il Ponte Bologna 2004, p.269) [N.d.c.].

[2] Il Profeta Muhammad (570- 631 d.C.) è considerato il restauratore totalizzante della fede monoteista, cul­mine della missione dei Profeti che portarono una Legge rivelata, ossia Noè, Abramo, Mosè e Gesù. Seconda la dottrina islamica sciita i Profeti di Dio proclamarono la rivelazione e la profezia, confortandole con prove decisive e divulgandole tra i popoli. Ogni Legge rivelata è più perfetta e più completa della precedente, e così come l’evoluzione progressiva del genere umano non è indefinita, anche la profezia e la Legge rivelata hanno un termine corrispondente alla fase ultima di perfezione. I Profeti di Dio, che erano infallibili, ossia immuni dal peccato e dalla trasgressione delle Leggi Divine, portarono agli uomini il dono più importante, ciò che garantisce loro la reale felicità: la religione. La perfezione spirituale, personale e sociale dell’uomo è infatti uno dei fini della creazione. La religione rivelata è composta dalla dottrina (i principi fondamentali e di realtà a cui l’uomo deve conformarsi) e dalla pratica (i doveri morali e di azione che l’uomo ha nei confronti di Dio, della società umana e di se stesso). I Profeti hanno provato i loro messaggi con miracoli, effetto di un potere donato loro da Dio e che nessuna altra creatura è in grado di imitare o contrastare, in modo tale che l’uomo potesse distinguere la Verità dall’Errore e raggiungere così la perfezione e la felicità eterna. Grazie ai Profeti di Dio, dunque, l’uomo può aspirare alla conoscenza di Dio, di se stesso e del senso della vita. [N.d.c.].

[3] Corano, Sura al-Kowthar, versetti 1-3.

[4] Fātima, considerata esempio delle virtù di decoro, bontà e temperanza di cui deve essere adorna la donna musul­mana, nacque a Mecca nel 615 d.C. e morì a Medina alletà di diciotto anni. Fu spo­sa di ‘Alī e madre di tre figli, Hasan, Husayn e Zaynab al-Kubrā. [N.d.c.].

[5] ‘Alī ibn Abī Tālib (600-661 d.C.) secondo la scuola sciita fu designato dal Profeta suo successore. Egli è dunque il primo degli imām della Comunità islamica, a cui seguirono i figli e i discendenti [N.d.c.].

[6]  In arabo la parola imām significa “Guida” e, considerato nella sua accezione generica, indica colui che è a capo della congregazione di una moschea e guida la preghiera. Per l’Islam sciita l’imām in senso proprio è la persona designata da Dio e presentata dal Profeta come guida dell’intera comunità islamica, interprete e custode della religione e della Legge, della conoscenza segreta e della chiave per l’interpretazione esoterica del Corano. Secondo la dottrina sciita lautorità politica e spirituale nei confronti dellintera Comunità Islamica spetta al Profeta e, dopo la sua morte, ai dodici imām infallibili della sua discendenza che assunsero la funzione dellimamato luno dopo laltro. [N.d.c.].

[7] Il Mahdī (lett. “colui a cui è stata affidata da Dio la Guida”), spesso menzionato con gli appellativi di imām del Tempo e Signore del Tempo, nacque a Samarra, città dell’odierno Iraq, nell’anno 870 d.C. Egli visse sotto la tutela e la guida del padre, imām al-‘Askari, fino alla morte di quest’ultimo, rimanendo celato alla generalità degli uomini e manifestandosi solo ad una parte dell’èlite sciita. Quando egli pervenne all’imamato per ordine divino entrò in occultamento (occultamento minore), apparendo solo in casi eccezionali ai suoi vicari eletti. Con la morte del quarto vicario ebbe inizio l’occultamento maggiore, tuttora in corso, che si protrarrà sino al giorno in cui Dio non gli concederà di manifestarsi all’umanità. al fine di restaurare la verità e la giustizia dopo che sulla terra saranno prevalse loppressione, la tirannia e la falsità. I Musulmani sono tenuti a seguire in ciascuna epoca il suo rappresentante che sia dotato delle debite qualificazioni per quanto attiene alla conoscenza della religione, alle scienze religiose, alla probità ed alla capacità di fungere da guida [N.d.c.].

[8] Dopo la conquista dell’intera penisola arabica, vi sarà quella della Siria (634), della Mesopotamia (635), dell’Egitto (642), della Persia (tra il 634 e il 651), di Cipro (649), dell’Africa settentrionale (a partire dal 647) e della penisola iberica (a partire dal 711). A Oriente la spinta al di là dell’Asia centrale proseguì fino al 750, arrestandosi sul fiume Talas, mentre a Occidente verrà fermata a Poitiers nel 732. La relativa rapidità dell’avanzata degli eserciti musulmani si spiega in gran parte con l’accoglienza favorevole delle popolazioni locali, che spesso venivano liberate dal gioco di governi oppressori, dalla tolleranza e il rispetto che l’Islam riserva a tutte le confessioni monoteistiche e soprattutto dalle numerose conversioni di massa di molte popolazioni incontrate lungo l’avanzata [N.d.c.]. 

[9] Quando l’invasione araba pose fine all’impero Sasanide, durato quattro secoli, l’Islam fu abbracciato dalla maggior parte del popolo iranico spontaneamente, evento che diede inizio a un nuovo sviluppo del pensiero e delle scienze. La Persia rimase per quasi due secoli una provincia dell’Impero dei califfi, ma rivalità tribali arabe e fermenti nazionali e sociali iranici al servizio di ambizioni dinastiche fecero esplodere, verso la metà dell’VIII secolo, dalla provincia di frontiera del Khorasan, quella rivoluzione che abbattè il califfato degli Omayyadi (661-750) e vi sostituì quello degli Abbasidi (750-1258), arabi anch’essi ma appoggiantisi a forze militari e civili in buona parte iraniche.

   Pochi decenni dopo, del resto, si cominciarono a formare nella Persia di nord-est quelle autonome dinastie periferiche con cui ebbe inizio lo sfaldamento del califfato arabo unitario. L’avvento dei Selgiuchidi, turchi di stirpe, a metà dell’XI secolo ricreò un grande Stato unitario nelle provincie orientali del califfato: fu questo un periodo di grande floridezza economica e di rigoglio culturale, essendosi i Selgiuchidi interessati non solo alla conquista ma alla pacifica organizzazione e alla prosperità del Paese. Lo stato selgiuchide cadde verso la metà dell’XII secolo. Nel 1220 iniziò la turbinosa conquista dei Mongoli di Genghiz Khān, che causò perdite incalcolabili di vite e beni culturali. Questi stessi nomadi furono assimilati dalla civiltà islamica e lo stato mongolo dei Timuridi (1369-1349) segnò per la Persia, a compenso delle iniziali rovine, un periodo di rinnovato splendore economico e culturale.

   Ai Timuridi successe un periodo di anarchia, con frazionamento territoriale della Persia, che fu riunificata ai primi dell’XVI secolo sotto i Safavidi, sotto il cui regno (1502-1730) fu adottato come religione nazionale l’Islam sciita L’unità territoriale del Paese fu ricostituita all’incirca negli stessi confini dell’impero Sasanide e si assistette a un periodo di floridezza economica e solidità amministrativa.

   Nel 1722 la nazione fu travolta da un’invasione afgana, ma pochi anni dopo il regno risorse per opera dell’avventuriero sunnita del Khorasan Nadir Shāh (1736-47) che cacciò gli afghani. Ma alla sua scomparsa la Persia ripiombò nel caos e, dopo l’effimera dinastia degli Zand, seguì un nuovo periodo di sanguinose guerre civili, terminate con linsediamento della dinastia turca dei Qājār (1794-1925), che si caratterizzò come un regime di oppressione politica, mentre, sul terreno economico, cedette al controllo europeo parti cospicue del territorio nazionale e lo sfruttamento delle più importanti risorse del Paese [N.d.c.].

[10] I sovrani della dinastia Qājār regnarono sull’Iran per un periodo di 151 anni, durante i quali il popolo iraniano subì una involuzione in tutti i campi sociali, politici e culturali. Gli umilianti accordi firmati durante questo periodo con le potenze straniere sono tra le macchie più indelebili della storia iraniana. Infatti fu proprio agli inizi dell’età Qājār che gruppi di infiltrazione della colonizzazione occidentale, in particolare Russi e Inglesi, si insediarono stabilmente.

[11] Il movimento sorto in Iran durante gli anni 1891-92 in opposizione al conferimento del diritto di monopolio sul tabacco agli Inglesi, fu il primo movimento vittorioso del popolo iraniano nella storia contemporanea del paese. Si risolse infatti con la sconfitta del governo e il trionfo della volontà del popolo, essendo i contestatori riusciti a ottenere la totale e incondizionata cancellazione della concessione. Il decreto di boicottaggio del consumo di tabacco fu emanato dal marja’ (v. nota 22) del tempo, l’Āyatallāh Mīrzā al-Shīrāzī, e rese i sapienti e il popolo più determinati e risoluti nella loro unità per il movimento a cui avevano dato vita. Il governante del tempo, Naseraddin Shāh, alla luce delle crescenti proteste popolari, fu costretto a cancellare l’accordo e a risarcire la compagnia che era parte contraente dell’accordo.

[12] Sayyid Jamāl al-Dīn Asadabadi “al-Afghāni” (1838/9-1897) fu un filosofo, un riformatore sociale e politico, un amante della libertà che si impegnò per una maggiore partecipazione politica del popolo nei paesi orientali, per l’unità fra i musulmani e la formazione di una unione politica dei governi islamici. Viaggiando frequentemente in Oriente e in Occidente, lottò contro il dispotismo dei re in Iran, nell’Impero ottomano e in Egitto. Attaccò la politica colonialista del governo britannico per tutta la sua vita, soprattutto attraverso il  giornale al-‘Urwa al-Wurtqā (“Il legame più forte”), pubblicato a Parigi. Attraverso discorsi trascinanti e coinvolgenti al Cairo, a Istanbul, in India e in Afghanistan cercò di diffondere tra i popoli l’idea della libertà dall’oppressione e dall’imperialismo. Nel 1889 per ordine di Naseraddin Shāh fu esiliato una seconda volta. Giunto a Londra, pubblicò il giornale Diyā’ al-Khafiqain (“La rivista Orientale-Occidentale”) in inglese e in arabo ma, entrato di nuovo in contrasto con le autorità, fu costretto ad abbandonare l’Europa alla volta di Istanbul, ove però fu dapprima imprigionato e successivamente avvelenato.

[13] Muzaffaraddin fu il quinto monarca della dinastia Qājār. Durante i suoi undici anni di regno la sua incompetenza ebbe un effetto disastroso per il paese. Egli fece molti viaggi in Europa e, per assicurarsi il costo dei suoi soggiorni, chiese prestiti in denaro prima per due volte alla Russia, in cambio dei quali concesse le entrate doganali del nord e il diritto di pesca nel Mar Caspio, e successivamente alla Gran Bretagna, alla quale dovette concedere le entrate doganali del sud. Di conseguenza il paese andò in bancarotta, causa scatenante della cosiddetta Rivoluzione per la Costituzione che nel 1906, anno della morte dello Shāh, costrinse quest’ultimo a firmare l’Ordine Costituzionale, successivamente approvato dal Parlamento.   

[14] I suoi antenati, discendenti dell’imām Mūsā al-Kāzim (745/6-799), VII imām sciita, erano migrati, verso la fine del XVIII secolo, dalla loro casa originaria nel Nishapur verso la regione di Lucknow, nell’India settentrionale. Si stabilirono nella piccola cittadina di Kintur e cominciarono a dedicarsi alla formazione e alla guida religiosa della popolazione della regione a prevalenza musulmana sciita. Verso la meà dell’Ottocento il nonno dell’imām Khomeini, Sayyid Ahmad, lasciò Lucknow per recarsi in pellegrinaggio alla tomba dell’imām ‘Alī a Najaf. Qui conobbe un certo Yusuf Khān, un importante cittadino di Khomein. Su suo invitò si recò quindi a Khomeyn per assumere la responsabilità di rispondere alle necessità religiose dei suoi cittadini, prendendo in sposa la figlia dello stesso Yusuf Khān. A causa delle sue origine Sayyed Ahmad continuò a essere conosciuto come Hindi (“l’Indiano”), un appellativo che anche l’imām Khomeini userà per firmare alcune sue opere poetiche (cfr. Divan-e imām, Tehran 1993). Sayyid Ahmad ebbe due figli, Sahiba e Sayyid Mustafa Hindi, nato nel 1885 e padre dell’imām Khomeini [N.d.c.].

[15] Mujtahid (pl. mujtahedin) è l’esperto che è in grado di dedurre i precetti religiosi dal Corano e dalla sunna del Profeta e degli imām, ossia, in altre parole, di esercitare riguardo alle leggi divine un giudizio indipendente (ijtihad) basato sulla logica [N.d.c.].  

[16] La hawza è la scuola religiosa di formazione tradizionale dei sapienti sciiti, suddivisa in vari livelli [N.d.c.].

[17] La città di Qom è una delle più antiche roccaforti dello sciismo in Iran, ed è stata tradizionalmente uno dei maggiori centro di insegnamento religioso e di pellegrinaggio alla tomba di Hazrat-e Masuma, una figlia dell’imām Mūsā al-Kāzim, sebbene sia stata per molti secoli oscurata dalla città sante dell’Iraq grazie alle loro più ricche fonti di erudizione. L’arrivo di Hā’erī a Qom non solo significò una rinascita delle scuole religiose, ma fu anche l’inizio di un processo per cui la città divenne di fatto la capitale spirituale dell’Iran, un processo che è stato portato a compimento dalla battaglia politica portata avanti dall’imām Khomeini, in quale una volta dichiarò: “dovunque io possa essere, sono cittadino di Qom, e in verità ne vado orgoglioso. Il mio cuore è sempre con Qom e la sua gente” (Sahifa-yi Nur, XII, p.51) [N.d.c.].

[18] Il Grande Āyatallāh ‘Abd al-Karīm Hā’erī Yazdī fu un grande giureconsulto e marja’ (v. nota 22) del secolo scorso. Dopo gli studi preliminari andò a Najaf e Samarra, dove seguì le letture e le lezioni impartire da eminenti sapienti. Nel 1943 andò ad Arak e nel 1961 giunse a Qom ove, dietro l’insistenza dei grandi sapienti, fissò la sua residenza e sviluppò la hawza. Sotto la sua guida si formarono molti eminenti sapienti, il più importante dei quali fu proprio l’imām Khomeini.

[19] Il Mutawwal è un’opera classica di retorica araba attribuita a Sa’d al-Dīn Mas’ūd b. ‘Umar Taftāzāni (m.1391) [N.d.c.]

[20] La gnosi presenta due aspetti, uno teoretico-speculativo e uno pratico-operativo, correlati tra loro e intimamente connessi con la religione. L’aspetto teoretico-speculativo invece tratta dell’Esistenza, ossia dell’uomo, di Dio e del mondo, interpretandola e definendola mediante dei principi e degli assiomi derivanti dallo “svelamento intuitivo”, cioè da ciò che è stato visto tramite l’Occhio del Cuore, un tipo di conoscenza perseguita mediante il distacco dalle cose del mondo e il costante sforzo spirituale diretto alla purificazione dell’anima e all’affinamento delle proprie facoltà. La gnosi teoretica dunque non è una mera speculazione teorica e un sistema filosofico, ma una traduzione in linguaggio razionale di una visione, di una intuizione metafisica trascendente (Cfr.T. Izutsu, Unicità dell’esistenza, Marietti Genova, 1991, p. 10)

   Il secondo tratta invece delle relazioni fra l’uomo, il mondo e Dio, unitamente ai doveri che conseguono da tali relazioni. E spiega altresì da dove debba iniziare il perocorso, il viaggio spirituale, di colui che desideri realizzare la conoscenza di Dio, in che ordine il viaggiatore debbe affrontare le tappe che incontrerà sul suo percorso e quali “stazioni” dovrà attraversare durante questo viaggio, lungo il quale è indispensabile la vigilanza di una guida esperta che conosca le varie fasi del viaggio, di un saggio che abbia piena visione del percorso e che possa seguire e guidare l’allievo, che rischirebbe altrimenti di smarrire facilmente la via. (Cfr. R. M. Khomeynī, M. Motahharī, La Via Spirituale, Semar Roma 2002, pp.26-29) [N.d.c.].

[21] Shāhābādī fu il maestro che certamente ebbe l’influenza più profonda sul cammino spirituale dell’imām Khomeini, da questi definito come shaykhuna (il nostro maestro) e ‘arif-I kamil (l’uomo della gnosi). Quando nel 1928 Shāhābādī venne per la prima volta a Qom, il giovane Rūhallāh Khomeini gli pose una domanda concernente la natura della Rivelazione, e fu catturato dalla risposta che ricevette. Dopo insistenti richieste, Shāhābādī acconsentì di insegnargli, insieme a pochi altri allievi scelti, il Fusus al-Hikam, capolavoro gnostico del maestro del sufismo Ibn ‘Arabī (1165-1240), sulle basi del commentario allo stesso di Da’ud Qaysarī (m. 1350), anche se successivamente l’imām Khomeini affermerà che lo stesso Shāhābādī aveva presentato loro delle proprie personali interpretazioni esoteriche. E’ possibile che egli derivi proprio da Shāhābādī quella fusione di gnosi e politica, realizzazione spirituale e lotta politica che caratterizzò tutta la sua vita, dal momento che questi fu uno dei pochi sapienti al tempo di Reza Khān a prendere pubblicamente posizione contro i misfatti del regime e ad affermare nel suo libro Shadharat al-Ma’arif, un’opera eminentemente gnostico, che  “l’Islam è in realtà una religione politica” (Shadharat al-Ma’rif, Tehran 1982, pp.6-7) [N.d.c.].

[22] L’Āyatallāh Sayyid Husayn Tabātabā’ī Borūdjerdī, nato nella cittadina di Borudjerd, dopo gli studi preliminari conseguiti nella città natale andò ad Isfahan dove insegnò diritto islamico e filosofia. Successivamente andò a Najaf ove studiò per 8 anni, dopo i quali ritornò e prese residenza a Borujerd. Nel 1945 si recò prima a Tehran e poi a Mashad. Si ritirò infine a Qom, ove risiedette fino alla sua morte, avvenuta nel 1961. L’Āyatallāh Borūdjerdī, che fu il marja’ (v. nota 22) più autorevole del suo tempo, scrisse opere che spaziano dalla filosofia alla diritto islamico, dalla logica alla scienze umane.

[23] Il marja’ taqlid (pl. maraji’, funzione marja’iyya), letteralmente “fonte di imitazione”, è l’autorità spirituale qualificata nella giurisprudenza islamica a cui ogni musulmano fisicamente e psicologicamente maturo per adempiere ai propri doveri religiosi e applicare le norme pratiche dell’Islam in ogni aspetto della sua vita, e che non è mujtahid, deve far riferimento per seguire e applicare la Legge divina [N.d.c.].

[24] L’imām Khomeini, oltre che uomo politico, gnostico, giurisperito, eminente filosofo e commentatore del Corano, fu anche un poeta. Pur inserendosi nella grande tradizione esoterica persiana di Hafez, e Attar, oltre che di Rumi e Sa’adi, egli mantenne le radici della propria produzione poetica nelle conoscenze esoteriche della tradizione sciita basata sul Corano e sulle tradizioni del Profeta e dei dodici imām, senza tralasciare però richiami anche alle scritture della tradizione profetica biblica ed evangelica. Nel suo particolare stile poetico la dimensione del contenuto e del significato dei termini, oltre ad andare oltre le limitazioni meramente metriche e formali, era simbolico, esoterico, per cui termini quali vino, ebbrezza, taverna, amore, lontananza, velo passione ecc. vanno intensi ovviamente nel loro significato esoterico e simbolico, e non letterale e materiale [N.d.c.].

[25] Mortadā Motahharī (1920-1979), eminente filosofo e docente di teologia islamica all’Università di Tehran, è uno dei più rappresentativi esponenti della cultura islamica contemporanea. Attivo rivoluzionario, dedicò particolare attenzione alla formazione culturale e religiosa delle nuove generazioni, sia nelle Università che nelle scuole religiose. Sebbene siano passati molti anni dalla sua morte, i suoi scritti hanno tuttora una grande influenza sui giovani. Nel 1979, all’apice della lotta del popolo iraniano contro il regime dello Shāh, Motahharī fu nominato dall’imām Khomeini Presidente del Consiglio della Rivoluzione Islamica. Nell’Aprile dello stesso anno fu assassinato a sangue freddo dal gruppo terroristico pseudoislamico Furqan.  

[26] Muhammad Husayn Beheshti (1928-1981) è considerato uno tra i più grandi sapienti rivoluzionari e una delle maggiori figure politiche e intellettuali della Rivoluzione Islamica. La sua capacità nell’organizzare le forze rivoluzionarie nel Partito della Repubblica Islamica risultò molto efficace nel neutralizzare i complotti dei nemici durante i primi mesi successivi alla vittoria della Rivoluzione. Beheshti fu la prima persona a cui venne assegnata direttamente dall’Imām Khomeini la guida della Corte Suprema dello Stato, il massimo organo giuridico del paese, al fine di riorganizzare il potere giuridiziario. Nel settembre del 1981 il gruppo terroristico Mujahedin Khalq, attraverso la collaborazion di alcuni infiltrati, riuscì a portare un ordigno nel quartier generale del partito. Nell’attentato terroristico Beheshti trovò la morte insieme a numerosi suoi collaboratori e altri importanti autorità della Repubblica islamica.

[27] Il giorno 8 ottobre del 1963 il governo iraniano aveva approvato un decreto che rimuoveva il prerequisito della “fede nell’Islam” per poter partecipare alle elezioni ed esseri eletti in Parlamento, e in cui la formula di “giurare sul Corano” veniva sostituita da quella di “giurare sul Libro Divino”. Il decreto fu duramente criticato dall’imām Khomeini e fu motivo di proteste da parte della nazione contro lo stesso governo.

[28] La condizione caotica dell’Iran durante il XIX ed il XX secolo mise a dura prova il popolo a causa delle ingiustizie degli agenti governativi, delle leggi dittatoriali, della debolezza e dell’incompetenza di Muzaffaraddin Shāh. Ma la quotidiana crescita del risveglio e della consapevolezza del popolo e la rivolta dei sapienti e del clero riuscì a dar vita alla rivoluzione conosciuta come Movimento per la Costituzione. Dopo una lunga lotta, finalmente nel 1906 il movimento trionfò e, sebbene non riuscì a intraprendere la strada più auspicabile, riuscì comunque a provocare un considerevole cambiamento nell’organizzazione sociale dell’Iran: pose fine ai privilegi di classe, al potere incontrastato delle corti e dei signori della terra e istituì una maggiore senso di giustizia e di legalità. Ad ogni modo il movimento costituzionale non ottenne risultati sperati a causa dell’influenza di elementi occidentalizzati e della rimozione del clero dalla scena politica e dal governo. Il colpo di Stato di Reza Khān (padre dell’ultimo Shāh) infine ripristinò la monarchia ereditaria.

[29] Imām Khomeini, Sahifa-yi Nur, Tehran 1982, X, p.63.

[30] Due tribù di signorotti ribelli e violenti che durante il caotico governo della monarchia Qājār si imposero sul popolo depredandone le proprietà nelle province centrali dell’Iran.

[31] Reza Khān, padre dell’ultimo Shāh dell’Iran (Muhammad Reza), fece un colpo di Stato nel 1920 seguendo un piano britannico e nel 1925 ascese al trono. Prima del colpo di Stato era il comandante di una brigata cosacca  a Qazvin. Una delle prime azioni intraprese dopo essere asceso al trono fu quella di bandire l’insegnamento delle dottrine religiose dalle scuole e l’osservanza delle ricorrenze religiose in tutto il paese.

[32] L’Āyatallāh Sayyid Hasan Mudarres (1871-1937), figura tra le più significative nella recente storia politica e religiosa dell’Iran, aveva compiuto gli studi elementari ad Isfahan e gli studi supplementari in Atabat-e-Aliyat (Karbala, Najaf, Kazemain, Samarra), seguendo i corsi sostenuti da grandi sapienti come Akhund Khorasani. Ritornato ad Isfahan dopo aver acquisito la laurea in diritto islamico, cominciò a insegnare diritto islamico e teologia. Nelle seconde elezioni parlamentari fu scelto dai grandi maraji’ e dai sapienti di Najaf come uno dei cinque giureconsulti da inviare al Parlamento per supervisionare il processo di legislazione. Durante il  terzo turno delle elezioni Mudarres fu eletto al Parlamento, ma con il colpo di Stato di Reza Khān fu arrestato e mandato in esilio. Una volta tornato in libertà fu rieletto al Parlamento dal popolo e rimase a lungo a capo della maggior opposizione. Contro i tentativi di Reza Khān di convertire la forma di governo da monarchia in repubblica, riuscì a far annullare dal parlamento tale decisione.

   Mudarres si oppose strenuamente all’autocrazia di Reza Khān che, dopo un tentativo di  assassinio, lo mandò a Khawf e Kashmar in esilio. Undici anni dopo, nel giorno 27 del mese di Ramadan dell’anno 1357 (1937 d.C.), gli agenti dello Shāh lo imprigionarono e infine lo uccisero. Egli possedeva notevoli qualità e nonostante la sua grande influenza politica e religiosa, conduceva una vita estremamente semplice. L’imām Khomeini lo tenne sempre in grande considerazione. In occasione della ricostruzione della sua tomba, la Guida della Rivoluzione Islamica aveva ricordato che “in un tempo in cui le penne erano spezzate, le lingue erano legate, e le gole erano strozzate, egli non si tirò indietro dall’affermare la verità e dal denunciare la menzogna…Questo gracile uomo del clero aveva una anima possente ricolma di fede, veridicità e purezza, e con la sua lingua, tagliente più di qualsiasi coltello, si rivoltava contro di loro e gridava al vento la verità, denunciava i crimini, metteva in un angolo Reza Khān e i suoi agenti, aveva reso la loro vita miserabile e alla fine donò la sua pura vita sulla via dell’Islam, ucciso per mano degli agenti del dispotico Shāh, ricongiungendosi ai suoi nobili antenati”.  

[33] E’ riportato che l’imām Khomeini terminasse sempre le proprie lezioni con la seguenti invocazione estratta dal Munajat Sha’ban, una litania recitata dai dodici imām: “O Dio! Concedimi totale distacco da tutto ciò che è altro da Te, e uniscimi a Te; illumina la visione dei nostri cuori con la Luce che sorge nel guardarTi, affinché possiamo attraversare i veli di Luce e raggiungere la Fonte della Magnificenza, e i nostri spiriti siano elevati con lo splendore della Tua Santità.” Secondo lo studioso Hamid Algar, l’aspirazione ad “attraversare i veli di Luce e raggiungere la Fonte della Magnificenza” può essere considerata un elemento costante della vita dell’imām Khomeini. Fu proprio con questo sguardo fisso alla “Fonte di Magnificenza”, un tipo di visione completamente differente da quello dei comuni uomini politici, che l’imām Khomeini portò un vasto movimento rivoluzionario al successo (Cfr. H. Algar, The Fusion of the Gnostic and the Political in the Personality and Life of imām Khomeini, “Al-Tawhid”, June 2003) [N.d.c.].

[34] Nel 1944 Sayyid Mujtaba Navvab Safavi fondò i Fedaiyan-i Islam (Coloro che si sacrificano per l’Islam), organizzazione che si distinse per la salda e duratura adesione ai principi dell’Islam e per la vasta influenza esercitata sul popolo dai sapienti religiosi a essa legati. L’uccisione di Abd al-Husayn Hajir e del Generale Razmara (1901-1951), primo ministro dello Shāh, furono alcune delle più ecclatanti azioni militari di questo gruppo. Nel 1955 Safavi e altri membri dell’organizzazione furono dapprima arrestati e successivamente assassinati.

[35] Nello stesso libro l’imām Khomeini risponde a una polemica di ispirazione wahhabita nei confronti delle dottrine principali dello Sciismo. La sua risposta è basata su una ampia esposizione di argomenti razionali fondati sul Corano, ma presenta anche riferimenti a grandi autorità della saggezza divina e della gnosi del passato, oltre che a filosofi quali Ibn Sīnā, Sohrawardī e Mollā Sadrā [N.d.c.]

[36] Con questo appello l’imām Khomeini chiamò tutti all’azione per liberare i musulmani iraniani e l’intero mondo islamico dalla tirannia delle potenze straniere e i loro complici interni. La copia autografata di questo proclama è capeggiata non soltanto dal tradizionale Bismillah, ma anche dall’ingiunzione: “leggilo e mettilo in pratica!”. Egli aveva iniziato citando il Corano (34:46): “Dì: ‘ad una sola cosa vi esorto: sollevatevi per Allah, a coppie o singolarmente e riflettete’”.

   Questo è lo stesso versetto che apre il capitolo sul ‘Risveglio’ (bab al-yaqza) in apertura del Manazil al-Sa’irin (Le Stazioni di coloro che percorrono la Via) del sufi Khwaja ‘Abd Allāh Ansārī (m. 1089) (“Risvegliarsi dal sonno profondo della negligenza, emergere dalla lassitudine profonda…”), il primo ‘manuale’ del viaggiatore spirituale donatogli dal maestro Shāhābādī. L’imām Khomeini infatti interpretava il versetto in questione così: “Dio Onnipotente ha esposto il cammino verso la perfezione dell’uomo dalla sfera dell’oscurità della natura al punto più alto della vera essenza umana”, in modo tale che l’ordine in esso contenuto fosse “l’unica via di riforma in questo mondo”. Egli attribuiva la difficile situazione del mondo islamico e dell’umanità intera al fatto che tutti sono impegnati nel “sollevarsi a causa degli appetiti delle loro anime”, mentre è solo per mezzo del “sollevarsi per Dio” che tutti i problemi del mondo possono essere risolti.

   La sua interpretazione del “sollevarsi” (o “rivoltarsi” o “ribellarsi”) è sia interiore che esteriore, sia spirituale che politica, sia individuale che collettiva. E’una ribellione contro la corruzione del sé e quella della società. Il “sollevarsi per Dio” è quindi tanto un atto di redenzione personale quanto un impegno per cambiare e riformare il mondo, una vera e propria rivolta sia contro la lassitudine spirituale e la negligenza in se stessi, sia contro la corruzione, l’irreligiosità, la tirannia e l’ingiustizia nel mondo (Cfr. H. Algar, The Fusion cit., “al-Tawhid”, June 2003) [N.d.c.].

[37] Figlio di un grande sapiente religioso del suo tempo, l’Āyatallāh Kāshānī nacque a Tehran nel 1884. Intrapreso lo studio del Corano subito dopo aver imparato a leggere e a scrivere, all’età di 16 anni frequentò in una scuola religiosa i corsi di lingua araba, logica, linguistica, retorica e diritto islamico, completando infine il suo percorso di studi religiosi nella hawza di Najaf . Spirito libero e combattivo, l’Āyatallāh Kāshānī aveva sempre manifestato la più assoluta opposizione a ogni tipo di oppressione, dispotismo e colonialismo, subendo per questo numerosi arresti ed esili. Intimo amico dell’imām Khomeini, punto di riferimento religioso dei Fedaiyan-i Islam, l’Āyatallāh Kāshānī si battè strenuamente per la nazionalizzazione delle risorse petrolifere e fino alla sua morte rimase uno dei più acerrimi nemici del regime monarchico [N.d.c.].

[38] Durante il periodo in cui Mossadeq fu Primo Ministro i complotti erano all’ordine del giorno, con la Corte Reale piena di cospiratori interni che facevano di tutto per impedirgli di governare. Per contrastare questi complotti e avere un controllo migliore sugli affari del paese, Mossadeq chiese allo Shāh di poter sostituire il Ministro della Guerra. La sua richiesta fu ignorata e lo stesso Mossadeq il 16 luglio dello stesso anno (1952) venne sostituito con Ghavam-os-Saltaneh (1876-1955). Il popolo si oppose e l’Āyatallāh Kāshānī apertamente dichiarò la sua contrarietà alla nomina di Ghavam. In una intervista egli dichiarò che “se Ghavam non verrà rimosso entro 48 ore dichiarerò jihad, indosserò personalmente il sudario e marcerò in testa ai dimostranti per contrastare questa decisione”. A seguito di questa netta e decisa presa di posizione dell’Āyatallāh Kāshānī e la chiusura per protesta del bazar e dei negozi il giorno 21 luglio, il popolo scese nelle strade per chiedere la destituzione. Per ordine dello stesso Ghavam molti dimostranti furono uccisi. Rapidamente il governo e rappresentanti dello Shāh fecero visita all’Āyatallāh Kāshānī per calmarlo e spingerlo a pacificare il popolo, ma la guida religiosa rifiutò chiaramente la loro richiesta e ribadì nuovamente che se Ghavam non sarebbe stato rimosso, avrebbe dichiarato jihad. Lo Shāh, vedendo che ormai la sua posizione non era più sostenibile, acconsentì alla rimozione di Ghavam. Così grazie al sacrificio del popolo e al sostegno del clero, Mossadeq divenne nuovamente Primo Ministro (21 luglio), evento che segnò il culmine della partecipazione politica del popolo e della cooperazione tra le forze religiose e quelle nazionaliste attive in quel periodo.  

[39] La CENTO (Central Treaty Organization = Organizzazione del Patto Centrale) era un alleanza fra Gran Bretagna, Pakistan, Iran e Turchia. Stipulata nel 1959, subentrando al patto di Baghdad, entrò in crisi con la rivoluzione iraniana e si sciolse nel 1979 [N.d.c.].

[40] Per comprendere la vasta e profonda influenza di Navvab Safavi e del suo movimento, basta ricordare quella esercitata sulla futura guida della Rivoluzione Islamica, l’Āyatallāh Khamenei. Egli fu uno degli studenti dell’imām Khomeini nel campo della giurisprudenza e della scienza politica. Nel 1952 Navvab Safavi, insieme ad alcuni suoi seguaci, si recò a Mashad per tenere alcune lezione nella scuola religiosa “Sulayman Khān” sulla rinascita dell’Islam e della Legge Divina, e per mettere in guardia il popolo iraniano dalle menzogne propagandate dal regime monarchico e dal governo britannico. In quel periodo l’Āyatallāh Khamenei, giovane studente di quella scuola, ne rimase folgorato. Così egli stesso ricorda che quello “fu un periodo cruciale, perchè fu grazie a Navvab Safavi che la consapevolezza dell’azione rivoluzionaria islamica prese piede dentro di me. Non ho nessun dubbio sul fatto che fu Navvab Safavi il primo ad accendere il fuoco dell’Islam rivoluzionario nel mio cuore” [N.d.c.].

[41] L’Organizzazione Statale per la Sicurezza e l’Informazione (Savak) fu ufficialmente fondata nel 1957 su esplicito ordine dello Shāh Muhammad Reza. Alla Savak venne assegnato il compito di sopprimere ogni opposizione al regime e di contrastare i movimenti islamici. La Savak aveva strette relazioni con la CIA (il servizio segreto americano) e il Mossad (il servizio segreto israeliano). L’insensibilità e la crudeltà della Savak nel torturare i prigionieri politici raggiunse un livello tale che la segreteria generale dell’organizzazione Amnesty International dichiarò nel 1975 che “nessun paese al mondo presenta un così alta violazione dei diritti umani come l’Iran!” 

[42] La riforma agraria fu uno dei pilastri della politica neocolonialista, e fu implementata quasi uniformemente attraverso i governi locali nei paesi dell’America Latina, dell’Asia e dell’Africa. Nel 1962 lo Shāh, per attrarre la fiducia del investitori capitalistici americani, per dimostrare il suo accordo e la sua cooperazione con la nuova strategia e per aprire un nuovo mercato per l’economia occidentale, da un lato, per ridurre la caotiche condizioni interne e per frenare la crescita della dissafezione popolare che era al limite della rivolta sociale, dall’altro, si diede da fare per sviluppare il programma della riforma terriera come il primo dei principi dei sei-punti della cosiddetta “rivoluzione dello Shāh e del popolo”, portando così l’economia iraniana alla bancarotta. In Iran la riforma della terra che accompagnò gli investimenti stranieri, principalmente americani, nel commercio e nell’industria dipendente, inferse un duro colpo all’agricoltura iraniana, così tanto che il paese in cinque anni cadde da una posizione di esportatore di grano ad uno dei maggiori paesi importatori di grano. Nel frattempo, a causa della migrazione della popolazione rurale nelle città ed il loro reclutamento come forza lavoro sottopagata da parte delle industrie e nel terziario, nel giro di 11 anni, tra il 1966 ed il 1977, più di 20.000 aree rurali furono abbandonate.

[43] Opera di Abu l-Hasan Esfahāni (m.1946) [N.d.c.].

[44] Sin dall’Ottocento l’Inghilterra e la Russia zarista inviarono studiosi e ricercatori nei paesi islamici, in particolare nell’Impero ottomano, che si stava gradatamente indebolendo ed era diventato campo di rivalità tra Russi e Inglesi. Uno dei più noti metodi dei colonialisti al fine di dividere e conquistare fu quello di dar vita a pseudo-religioni settarie, quali il wahhabismo e i bahā’ī appunto, allo scopo di creare divisioni nelle file dei musulmani. L’apparizione dei bahā’ī fu dovuta alle mire politiche colonialiste del governo zarista di Alessandro II. Successivamente essi passarono sotto la protezione degli inglesi. Quando quest’ultimi riportarono alcune vittorie nella guerra contro gli Ottomani e lo scontro si estese alla Palestina, i  bahā’ī agirono come un potente gruppo spionistico contro i musulmani e il governo ottomano. Quando venne messo in atto il piano sionista mirante a incoraggiare il ritorno degli Ebrei a Gerusalemme, i bahā’ī collaborarono pienamente esercitando pressioni sugli Arabi residenti in Palestina, rimanendo da allora fedeli alleati dei sionisti. In Iran durante il regno Pahlavi parteciparono ai più efferati crimini di questo regime, mentre dopo la Rivoluzione agirono come braccio delle grandi potenze partecipando a vari complotti contro la Rivoluzione Islamica. La sede centrale è a Haifa, nella Palestina Occupata [N.d.c.].

 

[45] Kauthar, vol. 1, pp. 35-36 [N.d.c.]

[46] Ja’far al-Sadiq (702-765) è il VI imām dello Sciismo. Il suo ruolo nel far rivivere i genuini insegnamenti islamici e nell’organizzare numerosi centri di insegnamento e di educazione per i fedeli fu talmente eccezionale, date le condizioni del suo tempo, che lo Sciismo è stato anche da alcuni definita “scuola jafarita”.

[47] La “più grande lotta” (Jihad Akbar) mira al raggiungimento della pace interiore. Tale lotta è di ordine interno e spirituale, è la lotta dell’uomo contro i nemici che porta in sé, contro l’anima seduttrice, è la lotta del principio più alto dell’uomo contro tutto ciò che è mero attaccamento materiale e corporale. E’ la guerra contro le continue tentazioni, le costanti seduzioni dell’io empirico e del mondo. Una guerra contro gli dei falsi e bugiardi che sono i beni materiali, l’orgoglio, la vanità, la presunzione, le umane lusinghe, i desideri, gli attaccamenti, le passioni e i desideri terreni. A tale tema l’Imām Khomeini dedicò una serie di lezioni a Najaf nel 1967, raccolte successivamente nel libro Jihad-i Akbar ya Mubaraza ba Nafs (v. Appendice). L’imām Khomeini ricordava ai suoi allievi che “quando un uomo si orienta verso altro da Dio, veli di tenebra e di luce lo ricoprono. Tutte le cose di questo mondo che fanno sì che l’uomo volga la propria attenzione verso il mondo e lo distolgono dal pensiero di Dio, fanno scendere sulla sua anima dei veli di tenebra; tutto le realtà materiali costituiscono una serie di questi veli. Se invece il mondo portano l’uomo a orientarsi verso la realtà e ad aspirare all’Ultima Dimora – che è il regno ove l’uomo si trova per essere nobilitato - i veli di tenebra si trasmutano in veli di luce. Il completo distacco dalle cose del mondo si raggiunge quando entrambi questi veli vengono sollevati e strappati, così che si possa partecipare al Banchetto di Dio, che è fonte di ogni magnificenza. […] Ma colui che non ha attraversato neanche i veli di tenebra – colui la cui attenzione è diretta al mondo naturale, colui che (Dio non voglia) ha completamente distolto lo sguardo da Dio, e colui che è totalmente inconsapevole di quello che si trova oltre questo mondo, il regno della spiritualità – è soggiogato alla natura. Egli non riuscirà mai e raggiungere lo stadio del perfezionare se stesso, del creare un movimento e una energia interiore, spirituale entro di sé e a strappare i veli di tenebra che ricoprono il suo cuore. Egli rimane immobile in fondo al più profondo, il più remoto velo di tenebra (“quindi lo riducemmo all’infimo dell’abiezione”, Corano 95:5), mentre il Signore dei Mondi ha creato l’uomo nella più alta stazione e nel più alto rango: “invero creammo l’uomo nella forma migliore” (Corano 95:4). Colui il quale segue i desideri del sé corporeo e pone la sua attenzione esclusivamente al mondo tenebroso della natura dal primo giorno che egli ottiene coscienza di sé, mai penserà che oltre questo mondo tenebroso e contaminato esiste un altro luogo, un altra dimora – una simile persona è completamente avvolta nei veli di tenebra, situazione illustrata dal seguente versetto: “si aggrappò alla terra e seguì le sue passioni” (Corano, 7:176). Con il cuore contaminato dal peccato e avvolto dai veli di tenebra, con il suo spirito copresso separato da Dio l’Altissimo dal quantità dei suoi peccati e dalla sua ribellione, con la sua intelligenza e il suo sguardo, che altrimenti sarebbero stati capaci di contemplare la verità, accecati dal suo asservimento alla passione e all’adorazione del mondo, egli mai sarà capace di evadere dai veli di tenebra,  tanto meno di attraversare i veli di luce ed estinguersi totalmente in Dio. (Cfr. Jihad-i Akbar ya Mubaraza ba Nafs, Tehran 1994)  [N.d.c.].

[48] Di fronte alla ormai inarrestabile ascesa del movimento rivoluzionario, il regime monarchico iraniano e il regime baathista iracheno, in cooperazione l’uno con l’altro, decisero di limitare in qualche modo l’azione dell’imām Khomeini. L’Organizzazione per la Sicurezza Irachena decise di presidiare la sua casa per prevenire i contatti tra lui e il clero o il popolo. Queste limitazioni spinsero l’imām Khomeini, riluttante a fare un solo passo indietro, a decidere di lasciare l’Iraq. Egli si diresse quindi verso il Kuwait, il cui governo però gli impedì l’ingresso. Decise quindi di recarsi in Francia, ove prese residenza in un villaggio di nome Noefel le Chateau, nei pressi di Parigi. Per l’imām Khomeini e le persone al suo seguito erano disponibili due piccole case. Nella prima, molto piccola, si sistemarono l’imām Khomeini e i membri della sua famiglia, nell’altra un gruppo di studenti iraniani e i membri del suo ufficio. Qui l’imām Khomeini guidava le preghiere congregazionali e della notte. Nello stesso tempo, un luogo fu adibito a ostello per gli studenti e gli ospiti. Mahdī Iraqi organizzò questa casa e, a causa della mancanza di spazio, spesso anche 20 o 30 persone dormirono nella stessa stanza. Gli ospiti potevano restare in questo luogo fino a un massimo di 48 ore. E’ importante sottolineare che l’imām Khomeini era così attento alla spesa dei fondi religiosi che non permise che fossero utilizzati per pagare la sua quota d’affitto. Gli iraniani che stavano meglio economicamente pagavano l’affitto in modo tale che gli studenti non affrontassero ingiuste privazioni. 

[49] L’Āyatallāh al-Hakīm, che guidò la hawza di Najaf negli anni ’60, ebbe un ruolo determinante nella mobilitazione delle tribù dell’Eufrate nella rivolta contro l’occupazione britannica del 1920 [N.d.c.]. 

[50] Kauthar, vol. 1, p.105 [N.d.c.].

[51] L’imām Husayn, figlio dell’imām ‘Alī e di Fātima, è il III imām dei musulmani sciiti. Egli nacque nel 625 a Medina e il suo iniziale apprendistato sui passi del Profeta, gli insegnamenti di suo padre e la sua prolungata presenza negli eventi politico-militari dei primi tempi dell’Islam svilupparono al meglio la sua straordinaria personalità. Nel 682 egli si sollevò contro il governo di Yazīd insieme alla sua famiglia e a un piccolo numero di compagni al suo fianco. Di fronte aveva l’esecrcito di Yazīd composto da circa 10.000 uomini. In questo sanguinario, epico evento l’imām Husayn e i suoi 72 compagni lottarono fino alla morte, mentre le loro famiglie furono fatte prigioniere.

[52] Cfr. Kauthar, vol 1, pp. 91-110; Islam and Revolution, pp. 174-176 [N.d.c.].

[53] L’imām Khomeini ha posto sempre in rilievo la distinzione tra Ebrei e Sionisti. Ad esempio nel suo discorso alla riunione della Associazione Ebraica dell’Iran il 14 maggio 1979 affermò che “noi distinguiamo nettamente la comunità ebraica dal sionismo e dai sionisti. Quest’ultimi non sono in alcun modo da annoverare tra le persone religiose. Gli insegnamenti di Mosè, su di lui sia la pace, sono insegnamenti divini, e lo stesso Mosè è menzionato nel Corano più volte di ogni altro profeta. La vita di Mosè è stata narrata nel Corano, ci tramanda validi insegnamenti e ci mostra in che modo egli si oppose a Faraone. Egli era un pastore con un potere e una determinazione immensi che si rivoltò contro il potente Faraone, distruggendolo. Credere nella potenza divina, porre attenzione alle vicende dei deboli e degli oppressi contro gli arroganti e i potenti, il primo dei quali era Faraone, e rivoltarsi contro questi ultimi fu la strada intrapresa di Mosè, su di lui sia la pace; ciò è in netto contrasto con il progetto dei Sionisti. Loro si sono alleati con gli arroganti e i potenti e agiscono come loro spie, come loro servi; essi agiscono contro i deboli e gli oppressi, all’opposto degli insegnamenti di Mosè…” (Sahifa-yi Nur, vol.6, p.164).

   Posizioni identiche di condanna e rifiuto del sionismo in nome dell’ebraismo tradizionale sono sostenute e portate avanti da molti gruppi di Ebrei ortodossi in Palestina e nel resto del mondo, tra cui ricordiamo Bene Yoel, Breslov, Hazon Ish, Malochim, Neturei Karta, Satmar [N.d.c.]. 

[54] È il decimo giorno del mese di Muharram. In quel giorno dellanno 61 della hijrah, corrispondente al 10 ottobre 680 d.C., ebbe luogo la battaglia di Karbala tra l’imām Husayn, affiancato da settantadue compagni, e l’imponente esercito del califfo omayyade Yazīd ibn Mu’āwiyah. E’ certamente significativo il fatto che limâm Khomeini abbia proclamato il giorno di ‘ashūrā come giornata di lotta contro la tirannia monarchica, e che i primi segni del movimento rivoluzionario che avrebbe portato allabbattimento della dinastia Pahlavi si verificarono proprio in occasione delle celebrazioni del giorno di ‘a­shūrā dellanno 1963. Del pari la ricorrenza del giorno di ‘ashūrā’ dellanno 1978 vi­de massicci raduni e manifestazioni di protesta del popolo iraniano contro il regime, che culminarono con il trionfo della Rivoluzione Islamica l11 febbraio 1979 [N.d.c.].

[55] Vedesi Kauthar, vol.I, pp.123-127;imām Khomeini, Sahifa-yi Nur, I, p.46.

[56] Si tratta della tomba di Fatemè, sorella dellimām Rida (il cui santuario a Mashad è il più importante luogo di pellegrinaggio sciita in Iran), sepolta in quel luogo nel IX secolo. Lampio complesso di edifici che formano il santuario fu eretto sotto i re safavidi, mentre la favolosa cupola dorata fu aggiunta in un secondo tempo [N.d.c.]

[57] I due militanti rivoluzionari verranno uccisi il 2 Novembre del 1963 a causa della loro partecipazione alla rivolta. In questa rivolta Tayyb riuscì a disperdere il gruppo di seguaci di Shāban Ja’farī, soprannominato Shāban Bimokh (“senza cervello”), che sosteneva lo Shāh radunando in strada gruppi di delinquenti comuni. Attraverso la tortura fisica e psicologica, il regime voleva che i due uomini ammettessero di aver ricevuto soldi dall’imām Khomeini. Alla fine, di fronte al loro fermo rifiuto, vennero uccisi sotto tortura. Quando fu diffusa la notizia della morte dei due uomini, le hawza e gli altri istituti religiosi chiusero per lutto. Nel settimo giorno dalla loro morte un gruppo di eminenti personalità religiose dell’industria e del commercio riuniti sotto il nome di Associazioni Islamiche Unite firmarono un documento, in cui tra l’altro si legge: “all’alba di sabato, due dei più coraggiosi figli dell’Iran che hanno sofferto le torture più inumane, ma che non volevano accettare le menzogne che la Savak aveva creato ad arte e cercato di attribuire al clero, furono assassinati dai servi degli stranieri assetati di sangue. I loro nomi, comunque, rimarranno per sempre nelle pagine della storia delle rivolte contro lo straniero.” Riguardo coloro che furono esiliati a Bandar Abbas e coloro che furono imprigionati a Tehran ci preme puntualizzare che gli arrestati insieme a Tayyib e Haj Esmail furono diciassette, per i quali la Corte Militare chiese la pena di morte per impiccagione.   

[58] Husayn Fardoust entrò nel Corpo Speciale dell’esercito sin dall’adolescenza. Questo Corpo Speciale era stato istituito direttamente da Reza Khān come guardia personale di suo figlio Muhammad Reza Pahlavi. Così Fardoust divenne l’amico più intimo e il confidente di Muhammada Reza. Alla partenza del principe ereditario per la Svizzera, Fardoust fu ufficialmente inviato con lui e rimase suo intimo amico durante gli anni in cui il futuro Shāh rimase in Svizzera. Quando Muhammad Reza ascese al trono, Fardoust rimase ancora al suo fianco e il rapporto continuò fino quando lo Shāh cominciò a presentarlo ovunque come suo amico. Il Generale Fardoust divenne così gli occhi e le orecchie di Muhammad Reza. A capo del più importante organo d’informazione del regime Pahlavi, conosciuto come “Ufficio dell’Informazione Speciale” e considerato l’agenzia d’informazione personale dell’Shāh, Fardoust supervisionava l’intero sistema politico e dell’informazione del paese, compresa la Savak, presiedendo ai rapporti personali dello Shāh con i principali organi d’informazione.    

[59] Alam fu il più longevo ministro al servizio della dinastia Pahlevi e uno degli uomini più vicini allo Shāh Muhammad Reza, essendo divenuto nel tempo il canale attraverso cui passavano le maggior parte dell’iniziative del regime. Le sue memorie, pubblicate postume, rappresentano dei documenti eccezionali sulla vita e la personalità dello Shāh [N.d.c.]. 

[60] Il popolare presidente egiziano che salì al potere nel 1954. Nel 1956 nazionalizzò il Canale di Suez e, prendendo parte alla Guerra dei Sei Giorni, cominciò una guerra di attrito contro il regime usurpatore di Gerusalemme. Morì nel 1970, e la sua tomba si trova in un semplice edificio comune sede dell’ufficio ove aveva lavorato.

[61] Javaharlal Nehru fu un uomo politico indiano di grande levatura e popolarità. Egli fu educato in Inghilterra, ove completò gli studi divenendo avvocato. Tornato in patria, dopo il massacre di Amritsar (1919) si votò alla battaglia per la libertà dell’India. Membro del Partito del Congresso, combattè a fianco di Gandhi (da cui peraltro si distingueva per le concezioni razionaliste e la fiducia nel progresso tecnologico) la lotta per l’indipendenza dall’India dalla Gran Bretagna, partecipando tra l’altro alle negoziazioni che portarono alla creazione degli Stati indipendenti di India e Pakistan nel 1947. Primo ministro dell’Unione Indiana (1947-1964), nel 1955 fu tra i promotori della conferenza di Bandung, che avviò il movimento dei paesi non-allineati. [N.d.c.].

[62] Vedesi Kauthar, vol.I, pp.138-139.

[63] Vedesi Kauthar, vol.I, p.176.

[64] Vedesi Kauthar, vol.I, p.168.

[65] Vedesi Kauthar, vol.I, p.172.

[66] L’Āyatallāh Sayyid Mahmud Taleqani fu un sapiente religioso erudito e scrupoloso, con un ruolo di primo piano nella lotta a fianco della nazione islamica dell’Iran contro la dittatura e la colonizzazione. Egli studiò scienze islamiche nelle scuole Razaviyye e Faydiyye di Qom e nel 1938 si trasferì a Tehran per insegnare e promuovere le scienze islamiche. Nel 1939, a causa della sua opposizione al regime Pahlavi, fu arrestato e imprigionato. Dal 1948 i suoi corsi furono tenuti nella Moschea Hedayat a Tehran, dove si riunivano gli elementi religiosi rivoluzionari e le correnti religiose del Fronte Nazionale che diedero poi vita al Movimento per la Libertà.

   Durante gli anni 1951 e 1952 viaggiò attraverso la Trasngiordania e l’Egitto. Partecipò inoltre alla lotta per la nazionalizzazione delle industrie petrolifere e dopo il colpo di Stato avvenuto nell’agosto del 1953 fu arrestato per aver dato asilo nella sua casa a Navvab Safavi, capo dei Fedaiyan-i Islam. Riguardo alla sua attività politica va ricordato che egli fu tra i fondatori dello stesso Movimento per la Libertà nel 1950, di fatto una ramificazione del Fronte Nazionale. I fondatori e i più importanti esponenti del Movimento per la Libertà furono arrestati prima della rivolta del 15 di Khordad e processati dopo tale evento. Alcuni furono condannati a dieci anni, altri a meno. L’Āyatallāh Taleqani fu liberato nel 1967, ma nel 1971 fu mandato in esilio a Zabol, poi a Baft e Kerman. Nel 1975 fu nuovamente arrestato a causa di un tradimento di un esponente dei Mujahedin Khalq e condannato a dieci ani di prigione. Il 9 novembre del 1978 fu infine rilasciato insieme all’Āyatallāh Muntazeri e a un gruppo di altri prigionieri politici. Dopo la vittoria della Rivoluzione Islamica l’Āyatallāh Taleqani fu nominato Presidente del Consiglio Rivoluzionario ed eletto membro del Consiglio degli Esperti. Nell’agosto del 1979, per ordine dell’imām Khomeini, guidò la prima preghiera del venerdì collettiva nell’Università di Tehran. Ha scritto molte opere di esegesi del Corano, sull’educazione islamica e su vari temi sociali e politici. 

[67] L’ingegnere Mahdī Bazargan durante il governo di Mossadeq ricoprì numerosi incarichi in varie istituzioni, tra cui l’Organizzazione Idrica di Tehran, il NIOC e l’università, ove divenne docente e Preside del Collegio universitario di Tecnologia. Egli diede un notevole contributo allo sviluppo del Movimento per la Libertà, trascorrendo anche alcuni anni nelle prigioni dello Shāh. Quando nel 1979 la Rivoluzione Islamica raggiunse il suo apice egli, insieme a diversi collaboratori, assunse l’incarico di indagare sugli scioperi del lavoratori del NIOC. Dopo la vittoria della Rivoluzione Islamica gli fu assegnata la supervisione del governo provvisorio. Un giorno dopo però l’occupazione dell’ambasciata americana, il cosiddetto “Nido di Spie”, da parte di alcuni studenti musulmani seguaci della linea politica dell’imām Khomeini, si dimise da Primo Ministro. Nel corso della prima legislatura post-rivoluzionaria fu eletto all’Assemblea Consultiva Islamica, il nuovo Parlamento. Mori di infarto all’età di 87 anni dopo aver scritto diverse opere sulla Termodinamica industriale e saggi su temi filosofici, religiosi, sociologici e politici.    

[68] Questo fu uno dei discorsi più veementi mai pronunciati dall’imām Khomeini, tanto che uno dei suoi più vicini collaboratori, l’Āyatallāh Muhammad Mufatteh, in una intervista concessa a Tehran al giornalista e scrittore Hamid Algar nel dicembre 1979 riferì di non averlo mai visto così agitato [N.d.c.].

[69] Imām Khomeini, Islam and Revolution, pp.181-187.

[70] Pochi mesi prima (9 settembre 1964) l’imām Khomeini aveva ricordato, in occasione dell’inizio delle lezioni della hawza, le tattiche adottate dagli imperialisti per penetrare e occupare militarmente e culturalmente i paesi islamici. Proprio a proposito della Turchia e dell’Impero Ottomano aveva ricordato che quest’ultimo “era uno Stato Islamico la cui potenza si estendeva da Oriente a Occidente. Essi [gli imperialisti, n.d.c.] capirono che finchè esisteva uno Stato Islamico così potente, non avrebbero potuto fare alcunché, non avrebbero potuto derubarne le ricchezze. Così dopo la loro vittoria nella Prima Guerra Mondiale, viste le circostanze, divisero l’Impero Ottomano in tanti staterelli. A capo di ognuno di essi piazzarono un re, un emiro, un sultano o un presidente, ognuno dei quali era sotto il controllo degli imperialisti proprio come lo era la nazione islamica ormai indifesa. In questo modo distrussero un così grande Impero, mentre i governanti musulmani non si destarono dal sonno, o fingevano di essere ancora addormentati. L’Impero Ottomano aveva acquisito una simile grandezza sotto la tutela dell’autorità islamica [Khilafa, n.d.c.] e affidandosi al Sacro Corano. Dopo che fu diviso, e con l’avvento dell’infame Ataturk, l’Islam è stato distrutto. Adesso il governo turco non è un governo musulmano, non fa riferiemento all’Islam e nel paese non vi sono cerimonie religiose.” (Kauthar, vol. 1, pp. 185-186). In Turchia nei primi anni del Novecento il virus del nazionalismo venne portato alle estreme conseguenze (si pensi all’eccidio degli Armeni) grazie all’azione del movimento dei Giovani Turchi, formati in gran parte da Ebrei appartenenti alla setta dei Dunmeh, che professavano esteriormente l’Islam ma in segreto mantenevano i culti ebraici derivati dall’eresia a sfondo messianico di Sabbatei Zevi e Jacob Frank (1726-1791). L’azione fu tanto devastante e profonda che in pochi anni si riuscì a instaurare una repubblica laica e modernista, dittatoriale e filo-occidentale grazie al massone Mustafā Kemāl  Atatürk (1881-1938), che si accanì in modo particolare nello sradicare l’Islam in tutte le sue manifestazioni.

   A questo proposito va ricordato che la Prima Guerra Mondiale non si giocò solo sul piano strettamente militare, ma anche sul piano culturale e sociale. Un ruolo fondamentale fu svolto dalla propaganda delle potenze democratiche, che condussero una vera e propria guerra parallela avente la mentalità umana come campo di battaglia. In particolare nel mondo islamico l’azione si concentrò su tre fronti principali, ossia la promozione di un Islam in cui la politica fosse distinta dalla religione, la diffusione di ideologie moderne e occidentali, in particolari il nazionalismo (si pensi ad esempio al sogno della grande nazione araba, che fu alla base della lotta di molti Arabi contro l’Impero Ottomano), alla creazione di sette pseudo-islamiche fedeli alleati dell’Occidente. Nel 1932 Abd al-Aziz Ibn Sa’ūd III nella penisola arabica costituì con il sostegno occidentale il Regno Arabo Saudita, una monarchia assoluta basata sull’eresia wahhabita. Nel 1945 fu firmato tra il re e il presidente americano Roosevelt un accordo segreto che definiva un’alleanza strategica a lungo termine. Come scrive il giornalista indiano S. K. Shashikumar, “sebbene i particolari di tale accordo siano tuttora ignoti, esso garantiva agli Stati Uniti un accesso privilegiato al petrolio saudita in cambio di protezione per la famiglia reale da minacce interne ed esterne.” (La paura e l’arroganza, a cura di F. Cardini, Laterza Roma-Bari 2002, p. 138) [N.d.c.].

 

[71] M. R. Pahlavi, Risposta alla storia, Editoriale Nuova Milano 1980, p.264.

[72] R. E. Huyser, Missione a Tehran, Mondadori Milano 1988.

[73] Reza Ciro Pahlavi è il primogenito di Muhammad Reza ed erede al trono. Lasciò lIran dopo la Rivoluzione per trasferirsi negli Stati Uniti [N.d.c.].

 

[74] Imām Khomeini, Islam and Revolution, pp.189-194; id., Sahifa-yi Nur, I, pp.129-132.

[75] Corano, Sura al-Fajr (“L’Alba”), versetto 14.

[76] Cfr. Imām Khomeini, Sahifa-yi Nur, Vol.1, pp.136-137 [N.d.c.].

[77] È il complesso che si trova sulla nota spianata delle moschee a Gerusalemme [N.d.c.].

[78] Questa teoria prevede l’assunzione da parte dei sapienti più idoneamente qualificati delle funzioni politiche e giuridiche del XII imām durante la sua occultazione. L’imām Khomeini la presenta come autoevidente e incontestabile conseguenza della dottrina sciita dell’imamato, suffragandola con citazioni e analisi ripresi da tutti i testi più rilevanti, dal Corano alle tradizioni del Profeta e dei Dodici imām.

   Il 6 gennaio del 1988, in una lettera indirizzata all’Āyatallāh Khamenei, l’imām Khomeini suggerì una definizione di vasta portata del vilaya-i faqih definita “assoluta” (mutlaqa), che rende teoricamente possibile per la Guida prevalere su tutte le possibili obiezioni alle politiche da essa portate avanti. Il Governo, sosteneva l’imām Khomeini, è il più importante di tutti gli ordinamenti divini (ahkam-i ilahi) e ha la precedenza sugli ordinamenti divini secondari (ahkam-i far’iya-yi ilahiya). Non solo è possibile per lo Stato islamico far rispettare delle leggi non specificatamente menzionate nelle fonti della shari’a, come la proibizione delle droghe o l’imposizione di dazi doganali, ma esso può anche sospendere lo svolgimento di un fondamentale dovere religioso, il pellegrinaggio alla Mecca ad esempio, quando è ritenuto necessario per un più alto interesse dei Musulmani (Sahifa-yi Nur, XX, pp.170-171)  [N.d.c.].

[79] Seyyed ‘Alī Andarzgoo, meglio conosciuto come Sheikh Abbas Tehrani, fu una delle figure più ardite e affascinanti di tutta la Rivoluzione. Egli cominciò la sua lotta a fianco dei Fadaiyan-i Islam e fu molto vicino al loro capo, Navvab Safavi. Fu membro ufficiale del gruppo Associazioni Islamica Unite, che iniziò la sua lotta armata con l’assassinio di Hassan ‘Alī Mansur, il responsabile dell’umiliante accordo di capitolazione, di cui lo stesso Andarzgoo fu uno dei pianificatori e degli esecutori. Dopo l’azione armata contro quello che veniva considerato un infame traditore, fu costretto a nascondersi, e durante la sua latitanza fu processato e condannato a morte. La sua latitanza però non fu affatto una ritirata, ma anzi divenne il preludio di tredici anni di azioni segrete che raggiunsero il loro apice negli anni più duri della repressione poliziesca di Muhammad Reza Khān. 

   La sua vita e i suoi ”voli” (come erano denominate le sue incredibili fughe dalle retate della polizia) ne fecero agli occhi dei suoi seguaci un vero e proprio mito. A quel tempo quando la Savak, insieme a tutte le ramificazioni dei servizi segreti e delle forze di polizia lo cercavano in ogni strada, in ogni palazzo, in ogni sobborgo di tutte le città e i villaggi dell’Iran, egli si muoveva con tutta la sicurezza e la fiducia che solo un uomo coraggioso e pieno di fede come lui poteva avere, adempiendo scrupolosamente ai suoi doveri, ingannando la polizia e riuscendo sempre a fuggire alle sue retate. I suoi “voli” divennero un mistero anche per i suoi amici e seguaci più intimi. Ovunque la polizia fosse stata capace di trovare una traccia, egli sarebbe riuscito ad andarsene prima dell’arrivo della Savak. Eppure, molto del suo tempo riusciva a trascorrerlo insieme alla sua famiglia, che portava spesso con sé.

   Andarzgoo può essere sicuramente considerato uno dei più esperti, scaltri, puri guerriglieri nella storia delle recenti rivolte in Iran. Fu anche denominato il “Carlos” iraniano. Egli possedeva oltre 23 diverse Carte d’identità valide e numerosi passaporti. Attraversare le frontiere e i confini, come confermato dai suoi amici e seguaci, era per lui più facile che bere un bicchiere d’acqua. Egli era un archivio mobile di tutte le attività islamiche dei gruppi di guerriglia musulmani dal giorno in cui il gruppo Associazioni Islamiche Unite incominciò la sua attività (con l’assassinio di Mansur) fino all’ultimo giorno e all’ultima ora della sua vita. Non vi era gruppo islamico che Sheikh Abbas non abbia servito e aiutato in qualche modo e di cui non abbia migliorato l’organizzazione e facilitato le attività. La Savak, incapace di venirne a capo, aveva posto una taglia sulla sua testa, vivo o morto. Se fosse stato arrestato sarebbe stato una fonte di incredibile di informazioni. Ma egli aveva detto e ribadito ai suoi amici e seguaci che non sarebbe mai caduto nelle mani del nemico da vivo: “troveranno solo il mio cadavere!”. E questo avvenne. Nel pomeriggio del 19° giorno del mese sacro di Ramadan del 1977, mentre stava digiunando, fu introdotto alla Presenza di Dio e il suo nome entrò definitivamente dell’alveo degli eroi della Rivoluzione Islamica.            

[80] ‘Allāmah Tabātabā’i fu uno dei principali teologi e filosofi dello sciismo dello scorso secolo. Dopo aver compiuto gli studi alla hawza di Najaf e insegnato per alcuni anni, si trasferì a Qom ove rimane trentacinque anni come docente e autore di numerose opere di argomento religioso, filosofico, gnostico e scientifico. Tra le sue opere maggiori ricodiamo il commento in venti volumi al Corano (Al mizan fi tafsiri ‘l Qu’rān) e Principi di filosofia e metodo del realismo (Usul-e falsafeh va Rvesh-e Realism), in cui espone il definitivo superamento della concezione materialistica della storia alla luce della filosofia islamica.

   In lingua italiana sono disponibili: La Shī’ah nell’Islām (Semar Roma 2002), in cui lo sciismo è analizzato dal punto di vista storico, religioso, filosofico ed esoterico; Compendio della dottrina islamica (Associazione Mondiale dell’Ahlulbait, Qom Iran), in cui vengono esposti i principi, l’etica e le norme che regolano la vita del musulmano [N.d.c.].

[81] Dopo l’arresto e la deportazione dell’imām Khomeini nel 1963, gli oppositori del regime continuarono le attività clandestinamente. Dal 1966 lo Shāh, al fine di dimostrare la sua posizione e di controllare e divertire le menti del popolo inaugurò una serie di festival, il più significativo dei quali fu la celebrazione dei 2500 anni della monarchia, la più grande e sfarzosa celebrazione dell’epoca.

   A Persepolis fu costruita una vera e propria città con costosissime decorazioni ove ai nove re, cinque regine, ventuno principi, un gran numero di presidenti, vice-presidenti e primi ministri provenienti da diversi paesi che vi presero parte furono serviti i cibi più costosi. I servizi di piatti, vassoi, bicchieri, coppe, i servizi da tè e tutto il resto appartenevano ai set più esclusivi e costosi del mondo. In mezzo al deserto furono costruiti migliaia di palazzine e padigliono mobili ed equipaggiati con le rifiniture più lussuose, quando la maggior parte del popolo aveva carenza d’acqua, di enegia elettrica e medicinali.

   In un servizio del 4 Agosto 1980 il Time Magazine scrisse: “anche la cantastorie Shahrazàd non saprebbe riprodurre entro la struttura dei suoi racconti delle Mille e una notte le scene magnifiche delle celebrazioni per i 2500 anni della monarchia dell’Iran tra le rovine di Persepolis. Quando lo Shāh inaugurò la celebrazione del Trono di Jamshid (ossia di Persepolis) si immaginava come l’erede della monarchia più antica del mondo che sarebbe durata per secoli o anche fino alla fine della storia. Chi tra i suoi ospiti di alto rango avrebbe potuto immaginare che la storia dell’Impero Persiano durata 2500 anni sarebbe finita con lo stesso Shāh Muhammad Reza!?”.           

[82] SALT II è la sigla utilizzata per la seconda serie dei Negoziati per la Limitazione delle Armi Strategiche (Strategic Arms Limitation Talks), intercorsa fra gli Stati Uniti e lUnione Sovietica [N.d.c.].

[83] Ironia della sorte, solo pochi mesi della vittoria della Rivoluzione, Carter aveva lodato lo Shāh per “aver creato un’isola di stabilità in una delle aree più turbolente del mondo” (New York Times, 2 gennaio 1978) [N.d.c.].

[84] Agha Mustafa (1927-1977), figlio primogenito dell’imām Khomeini, cominciò a studiare le scienze islamiche all’età di 15 anni. A 27 ottenne la laurea di diritto islamico, divenendo, ancora molto giovane, un esperto in molti campi delle scienze islamiche. I suoi insegnanti furono, oltre a suo padre, l’Āyatallāh Borūdjerdī e Sayyid Muhammad Damad. Il 4 novembre del 1964 fu arrestato per ordine del regime e trascorse 58 giorni nella prigione di Qazil Qalaa. Quando fu rilasciato si recò a Qom, ove il popolo, insieme a tutto il clero, organizzò una festa per il suo arrivo. Come suo padre, egli aveva uno spirito indomabile e inflessibile e credeva che per rovesciare il regime Pahlavi fosse necessaria una rivolta generale. E lavorò intensamente a questo scopo. Ma nel 1969 l’Agenzia per la Sicurezza Irachena, che lo teneva sotto controllo, lo arrestò portandolo direttamente nel palazzo presidenziale di Baghdad. Hasan al-Bakr, il Presidente iracheno, consapevole degli incontri segreti che Agha Mustafa intratteneva con l’Āyatallāh al-Hakīm, lo trattenne proponendogli di entrare in guerra contro l’Iran con l’aiuto del regime baathista iracheno. Egli declinò l’offerta, ma in Iran il regime dello Shāh diffuse voci contro di lui accusandolo di cooperare con il governo iracheno. Agha Mustafa fu ucciso a 47 anni, un anno prima della Rivoluzione.  

[85] Cfr.Imām Khomeini, Shahidi digar az ruhaniyat, Najaf, n.d., p.27.

[86] Corano, Sura XIII (Ar-Ra’d), versetto 11.

[87]  Un giornalista del Paris Match così scrisse a riguardo: “Camminava lentamente e io che per la prima volta lo vedevo da vicino fui molto colpito dalla sua dignità e dalla sua sicurezza. Il suo sguardo si fermò su di me solo un istante, ma io ne fui scosso non per il timore o per la meraviglia, ma per una emozione indescrivibile” [N.d.c.].

[88] Il 23 novembre, una settimana prima del’inizio del mese di Muharram, l’imām Khomeini aveva rilasciato una dichiarazione in cui definiva tale mese “una spada divina nelle mani dei guerrieri dell’Islam, delle nostre grandi guide religiose dei sapienti rispettabili e di tutti i seguaci dell’imām Husayn, sayyd al-shuhada.” Essi avrebbero dovuto “farne il miglior uso; confidando nella potenza di Dio, essi devono strappare le restanti radici di questo albero di oppressione e tradimento.” (Imām Khomeini, Sahifa-yi Nur, III, p.225) [n.d.c.].

[89] “Occidente” e “Oriente” stavano a simboleggiare i due poli delle superpotenze, quello capitalista guidato dagli Stati Uniti dAmerica e sostenuto dallInghilterra, dalla Francia e dalle altre potenze imperialiste, e quello egemonizzato dallUnione Sovietica e comprendente i suoi paesi sa­telliti. Il termine “Oriente” è anche sinonimo di ateismo e assolutismo statalista, attributi della dittatura marxista-leninista [N.d.c.].

 

[90] A questi va aggiunto il gruppo terrorista Furqan che, solo nel 1979, uccise Mortada Motahharī, l’Āyatallāh Qazi Tabātabā’i, Muhammad Mufatteh, Haj Mahdī Iraqi insieme a suo figlio e il generale Qarani, Capo di Stato Maggiore dell’esercito, fallendo altresì gli attentati alle vite di Hashemi Rafsanjani e Musavi Ardibili.

[91] Imām Khomeini, Sahifa-yi Nur, X, p.141. Due giorni dopo avrebbe aggiunto che nel confrontarsi con questa “seconda rivoluzione” gli Stati Uniti sarebbero stati “incapaci di fare un dannata cosa” (Amrika hich ghalati namitavanad bukunad) (Sahifa-yi Nur, X, p.149) [N.d.c.].

[92] Una tradizione riferita all’imām Ja’far al-Sādiq , VI imām dell’Islam sciita.

[93] Dopo l’assassinio di Rajai l’imām Khomeini dichiarò che gli assassini non avrebbero cambiato nulla e di fatto mostravano che l’Iran era “il più stabile paese del mondo”, dato che il governo era perfettamente in grado di continuare le sue funzioni nella maniera ordinaria (Sahifa-yi Nur, XV, p.130) [N.d.c.].

[94]  Il 22 dicembre del 1979, rivolgendosi al popolo di Qom, l’imām Khomeini descrisse il successo della Rivoluzione come dovuto al fatto che la gente dell’Iran si era orientata verso la Presenza Divina, assumendo perciò una “esistenza divina”. In altre parole la Rivoluzione fu un vero e proprio viaggio spirituale collettivo del popolo iraniano (cfr. H.Algar, The Fusion cit., “al-Tawhid”, June 2003) [N.d.c.].

[95] Corano, Sura II Al-Baqara (La Giovenca), versetto 249.

[96] Fana (“estinzione” o “non-esistenza”) è un termine esoterico che indica l’estinzione del Servo (Abd) nella Verità (Haq), ossia in Dio. Esso allude all’estinzione degli aspetti umani nella Signoria o Divinità che è l’ultimo viaggio del Servo verso Dio. Dopo la Signoria (Robubiyyat) è la volta della sottomissione (Obudiyyat) a cui il servo si consacra. Quindi comincia il viaggio del Servo dallo stato di essenza (zat) verso le perfezioni, fino a quando otterrà lo stato della conoscenza di tutti gli Attributi Divini o Nomi (asma), eccetto quei Nomi che l’Altissimo ha riservato a Se stesso. Quando il Servo raggiunge questo stato la sua Essenza, i suoi attributi e i suoi atti si estinguono o sono assorbiti nell’Essenza, negli attributi e negli atti della Verità, ed è in questa stazione che il Servo ottiene l’estinzione dall’estinzione, stato celato dell’estinzione.  

[97] Il libro Al-asfār al-arba’ah fi’l-hikmat al-muta’āliyah (“I Quattro Viaggi riguardanti la Teosofia Tascendentale”) è una delle opere di Sadrul Mute’allehin (Mulla Sadra). In questo libro Mulla Sadra divide le scienze filosofiche in quattro categorie in riferimento alla validità che è richiesta per la meditazione intesa come viaggio (sayr) o condotta (suluk) spirituale: il viaggio dalla creazione al Creatore, il viaggio con il Creatore nel Creatore, il viaggio dal Creatore verso la creazione con il Creatore, il viaggio nella creazione con il Creatore.

[98] L’uomo, unico fra tutti gli esseri di questo mondo, ha una visione intellettuale che racchiude ogni cosa. Egli conosce il mondo poiché ha in sé, in modo virtuale e principiale, tutte le possibilità del mondo. Il termine “Uomo Perfetto”, che dà anche il titolo a un’opera del sufi ‘Abd al-Karīm Jīlī (m.1402), fu introdotto nella gnosi islamica da Ibn ‘Arabī e stà a indicare appunto l’uomo che possiede in atto tutte le Verità universali che si riflettono nella sua forma terrestre. Un essere siffatto avrà come forma esteriore la sua individualità umana, ma in potenza gli appartengono tutte le forme e tutti gli stati di esistenza, dal momento in cui la sua realtà interiore si identifica con quella della totalità dell’universo. Dunque l’espressione Uomo Perfetto (o Uomo Universale) da un lato conviene a tutti gli uomini che hanno realizzato l’Unione con Dio, come i Profeti e gli imām, dall’altro indica la sintesi permanente e attuale di tutti gli stati dell’essere [N.d.c.].

[99] Organizzazione paramilitare di volontari creata in seguito allesito vittorioso della Rivoluzione Islamica allo scopo di impiegare i giovani rivoluzionari musulmani in attività connesse alla sicurezza interna [N.d.c.].

 

[100] Imām Khomeini, Sahifa-yi Nur, XXI, pp.227-244.

[101] Artefice principale di tale opera ricostruttiva fu lorganizzazione Lotta per la ricostruzione (jihad-e sazanghadi), corpo di volontari fondato con un decreto dellimām Khomeini in seguito allesito vittorioso della Rivoluzione Islamica. Il suo obiettivo era quello di prestare soccorso ai settori della società che versavano in condizioni di maggiore disagio, in particolare negli ambiti concernenti la sanità, lagricoltura, la costruzione di dighe, ospedali, pozzi, acque­dotti e ponti, la distribuzione dellacqua potabile, lenergia elettrica, ecc. Al pari del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (Pasdarān), la Lotta per la rico­struzione è stata poi trasformata in uno dei ventiquattro ministeri della Repubblica Islamica [N.d.c.].

[102] Corano, Sura XLVII – Muhammad, versetto 7.

[103] Corano Sura LIX – Al-Hashr, versetto 2.

[104] “Il materialisti considerano i sensi criterio di conoscenza su cui si fonda la loro concezione del mondo: ciò che non viene percepito attraverso i sensi è ritenuto estraneo all’ambito della scienza. Essi concepiscono l’esistente come equivalente al materiale: ciò che non è materiale per loro non esiste. Di conseguenza il mondo metafisico, l’esistenza di Dio, la Rivelazione, la Missione profetica, la Resurrezione sono stimati null’altro che fiabe.

   Il criterio di conoscenza su cui si fonda la concezione monoteistica è costituito invece e dal senso e dall’intelletto. Ciò che razionale, anche se non viene percepito dai sensi, rientra nel dominio della scienza. Di conseguenza l’esistente è costituito e dal visibile e dall’invisibile, per cui anche ciò che non è materiale può esistere. Come il concreto presuppone l’astratto, così la conoscenza sensitiva è sostenuta da quella intellettuale. Il Santo Corano confuta il fondamento stesso della concezione materialistica. A coloro che pensano che Dio non esiste – che, se così non fosse, sarebbe visibile (“Mai avremo fede in te, a meno che non vediamo Dio palesemente”, II, 55) - rivolge queste parole: “Gli occhi non Lo vedono e Lui vede ogni cosa e di tutto è Consapevole”,VI, 103). […] Il fatto che la pura materia, l’inanimato non abbiano coscienza di sé costituisce un assioma, di qualunque cosa si tratti, sia esso un monumento di pietra o una statua di un corpo umani, le varie parti dell’oggetto in questione sono all’oscuro le une alle altre. Al contrario, vediamo chiaramente che gli individui umani e gli animali sono consapevoli di ogni loro singola parte, sanno dove si trovano, che cosa succede nel loro ambiente e che cosa attraversa il mondo. Se ne deduce che nell’uomo e negli animali esiste qualcosa di diverso che è al di sopra della materia e da essa distinto, che sopravvive alla morte di questa. L’uomo per sua natura, anela a ogni perfezione in modo assoluto. […] L’individuo, per quanto sapiente possa essere, qualora gli si dicesse che esistono altre scienze, per sua natura desiderebbe apprendere anche quelle. Deve quindi esistere un potere assoluto, una scienza assoluta a cui l’uomo si volga con tutto il suo cuore. Esso è Dio Onnipotente. Noi tutti ce ne rendiamo conto, anche se non ne siamo consapevoli. L’uomo desidera raggiungere la Verità assoluta, annullarsi in Dio. L’anelito alla vita eterna, che è insito nella natura di ogni individuo, è un segno dell’esistenza di un mondo eterno esente dalla morte. Se Lei, Eccellenza, desiderasse approfondire questi argomenti, potrebbe impartire gli ordini necessari affinché gli esperti in queste discipline, oltre allo studio dei testi filosofici occidentali, si rivolgano anche agli scritti di filosofia peripatetica di al-Fārābī e Ibn Sīnā (che Dio ne abbia misericordia). Così sarà chiaro che il principio di causalità, su cui si fonda ogni conoscenza, appartiene alla sfera dell’intelligibile, non a quella sensibile. Ciò vale, allo stesso modo, per la comprensione dei significati universali e per le leggi generali su cui si fonda ogni argomentazione. Potranno anche attingere ai libri di Sohrawardi (che Dio ne abbia misericordia) sulla filosofia illuminativa, così spiegheranno a Sua Eccellenza come il corpo e ogni altra esistenza materiale hanno necessità di un’Illuminazione, di una Luce assoluta che prescinde dai sensi e come la comprensione esteriore della propria identità da parte dell’essenza umana non è un fenomeno sensoriale. E chieda ai vostri grandi professori di studiare la teosofia di Molla Sadra (che Dio si compiaccia di lui e lo ponga il Giorno del Giudizio nelle file dei profeti e dei virtuosi). Apparirà così chiaro che la verità scientifica è certamente un esistente che prescinde dalla materia. Ogni pensiero è immateriale e non è sottoposto alle leggi della materia.” (Cfr. Ava-yi Tauhid, Tehran 1989) [N.d.c.].

[105] Ava-yi Tauhid, Tehran 1989. Contestando la celebre tesi marxista della religione come oppio dei popoli e della società, l’imām Khomeini scriveva a Gorbaciov: “la religione che, di fronte alle superpotenze, ha reso l’Iran saldo come una roccia è forse l’oppio della società? La religione che vuole l’attuazione della giustizia nel mondo, che vuole liberare gli uomini dalle pastoie materiali e spirituali è forse l’oppio della società? Sì, una religione che si faccia strumento attraverso cui porre a disposizione delle potenze, grandi e piccole, le risorse materiali e spirituali dei paesi islamici e non, una fede che gridi alla gente che la religione deve essere separata dalla politica, è sì l’oppio della società. Ma questa non è la vera religione, ma una religione che il nostro popolo chiama ‘americana’. Concludendo, dichiaro apertamente che la Repubblica Islamica dell’Iran, che è il bastione più saldo dell’Islam nel mondo, può facilmente riempire il vuoto ideologico del vostro sistema.” [N.d.c.].

[106] Nel Regno Unito il romanzo fu pubblicato il 26 settembre e già il 5 ottobre l’India ne bandì l’importazione. Il 21 novembre il grande Sheikh della Al-Azhar in Egitto invitò le organizzazioni islamiche britanniche a portare avanti una azione legale per impedire la distribuzione del romanzo, che il 24 novembre fu bandito in Sud Africa, Pakistan e, nelle successive settimane, anche in Arabia Saudita, Egitto, Somalia, Bangladesh, Sudan, Malaysia, Indonesia e Qatar. Tra il dicembre 1988 e il gennaio 1989 i musulmani britannici bruciano copie del libro a Bolton e Bradford. Il Consiglio di Difesa Legale Islamico chiese alla Punguin Books, oltre le pubbliche scuse, di ritirare il romanzo, distruggere le copie rimanenti e di non ristamparlo mai più. Il 12 febbraio 1989 sei persone rimangono uccise e un centinaio ferite durante le proteste contro Rushdie a Islamabad, capitale del Pakistan, il 13 un’altra persona perde la vita e una sessantina rimangono ferite nelle manifestazioni tenutesi a Srinigar, in India, e il giorno successivo l’imām Khomeini emette la fatwa [N.d.c.]

[107] Nel 1987 nel suo messaggio ai pellegrini l’imām Khomeini aveva scritto: “la dissociazione degli idolatri è principio essenziale del Monoteismo e un aspetto fondamentale del pellegrinaggio. Durante i giorni del pellegrinaggio lo spirito della dissociazione dall’idolatria deve trovare espressione in manifestazioni di massa. […] La religione e la rettitudine non si identificano forse con l’attaccamento al Vero e la dissociazione e il disgusto per il falso? La sincerità dei Monoteisti amanti del Vero non è completa qualora non includa una piena espressione di disprezzo per gli idolatri e gli ipocriti. Quale luogo è a tal fine più adatto della Ka’aba, santuario di purezza e sicurezza, nonché Casa di rifugio per gli uomini? Nei suoi dintorni è espressa in parole e in atti la negazione di ogni sorta di aggressione, ingiustizia, sfruttamento, schiavitù e violazione dei diritti umani. E’ in tale luogo che tutti gli idoli vengono infranti e i falsi dèi e i tiranni vengono rifiutati mediante il rinnovamento del patto cui si allude nel verso “Non sono il vostro Signore?” (Corano 7:172). E’ questo luogo che dobbiamo far rivivere la memoria della più importante e significativa delle iniziative politiche del Profeta, cui si allude nel seguente versetto della Suratul’l-barā’ah: “Appello agli uomini da parte di Allāh e del Suo Inviato nel giorno del grande pellegrinaggio…” (Corano 9:3) […] La proclamazione dell’Immunità da parte dei Musulmani non concerne infatti esclusivamente il pellegrinaggio, ed essi debbono riempire il mondo intero con il loro grido di amore per Dio e di disgusto per i Suoi nemici, senza prestare alcuna attenzione alle insinuazioni e alle insufflazioni dei demoni, dei deviati e di quanti sogliono seminare il dubbio. Non debbono pertanto, nemmeno per un istante, prescindere da tale sacro e universale precetto dell’Islam, fonte di profonda preoccupazione per i tiranni e i divoratori del mondo. […] Non debbono più permettere che gli ignoranti, coloro i cui cuori sono morti e i servitori di Satana incrinino i loro ranghi o attentino alla dottrina e all’onore dei Musulmani. Che in ogni luogo, e in specie presso la sacra Ka’aba, i Musulmani si uniscano all’esercito di Dio, che i nobili pellegrini giunti al sacro territorio della morte, territorio di lotta e di consapevolezza, marcino verso una Ka’aka ancora più elevata, al pari del Signore dei martiri, imām Husayn, che mutò lo stato di consacrazione per il pellegrinaggio con lo stato di consacrazione per la guerra, la circumambulazione della Casa con quella del Signore della Casa e l’abluzione mediante l’acque di Zamzam con la lavanda mediante il sangue del martirio; che questa Comunità divenga salda e impenetrabile, tetragona sotto i colpi che giungono da Oriente e da Occidente. Il messaggio per il pellegrinaggio si identifica dunque con l’appello alla grande guerra contro l’anima, come pure alla piccola guerra contro le forze dell’idolatria e dell’apostasia. La dichiarazione di dissociazione durante il pellegrinaggio si identifica con il rinnovo dell’impegno alla preparazione dei ranghi dei combattenti per la continuazione della lotta contro la miscredenza, l’idolatria e il paganesimo. […]

   La dichiarazione di dissociazione è pertanto il primo stadio della lotta, ed è nostro dovere proseguirla anche negli stadi successivi con programmi adeguati alle esigenze di ogni condizione e di ogni epoca. E’ necessario definire la nostra linea di condotta in un’epoca in cui le guide della miscredenza e dell’idolatria hanno posto e repentaglio l’esistenza del Monoteismo, trasformando i caratteri nazionali, culturali, religiosi e politici dei popoli in passatempi per il loro svago. […] L’iconoclastia di Abramo, la sua lotta contro Nimrod e contro gli adoratori del sole, della luna e delle stelle, tutto ciò rappresenta un preludio alla grande emigrazione. Il suo vagabondare, le asperità della sua emigrazione, la scelta di una valle arida come dimora per la sua famiglia, il sacrificio di Ismaele, tutto ciò rappresenta un preludio all’ultima missione profetica, nel corso della quale il Sigillo dei Profeti ripetè in modo integrale le parole del fondatore della Ka’aba. Egli trasmise il messaggio imperituro con le immortali parole: “Invero mi dissocio dalla vostra idolatria…” (Corano 6:78) (Cfr. Sahifa-yi Nur, vol. 20, pp.130-140) [N.d.c.].  

[108] Sin dal principio la dinastia saudita ha manifestato ostilità verso l’Islam autentico e la disponibilità a diffondere e propagare quel genere d’Islam formulato negli uffici coloniali occidentali. Nonostante la sua funzione di agenti dell’imperialismo in seno al mondo islamico, gli aderenti alla setta wahhabita sono riusciti a vivere e svilupparsi fra i Musulmani. Mancavano due giorni all’inizio dei riti del pellegrinaggio. venerdì 31 luglio il popolo si era radunato alle 16:30 nel luogo di convegno per la marcia che, sin dal principio della Rivoluzione Islamica, si svolgeva ogni anno con il riluttante consenso delle autorità saudite. Luogo, tempo e itinerario della marcia erano state concordate fra i responsabili iraniani al pellegrinaggio e le autorità saudite. I partecipanti si mossero lungo il tragitto concordato in modo disciplinato, recitando gli slogan autorizzati dai responsabili del pellegrinaggio come “morte agli Stati Uniti, all’Unione Sovietica e a Israele” e “Musulmani del mondo unitevi!”. La marcia aveva il nome di “marcia della dissociazione” o “marcia dell’unità” perché il suo scopo era proclamare la dissociazione degli idolatri e chiamare la Comunità Islamica all’unità. Fra i pellegrini vi erano decine di migliaia di donne e di feriti di guerra sulle sedie a rotelle e, come durante gli anni passati, la marcia era circondata da ambo i lati da alcune file di poliziotti e soldati. Alla 18:40, quando la marcia stava raggiungendo il suo punto terminale, i poliziotti avanzarono di alcuni metri appostandosi di fronte alla prima fila di manifestanti, quindi iniziarono ad attaccare i pellegrini a colpi di manganello. Improvvisamente l’attacco divampò da ogni lato e i pellegrini vennero colpiti con spranghe di ferro, mazze e bastoni appuntiti. Nel frattempo, dall’alto degli edifici circostanti poliziotti in borghese inziarono a scagliare pietre, bottiglie, pezzi di vetro, blocchi di cemento e acqua bollente. Molti pellegrini rimasero feriti, altri morirono all’istante. I pellegrini terrorizzati si diedero alla fuga nelle strade circostanti, dove venivano braccati dall’esercito. Nel giro di pochi minuti centomila pellegrini si ritrovarono circondati e attaccati a colpi di arma da guoco e gas asfissiante. Tutti i vicoli e i passaggi circostanti erano controllati da poliziotti armati e non vi era pertanto via di scampo. Durante il massacro alcuni pellegrini giordani e palestinesi aprirono le porte degli edifici in cui risiedevano consentendo a molti di rifugiarsi all’interno e salvando così numerose vite. Il massacro durò per circa un’ora: persero la vita più di quattrocento pellegrini (di cui 324 iraniani) e più di quattromila rimasero feriti. La maggior parte dei morti e dei feriti erano donne e paralitici sulle sedie a rotelle, che all’inizio dell’attacco erano in prima fila. Risultò subito evidente che il massacro era stato programmato in anticipo. Assistettero alla scena molti pellegrini provenienti da diversi paesi, rimasti sconvolti dall’atroce crimine e dalle menzogne cui avevano fatto ricorso la stampa e il governo saudita, che parlarono di marcia non autorizzata e provocazioni contro la polizia. In modo fantastico e mistificatorio i mezzi di comunicazione occidentali chiamarono in causa anche le rivalità tra Sciiti e Sunniti. Per un approfondimento vedasi: Z. BANGASH, The Makkah Massacre & future of the Haramain, The Open Press 1988 [N.d.c.].

[109] L’imām Khomeini nel messaggio indirizzato allo Hajjat al-Islam Karrubi (suo rappresentante nel pellegrinaggio) in seguito al massacro scrisse: “tali crimini non sono inconsueti per i vassalli degli Stati Uniti, quali lo Shāh durante la Rivoluzione e Saddam nel corso della guerra imposta. Tali esperienze hanno smascherato gli agenti dell’imperialismo e la loro natura brutale. Al presente le mani criminali degli Stati Uniti e di Israele sono di nuovo visibili negli atti dei loro agenti, i Sauditi, ipocriti governatori dll’Arabia e traditori dell’immunità delle due Città Sante. Questa volta hanno mirato ai migliori fra i Musulmani e agli ospiti di Dio. Coloro che si proclamano “tutori dei pellegrini” e “custodi della Sacra Moschea” hanno fatto scorrere il sangue dei Musulmani nelle vie di Mecca. Sebbene siamo addolorati e scioccati da questo spietato massacro della Comunità di Muhammad, dei seguaci di Abramo, il puro monoteista e dei seguaci dei precetti del Corano, pure ringraziamo Dio, l’Altissimo, per aver colpito i nostri nemici e gli oppositori della nostra politica islamica con la febbre della follia. Essi infatti non comprendono che la cecità della loro condotta irre­sponsabile rafforza e pubblicizza la nostra Rivoluzione e rivela al mondo la persecuzione del nostro popolo. In eguale maniera, duran­te i differenti stadi della nostra lotta, le atrocità ai nostri danni hanno contribuito a innalzare la dignità del nostro orientamento e del nostro paese agli occhi del mondo. Quandanche infatti im­piegassimo centinaia di mezzi di comunicazione e inviassimo mi­gliaia di predicatori e sapienti nelle differenti regioni del mondo al fine di chiarire la differenza tra lIslam autentico e lIslam fabbri­cato dagli Stati Uniti e cercassimo di spiegare al mondo la diffe­renza tra un governo islamico fondato sui principi della giustizia e un governo di vassalli dellimperialismo che pretendono di se­guire lIslam i nostri sforzi non risulterebbero tanto efficaci. […]” (Cfr. Sahifa-yi Nur, vol. 20, pp.134-136) [N.d.c.].

[110] Nel suo messaggio in occasione del primo anniversario del massacro l’imām Khomeini scrisse: “E di estrema importanza che i Musulmani comprendano lo scopo del pellegrinaggio e la ragione per cui sono in perpetuo soggetti a spendere parte delle loro risorse materiali e non materiali per il suo compimento. Gli ignoranti, gli egoisti e i mercenari suppongono che la filosofia del pellegrinaggio si identifi­chi con un rituale collettivo o con un viaggio turistico. […] Il pellegrinaggio è invero un mezzo che incrementa lintimità con il Signore della Casa, non una mera sequenza di movimenti, atti e parole. Parole e azioni prive di significato non possono approssi­marci a Dio. Trattasi invero di una riserva dellinsegnamento dalla quale dobbiamo trarre il contenuto della prospettiva islamica per applicarla a ogni aspetto della vita. Il messaggio del pellegrinag­gio implica limpegno a edificare una società esente da deprava­zione materiale e morale. Il pellegrinaggio e la stazione cui faccia­mo ricorso proiettando in essa gli atti damore dellesistenza di un individuo e di una società che tendono alla perfezione in questo mondo. I riti del pellegrinaggio sono esigenza vitale degli esseri. Dal momento che la Comunità trascende razza e nazionalità lungo la scia di Abramo per prendere parte alla carovana della Comunità di Muhammad, il pellegrinaggio è un impegno teso alla costru­zione di un itinerario monoteista, luogo della esibizione delle capa­cità spirituali e materiali dei Musulmani. Chiunque parte­cipa a esso ne trae beneficio, e in questo il pellegrinaggio è simile al Co­rano. Se i dotati di intelletto in seno alla Comunità Islamica cono­scessero le privazioni a esso connesse affronterebbero senza timo­re gli abissi di questoceano dellinsegnamento, traendone perle di orientamento, di sapienza e di libertà, a patto che siano disposti ad addentrarsi nelle norme individuali e collettive concernenti il pelle­grinaggio. Le sue fonti di sapienza sarebbero sufficienti a saziare in perpetuo la loro sete. […] E pertanto dovere di tutti i Musulmani lottare per la revivifica­zione del pellegrinaggio e del Sacro Corano e per sforzarsi di ren­derli efficienti nel dominio dellesteriorità. […]” (Cfr. Sahifa-yi Nur, vol. 20, pp.227-237) [N.d.c.].

[111] Imām Khomeini, Sahifa-yi Nur, vol. 16, p.50. 

[112] Muntaziri, oltre ad avere avuto tra i suoi collaboratori nel corso degli anni persone poi giustiziaite per attività controrivoluzionaria, tra cui il genero Mahdī Hashimi, e allo stesso tempo aveva lanciato diverse critiche alla Repubblica Islamica, in particolare riguardo a problematiche giudiziarie. Il 31 luglio 1988 egli scrisse una lettera all’imām Khomeini chiedendogli quale fosse la sua opinione riguardo alle ingiustificate esecuzioni di membri dei Sazman-i Mujahidin-i Khalq tenuti nelle prigioni iraniane dopo che l’organizzazione, dalla sua base in Iraq, aveva fatto una incursione su larga scala in territorio iraniano nelle ultime fasi della guerra Iran-Iraq. I nodi vennero al pettine l’anno seguente e il 28 marzo 1989 l’imām Khomeini comunicò a Muntaziri l’accettazione delle sue dimissioni come successore (Sahifa-yi Nur, vol. 21, p.112) [N.d.c.]. 

[113] Il Testamento consiste principalmente in consigli e ammonimenti a differenti settori del popolo iraniano sui problemi che avrebbero dovuto affrontare per preservare la Repubblica Islamica. E’ interessante notare però come l’esordio contenga un riferimento al Nome Segreto di Dio, ossia a quelle qualità divine che non sono e mai saranno manifeste perchè “mantenute in segreto” nella conoscenza occulta che Dio ha di se stesso: “Lode a Dio e gloria a Te. O Dio, effondi la tua grazia su Muhammad e sulla sua Famiglia, esteriorizzazione della Tua Bellezza e della Tua Maestà e custodi dei segreti del Tuo Libro, nel quale si epifanizza l’Unicità mediante la totalità dei Tuoi Nomi, sino al Nome Segreto che non è noto ad altri all’infuori di Te.” Come ha suggerito l’Āyatallāh Muhammad Gilani, il riferimento al “Nome Segreto” all’inizio stesso del Testamento indicherebbe il desiderio dell’imām Khomeini di esortare alla studio della gnosi come parte essenziale della sua eredità dopo la sua morte. E’ da questo “Nome segreto”, infatti, insieme a tutti i Nomi manifesti o capaci di manifestazione, che l’imām Khomeini parte per discendere al piano degli Atti Divini che è, allo stesso tempo, il piano della lotta socio-politica (Cfr. H. Algar, The Fusion cit., “al-Tawhid”, June 2003) [N.d.c.].

[114] Corano, Sura al-Nisa (Le Donne), versetto 141.

[115] L’imām Khomeini nell’opera Tchahl hadith (Teheran 1992, pp.386-389) illustrò sinteticamente la triplice natura dell’uomo commentando un hadith del Profeta che si conclude con queste parole: “Ci sono soltanto tre saperi: un segno solido, una prescrizione giusta e una pratica stabilita; tutto il resto è solo un supplemento.” Ai Profeti compete la regolamentazione delle attività riguardanti l’uomo su questi tre livelli, e a ciascuno di essi spetta una perfezione propria, una educazione specifica e una attività adeguata al proprio dominio e livello. L’uomo abbraccia dunque globalmente tre domini, possiede tre livelli (o mondi), per cui anche la totalità dei saperi utili all’uomo si suddividerà secondo questa tripartizione.

   Il primo è il dominio dell’aldilà, il mondo nascosto e livello della Realtà Spirituale e dell’Intelligenza. I saperi che consolidano e educano il mondo della Realtà Spirituale e della Intelligenza puramente immateriale sono assicurati, dopo i Profeti e i Prossimi Amici di Dio, dai filosofi, dai grandi saggi e dagli adepti della conoscenza e della gnosi. Il credente perfezionerà tale livello attraverso i riti religiosi quali la preghiera, il digiuno, il pellegrinaggio, i du°ā’ (invocazioni). Vi è poi un dominio mediano, un mondo intermedio, livello psichico e dell’immaginale, a cui si rapportano i saperi sull’educazione, sull’ascesi e sulle opere del cuore che riguardano i caratteri che conducono alla salvezza e alla perdizione, ossia alle virtù (perseveranza, riconoscenza, pudore, modestia, coraggio, generosità, rinuncia, ecc.) e i modi per acquistarle e tutto ciò che le riguarda e, viceversa, l’origine dei vizi (gelosia, orgoglio, ostentazione, rancore, amore per il potere e la ricchezza, la falsità, l’ambiguità, l’amore per il mondo e per se stessi, ecc.), su come evitarli e, nel caso, liberarsene. Dopo i Profeti e i loro Sostituti, sono i maestri d’etica e i seguaci delle pratiche ascetiche e delle conoscenze spirituali ad assicurare questo tipo di saperi. Il credente perfezionerà tale livello cercando di coltivare le virtù e stare lontano dai vizi. Vi è infine il dominio di questo basso mondo, livello del regno fisico, a cui si rapportano i saperi che riguardano le opere del corpo e i doveri del dominio apparente dell’anima. Riguardo a questo livello dell’Apparenza Materiale, i saperi che si rapportano all’educazione e all’ascesi dell’aspetto apparente sono la scienza della Legge, ossia la giurisprudenza, quella del buon comportamento in società, quella dell’organizzazione familiare e la politica, che regola la condotta della ‘città’. Dopo i Profeti e i loro Sostituti, questi saperi vengono garantiti e custoditi dagli esperti nella spiegazione letterale dei Testi e dai dottori della Legge. Il credente perfezionerà tale livello cercando di rispettare i dettami della Legge in ambito sociale, familiare, igienico, alimentare, di costume.

   Ora “i tre succitati livelli dell’essere umano sono interdipendenti, donde gli effetti dell’uno si estendono all’altro, sia nel senso della perfezione che dell’imperfezione. Per esempio, se uno compie i doveri del servizio divino e i riti esoterici come si deve e in conformità alle prescrizioni dei Profeti, gli effetti dell’esecuzione dei doveri inerenti al servizio divino si ripercuotono nel suo cuore e nel suo spirito nella direzione di un miglioramento del suo carattere e d’un perfezionamento dei suoi atti di fede. Ugualmente, se qualcuno s’applica alla purificazione dei propri costumi e al miglioramento della sua interiorità, ciò influenza gli altri due livelli, così come avviene per il perfezionamento della fede  degli atti ad essa inerenti. Ciò è dovuto all’intensa interdipendenza tra questi tre livelli, a tal punto che usiamo il termine ‘interdipendenza’ solo per penuria lessicale: bisognerebbe piuttosto parlare d’una realtà avente tre luoghi d’ apparizione e di manifestazione […] Chi cerca il sentiero dell’aldilà sulla retta via propria dell’uomo deve migliorare se stesso e sottoporre a una ascesi ciascuno di questi tre livelli, in un assiduo sforzo di attenzione e di controllo, senza trascurare alcuna perfezione riguardante il sapere e la pratica.” [N.d.c.].

[116] A questo proposito vale la pena ricordare che dopo l’inizio dell’aggressione irachena nel settembre del 1980, l’imām Khomeini affermò ripetutamente che i martiri “erano andati verso la contemplazione di Dio (liqa’ullah)”. Nel libro Sharh-e Chahal Hadith aveva chiarito il significato esoterico del termine liqa’ullah, che non si riferirebbe a una seppur vasta conoscenza razionale dell’Essenza Divina, ma “una conoscenza diretta raggiunta attraverso la visione interiore”. Il martire dunque era colui il quale, per mezzo della propria morte, penetrava “i veli di Luce” per raggiungere “la Fonte della Magnificenza” (cfr. H. Algar, The Fusion cit., “al-Tawhid”, June 2003) [N.d.c.].

[117]  Fondatore dell’illuminazionismo fu il filosofo e poeta persiano Sohrawardi (1155-1191) che, partendo dalla filosofia di Ibn Sīnā (980-1037), sviluppò un tentativo di unire indissolubilmente filosofia ed esperienza mistica, creando così un ponte tra la tradizione razionale peripatetica della filosofia islamica e la via gnostico-sufi della conoscenza. Egli riformulò una via filosofica che potesse sfociare nell’esperienza diretta, intuitiva, ‘illuminativa’ appunto, del Divino. Più precisamente, suo intento era quello di restaurare i fondamenti filosofici stabiliti da Antichi sapienti conosciuti anche come filosofi ‘divini’, rifondare la scuola della filosofia dell’Illuminazione che, riconciliando razionalità e intuizione mistica, mirasse alla liberazione dell’anima e alla conoscenza diretta del Divino. Tale filosofia, fondata essenzialmente su una metafisica della luce e su un sistema di gerarchie angeliche, affonda le sue radici nel neoplatonismo, nella antica teosofia mazdea e negli insegnamenti di Zarathustra, Hermes e Platone,. Non mancano, inoltre, richiami a Empedocle, Pitagora e persino a Buddha.

   Il punto centrale di questa filosofia è la concezione epistemologica della conoscenza-per-presenza, a cui si perviene attraverso una purificazione interiore che apre la strada alla percezione della sapienza divina. E’ un tipo di conoscenza da intendere come piena coscienza a se stessi in cui l’oggetto della conoscenza e il soggetto conoscente vengono a coincidere, basata sulla purificazione interiore e sulle pratiche ascetiche, che può essere sintetizzata dallo hadith profetico “chi conosce se stesso conosce il suo Signore.” Requisito essenziale è la pratica dell’ascesi, ossia il graduale distacco dal mondo, a cui bisogna accompagnare la sapienza filosofica, considerata da Sohrawardi una sorta di propedeutica al successivo cammino spirituale. Il Divino quindi può essere raggiunto e conosciuto attraverso la preghiera congiunta a uno sforzo di ascesi e di evocazione che implica una distacco interiore dal mondo materiale e alle sue illusioni, pervenendo infine a un sapere ‘illuminativo’ incomunicabile, inesprimibile, misterioso. Per Sohrawardi i concetti di sè, luce e coscienza sono equivalenti, per cui a una maggiore illuminazione del sé corrisponde un maggiore dominio della sua ‘presenza’ e una maggiore vicinanza alla “Luce delle Luci”, ossia a Dio, per cui, in sostanza, più un uomo si avvicina a Dio, più aumenta sia il potere della sua presenza che il dominio della sua conoscenza. Così come microcosmicamente non vi è nulla di più evidente del sé autocosciente, così macrocosmicamente non vi è nulla di più evidente della luce. Tutto è ‘luce’ e tutte le cose non sono che manifestazioni (ordinate in maniera gerarchica) della ‘Luce delle Luci’, ossia di Dio, Luce infinita, unico Essere Necessario di per sé e auto-sussistente. In questa visione in cui tutto è sostanzialmente fatto di luce, anche le esperienze spirituali interiori si presentano sotto forma di ‘flash divini’, poiché è attraverso la luce che le cose sono conosciute dal sé. Il viaggio del sé divino si configura dunque come una ascesa dalle tenebre del mondo corporeo e della materia alla luminosità delle luci incorporee celesti, per culminare infine con l’estinzione nella ‘Luce delle Luci’ [N.d.c.].

[118] Sadr al-Dīn Shīrazi, conosciuto come Mollā Sadrā, nato a Shiraz, nel sud della Persia, fu il fondatore della al-hikmat al-muta’āliyah, ossia della Filosofia Trascendentale. Denominato anche Sadr al-Muta’allihīn (“Filosofo o Saggio Divino”), espressione usata da Ibn Sīnā nel libro Esharat, sebbene la filosofia di quest’ultimo non sia conosciuta con questo nome. Il Saggio Divino ha formalmente definito la sua filosofia “saggezza divina” ed esso finì per diventare parte del suo nome. Il suo metodo è simile a quello della scuola degli Illuminazionisti, crede nella stessa argomentazione, intuizione e rivelazione ma differisce da essa nei principi e nelle conclusioni. Nella sua scuola sono chiariti e risolti molti punti della filosofia illuminativa e di quella peripatetica. Anche le differenze tra la filosofia stessa e l’esoterismo e le differenze tra la filosofia e la teologia vengono definitivamente risolte. La sua filosofia non è una filosofia eclettica, piuttosto è una filosofia nella cui apparizione si fondono i vari metodi islamici di pensiero erano efficaci, sebbene può essere considerata una filosofia indipendente. Mollā Sadrā assimilò tutto quello con cui venne a contatto nell’ambito della filosofia, dagli antichi Greci, in particolare Platone e Aristotele, a tutto quello che era stato esposto dai filosofi islamici come al-Fārābī, Ibn Sīnā, Sohrawardi e tutto quello che i grandi gnostici avevano scoperto e sperimentato attraverso la loro intuizione interiore e il potere della visione esoterica. Mollā Sadrā quindi progettò una nuova fondazione del pensiero umano e della saggezza divina dall’inizio e la basò su norme e principi fermi e inoppugnabili. Dal punto di vista dell’argomentazione e della dimostrazione, egli afforntò i problemi filosofici alla stregua di quelli matematici, in un ordine tale che essi potessero essere derivati e aggiunti dal primo al secondo e così via, conducendo la filosofia al di là dalle vie tortuose e dispersive del ragionamento e dell’argomentazione. 

[119] Il concetto di “unicità dell’esistenza” si deve allo gnostico Ibn ‘Arabī ed ebbe una notevole influenza sui pesatori musulmani, in particolare in Iran dal XII al XVII secolo, epoca in cui con Mollā Sadrā la metafisica islamica raggiunse l’apogeo e la sua forma più sintetica. Secondo tale visione solo l’Assoluto, ossia Dio, è reale e realmente esistente, e di conseguenza non vi è null’altro di reale. Ciò non vuol dire che il mondo differenziato sia un vuoto, una illusione, un niente, ma che esso è reale fichè lo vediamo partecipe dell’Esistenza che è il principio di tutto, ed irreali nella misura in cui percepiamo unicamente la loro esistenza condizionata e transitoria.

   Gli oggetti empirici sono come ‘pure relazioni’, prive di realtà intrinseca, dove il termine ‘relazione’ significa in questo caso ‘relazione illuminativa’, e ciò implica che gli oggetti del mondo empirico siano visti come realtà parziali soltanto attraverso la manifestazione e il potere illuminante di Dio. Questa costante attività creatrice dell’Assoluto è definita da Ibn ‘Arabi come lo ‘Spiro del Misericordioso’, che in ogni istante conferisce alle cose una nuova esistenza in un processo senza interruzione. Un altro grande filosofo e gnostico, Haydar Amoli (XIV secolo), usa a questo proposito due metafore. La prima è quella dell’inchiostro e della lettere: l’inchiostro è la realtà unica infinita dell’ esistenza, le lettere scritte corrispondono alle ‘quiddità’ che si manifestano in forme di cose diverse nel mondo empirico. E’ evidente, infatti, che le lettere hanno solo una natura ‘fittizia’, non sono cioè delle realtà primarie. La seconda è quella del mare e delle onde: le onde sono nient’altro che le diverse forme assunte dallo stesso mare. L’esistenza è quindi una realtà rivestita di diverse forme epifaniche, e la creazione è la manifestazione di Dio a se stesso. Per un aprrofondimento rimandiamo all’ottimo testo di Toshihiko Izutsu Unicità dell’esistenza (Marietti Genova 1991) in cui l’autore tra l’altro propone interessanti parallelismi con le dottrine del Vedanta, del Taoismo e del Buddismo Zen [N.d.c.].

[120] L’imām Khomeini si dedicò a questo lavoro di sforzo spirituale ed etico dei suoi studenti durante le lezioni sulla “più grande lotta”, la lotta contro le tendenze della propria anima, tennute a Najaf nel 1972. E’ significativo notare come queste lezioni siano state tenute dopo quelle sul Governo Islamico, e giustamente pubblicate come loro supplemento. Secondo l’imām Khomeini infatti l’instaurazione del Governo Islamico dipendeva dalla (e allo stesso tempo mirava alla) purificazione spirituale della società e di coloro che sono chiamati a guidarla, ossia i sapienti religiosi. Il successo nella “lotta minore”, quella sociopolitica, diretta contro le forze esterne ostili all’Islam, è quindi indissolubilemente legata alla “lotta più grande”. Inoltre non è casuale il fatto che la prima tradizione profetica selezionata per il suo libro Sharh-e Chahal Hadith fosse quello da cui derivano questi due termini, ossia jihad maggiore e jihad minore: “Quando un gruppo di combattenti che il Profeta aveva inviato al fronte ritornò, egli disse: ‘benvenuto sia un gruppo che ha compiuto il jihad minore; ora gli rimane da completare il jihad maggiore.’ Essi chiesero: ‘O Messaggero di Dio! Quale è il jihad maggiore?’. Il Profeta rispose: ‘Il jihad contro la propria anima (ego)”. Nel suo commento a questa tradizione egli espone un conciso ma completo programma di combattimento interiore, il cuo primo stadio è la riflessione (tafakkur) ordinata nel Corano (33:46), lo stesso versetto citato all’inizio del suo primo proclama politico (cfr. H. Algar, The Fusion cit., “al-Tawhid”, June 2003) [N.d.c.].

[121] A tal proposito il Profeta Muhammad diede delle direttive ben precise. È tramandato infatti che egli disse: “Ho lasciato tra voi ciò cui attenervi per non traviarvi dopo di me, due preziose cose, di cui l’una e maggiore dell’altra: il Libro di Dio, corda distesa dal cielo alla terra, e i Miei Parenti, la Gente della Mia Casa. Sappiate che queste due cose non si separeranno mai tra loro finchè non mi raggiungeranno allo Stagno [di Kawthar]” (Al-musnad dell’imam Ahmad Ben Hanbal, vol. 3, p.59) [N.d.c.].

[122] Husayn Ibn Mansur, conosciuto come Hallaj, è uno gnostico del X secolo d.C. (morì nel 922). Egli fu arrestato e imprigionato per anni a cause delle sue credenze, e alla fine i sapienti emisero un decreto di condanna a morte. Egli subì mille frustate, gli furono tagliati le mani e i piedi, il suo corpo fu poi bruciato e infine gettato nel Tigri, a Baghdad. L’accusa che gli fecero, e che divenne famosa, fu che, in stato esaltazione mistica, egli abbia gridato ana-l-Haq (“io sono la Verità”), ossia di essere Dio. Nel corso dei secoli, per negligenza, spesso il nome di suo padre, Mansur, è stato usato al posto del suo primo nome, cioè Husayn.

[123] “Ogni cosa è Nome di Dio e, viceversa, i Nomi di Dio sono tutto ciò che esiste e sono estinti nel Suo Essere. Noi ci crediamo esseri che dispongono d’un certo grado d’autonomia, ci consideriamo un qualcosa in e di noi stessi. Ma non è così. Se solo un istante quei raggi dell’Essere Assoluto, che in ogni istante ci crea quali espressione della volontà divina e manifestazione di Dio, cessassero per un secondo, tutti gli esseri istantaneamente perderebbero il loro stato di esistenza e ritornerebbero al loro stato primigenio di non-esistenza, perché la loro continua esistenza dipende dalla Sua continua Manifestazione.

   È attraverso la manifestazione di Dio che l’intera creazione è venuta all’esistenza; quella manifestazione, o luce, è l’origine e l’essenza dell’esistenza stessa. “Dio è luce dei Cieli e della terra” (24:35) e, viceversa, i Cieli e la terra sono Sua luce o manifestazione; la luce di tutto ciò che esiste deriva da Dio. Qualunque cosa passi dalla potenza all’atto, qualunque cosa appaia in questo mondo, è luce, perché la caratteristica della luce è quella di apparire e di essere visibile. L’uomo appare ed è visibile, ed è luce; gli animali sono luce; tutti gli esseri sono luce, luce di Dio. “Dio è luce dei Cieli e della terra”, ossia l’esistenza dei Cieli e della terra deriva dalla luce e da Dio. I Cieli e la terra sono così destinati all’estinzione nell’Essere Divino perchè il verso dice “Dio è Luce dei Cieli”, non “I Cieli sono illuminati da Dio”, che potrebbe implicare un certo tipo di separazione. “Dio è la Luce dei Cieli”, ossia essi ‘non sono’ in e di per se stessi, e non vi alcun essere nella creazione che possieda indipendenza. Per ‘indipendenza’ non intendiamo un essere che abbandoni lo stato della contingenza per passare a quello della necessità, il che è impossibile, dal momento che solo Dio l’Altissimo è l’Essere Necessario” (Cfr. Tafsi-I Sura-yi Hamd, Tehran 1996; Islam and Revolution, pp. 370-371) [N.d.c.].

[124] Nel linguaggio filosofico per filosofia ‘pratica’ si intende quella branca della filosofia che si occupa delle cose umane soggette a mutamento e legate all’azione, quindi riguardante le tematiche e i fenomeni politici, sociali e morali. La distinzione tra pratico e teoretico risale alla filosofia greca, in particolare ad Aristotele, che distingue l’intelletto ‘pratico’, appunto, dall’intelletto ‘teoretico’, che ha per oggetto la conoscenza dell’universo, delle leggi eterne e del Divino [N.d.c.].

[125] Per un approfondimento si rimanda al libro: The Position of Women from the Viewpoint of imām Khomeini, The Institute for Compilation and Publication ofimām Khomeini’s Works (International Affairs Department), Tehran 2001 [N.d.c.].

[126] Egli aveva affermato: “Un ciuffo di capelli di chi abita nei quartieri più poveri e che ha dato dei martiri è di molto superiore, in onore, a tutti gli abitanti dei palazzi e delle ville del mondo”; “quelli che sono con noi fino alla fine della via, sono quelli che provano il dolore, la privazione e l’oppressione”; “il giorno in cui un governo diviene incline al ‘palazzo’, quello è il giorno in cui dobbiamo suonare il rintocco funebre del governo e della nazione”.

[127] Corano, Sura Al-Saff, versetto 8.

[128] Una parte del Ziaratnameh, invocazioni da recitare durante il pellegrinaggio o durante la visita ai luoghi sacri.

[129] Corano, sura al-Fajr (L’Alba), versetti 27 e 28.

[130] L’Āyatallāh Sayyid ‘Alī Khamenei nacque a Mashad il 17 luglio del 1939 da una famiglia di sapienti di origine azera. Intimo amico e consigliere dell’imām Khomeini, la futura Guida visse in una famiglia molto povera ma pia e devota. All’età di soli quattro anni cominciò a imparare l’alfabeto arabo e il Corano. Dopo aver completato l’educazione elementare intraprese gli studi religiosi, frequentando a Mashhad le lezioni dei maestri di Sath (insegnamenti basati sulla lettura di testi) e Kharej (insegnamenti che per la loro specificità sono tramandati solo oralmente da maestro a discepolo), riguardanti la logica, la filosofia e la giurisprudenza islamica sotto la guida di eminenti sapienti quali l’Āyatallāh Sheykh Hāshem Qazwīnī (m. 1966) e l’Āyatallāh Milani. A Mashad, come più sopra sottolineato, rimase folgorato dalla figura di Navvab Safavi. Nel 1957 si recò a Najaf, da cui ripartì dopo un breve soggiorno per andare prima nuovamente a Mashhad e poi a Qom (1958), ove frequentò le lezioni dell’Āyatallāh Borūdjerdī e dell’imām Khomeini. Completò gli studi religiosi tra il 1958 e il 1964, beneficiando anche degli insegnamenti di Allāmah Tabātabā’ī. Protagonista delle rivolte islamiche del 1963, l’Āyatallah Khamenei, a causa della sua instancabile attività rivoluzionaria, subirà nel corso degli anni numerosi arresti e anche torture.

   Dopo la vittoria della Rivoluzione, nell’autunno del 1979 fu nominato Guida delle Preghiere del Venerdì di Tehran dall’imām Khomeini stesso. Nel giugno del 1981 riuscì a scampare a un attentato alla sua vita, rimanendo leggermente ferito in modo permanente. Nello stesso anno, dopo l’assassinio del presidente Rejai, l’Āyatallāh Khāmenei fu eletto Presidente dell’Iran alle elezioni presidenziali di ottobre, divenendo il primo religioso a ricoprire la carica. Nel 1989, alla morte dell’imām Khomeini, fu innalzato alla funzione di Guida Suprema dal Consiglio degli Esperti, funzione tuttora ricoperta [N.d.c.]

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